Quello tra il creatore della celebre band e i suoi membri è stato un rapporto minato inesorabilmente non solo dall’instabilità psichica dell’artista di Cambridge, ma anche dalla sua visionarietà troppo in anticipo rispetto ai tempi. Ce lo spiega Stefano Rossi in questo suo contributo

Syd Barrett fu senza dubbio un genio. Questo è il punto di partenza dal quale iniziare a ripercorrere la sua (breve e sconosciuta ai più) carriera. Prima di tutto, bisogna pensare all’epoca (metà anni Sessanta) in cui fondò i Pink Floyd, un periodo di grande fermento e cambiamento in tutte le arti, musica compresa. Per fare un esempio, il primo singolo della band – il celeberrimo “Arnold Layne” – potrebbe essere scritto e pubblicato oggi e farebbe ottima mostra di sé come esempio di un certo brit pop. Il video stesso che fu girato all’epoca era decisamente interessante. La canzone (e il video) furono però ampiamente censurati per il contenuto del brano, che raccontava la storia di un travestito che si aggirava per Cambridge rubando indumenti femminili dai fili sui quali erano stesi ad asciugare. Oggi non farebbe alcuno scandalo un argomento del genere (per fortuna…) ma all’epoca la band si scontrò con una mentalità non ancora pronta.

D’altra parte, la genialità di Barrett andava di pari passo con la sua inquietudine, che lo portò prima all’abbandono dei Pink Floyd e dopo alla realizzazione di musiche troppo avanti anche per quegli anni finché, attorno al 1974, abbandonò le scene e anche le quinte, ritirandosi a vita privata nella sua Cambridge; non smise però mai di dipingere (aveva studiato pittura) ma difese invece a spada tratta la sua vita privata. Ai Pink Floyd – che pure non gli furono nemici – non dispiacque probabilmente affatto il nascere di leggende sul loro ex compagno, il “Crazy Diamond”: alcuni dicevano che si fosse bruciato la corteccia cerebrale a causa delle droghe di cui – senza dubbio – aveva fatto uso; altri raccontavano di liti furibonde (ma non era vero). Molto probabilmente le loro strade si divisero su molte cose, a partire dal concetto di “opera artistica”, ma più prosaicamente Syd negli ultimi tempi della sua permanenza nella band era semplicemente diventato inaffidabile. D’altra parte, i Pink Floyd spingevano (giustamente) per il successo, lui invece vedeva l’arte per l’arte e probabilmente faticò a reggere quel poco di successo che avevano conquistato fino alla sua uscita dalla band.

I Pink Floyd all’inizio della loro avventura artistica immortalati in una foto rigorosamente psichedelica.

Si è detto che i Pink Floyd da parte loro faticavano nell’ultimo periodo a reggere la sua inaffidabilità. Appuntamenti in studio e con i produttori mancati, apparizioni praticamente “mute” sul palco e un’imperscrutabilità difficile da gestire. Così, gli avevano affiancato quel David Gilmour che forse inizialmente era una toppa adeguata, per poi diventare insostituibile man mano che il tempo passava. Oggi non molti conoscono quella che fu un’era eroica sia per la band che per Barrett stesso. La sua firma compare sull’album di debutto, The Piper at the Gates of Dawn (1967); l’artista prese parte ad alcune session anche del secondo album, A Saucerful of Secrets (1968); composero e registrarono inoltre molti brani che non sarebbero stati pubblicati se non più avanti negli anni.

A testimonianza della non-inimicizia tra di loro, i suoi due unici album da solista – The Madcap Laughs e Barrett (entrambi del 1970) – furono registrati proprio con l’aiuto dei Pink Floyd, oltre che con il contributo dei Soft Machine. E poi c’è una testimonianza scritta: Shine on you Crazy Diamond, la suite di Wish you were here a lui dedicata. Anche in quest’occasione nacque una “storia”: Syd Barrett apparve un giorno mentre la band, nel 1975, stava completando il mix di Shine on you Crazy Diamond. Si intrufolò ad Abbey Road senza che nessuno lo riconoscesse; era infatti quasi irriconoscibile, con i capelli e le sopracciglia rasati a zero. Ma poi fu riconosciuto e i musicisti parlarono tra di loro, anche se non si è mai saputo che cosa si dissero in quell’occasione. Pare che Roger Waters gli abbia chiesto un parere su quanto aveva ascoltato, senza avere però una risposta chiara. In quel periodo, i Pink Floyd già camminavano sulle uova: inizialmente, ma già dopo la fuoriuscita di Barrett dalla band, avevano faticato non poco a trovare la propria strada e il proprio stile, che andava oltre il semplice pop degli esordi. E dopo il grandissimo successo (che dura tuttora) di The dark side of the moon (1973) loro stessi avevano un po’ stentato ancora una volta a re-ingranare, forse travolti da quel successo che li avrebbe poi condotti alla realizzazione di The wall nel 1979. Il risultato del “dopo-Dark Side” fu Wish you were here, cui fecero seguito tre album: Animals (1977), il già citato The Wall (1979) e The Final Cut (1983) due dei quali non furono – il primo e il terzo – pienamente compresi da critica e pubblico. Soprattutto The Final Cut fu al centro di polemiche per l’allontanamento di Richard Wright: lo strapotere di Waters (già preponderante in The Wall) era diventato insostenibile e infatti la sua avventura con i Floyd finì di lì a poco. Con una curiosità: nell’edizione su vinile The Final Cut (almeno in Italia…) fu pubblicato come “Pink Floyd”, mentre la versione CD era firmata “Roger Waters & Pink Floyd”. Il che la dice lunga sulla situazione…

Ecco come si presentò Syd Barrett, a dir poco irriconoscibile, ingrassato e rasato, ai Pink Floyd negli Abbey Road Studios nel 1975, mentre erano impegnati a registrare Wish you were here. Fu Nick Mason, il batterista della band, a scattare questa foto.

Ma torniamo indietro, per confrontare due periodi della band neanche molto distanti nel tempo (1967, ancora con Syd Barrett, e 1971, quando egli era già uscito) ma decisamente lontani tra di loro per quanto riguarda lo stile e la situazione storica, pur non avendo ancora i Pink Floyd centrato il bersaglio. Come riferimento usiamo due lunghe suite della band: Interstellar overdrive ed Echoes.

Il periodo del primo pezzo (uscito nel primo album in studio The Piper at the Gates of Dawn) riflette senza alcun dubbio un certo periodo storico, la corsa allo spazio e la psichedelia. Il brano è una delle prime sperimentazioni strumentali del gruppo. L’idea iniziale pare sia nata dal canticchiare da parte del manager Peter Jenner di un brano; Barrett iniziò a seguire il canto di Jenner improvvisando sulla chitarra e sviluppando poi il tema che sarebbe diventato il riff principale di Interstellar Overdrive. Il pezzo registrato nell’album ha una durata di 9’41” e ironicamente si usa dire che i Pink Floyd non l’abbiano mai suonato due volte allo stesso modo; questo anche perché era una tela perfetta sulla quale dipingere e modificare sezioni diverse. Restano storiche alcune delle registrazioni live fatte dalla band anche al mitico Ufo Club di Londra, alcune delle quali superavano abbondantemente i 20’ e non erano certo di facile ascolto. La formazione a quel tempo era la Mark I: Syd Barrett (chitarra), Roger Waters (basso), Rick Wright (organo, pianoforte) e Nick Mason (batteria).

L’unica cosa che hanno in comune i due brani era la durata, essendo anche Echoes una vera e propria suite di 23’31” (almeno quella pubblicata in Meddle). Ma l’aria che si respira è totalmente diversa: spenti ormai i fuochi psichedelici, i Pink Floyd (con già David Gilmour in pianta stabile) si muovono comunque nell’ambito della sperimentazione, ma con un filo un po’ più preciso a tracciare la strada, melodie un po’ più comprensibili anche alle persone comuni e un’intensità che (oggi) ci fa capire il percorso che li avrebbe portati a Obscured by the Clouds (1972) e poi, finalmente, a The Dark Side of the Moon nel 1973. Molto probabilmente una delle versioni migliori di Echoes fu quella registrata nella pietra miliare Live at Pompeii del 1972. In questo brano le influenze di Barrett nella composizione, che erano rimaste per quanto in trasparenza, si sono ormai perse e disperse e i Pink Floyd stavano ormai assumendo una propria e peculiare personalità artistica.

Oltre ad essere un geniale musicista, Syd Barrett fu anche un valente pittore, come si vede in questo suo acquarello risalente al 1963, dal titolo “Fiori secchi”, battuto lo scorso anno durante un’asta londinese.

A Syd Barrett purtroppo non è stata mai riconosciuta una personalità artistica specifica e indipendente. Negli anni è rimasto sempre “l’ex Pink Floyd”. A testimonianza di ciò, nonostante le sue idee abbiano contribuito a creare generi musicali ricercati e importanti, nel 1996 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame proprio come “membro dei Pink Floyd”. Ma meriterebbe assai maggiore considerazione non solo da parte dei fautori dei Pink Floyd, ma anche da parte di tutti gli appassionati di musica in generale. Bisognerebbe capire che anche le più piccole boutades dell’artista non furono semplici e sconclusionate trovate estemporanee, ma nacquero in un ecosistema artistico geniale e portate a terra da una profonda conoscenza dell’arte in senso lato. Certo, se sei abituato ad ascoltare canzonette prevedibilissime, con quattro (o meno) accordi in 4/4 e una melodia semplice semplice, allora sarà dura che la visione di un Syd Barrett possa trovare spazio. Se invece si lascia germinare la sua genialità si potranno veder crescere amplissimi prati. Con una particolarità: il verde dell’erba non sarà mai uniforme, ma assumerà sfumature che un tempo non pensavamo neppure esistessero. Syd Barrett non è stato (solo) il fondatore di una delle formazioni più innovative (ma non sempre) del panorama mondiale, ma il suo creatore, colui che ha saputo mettere il seme che poi, col passare degli anni e l’attenta cura degli altri componenti, è germogliato in una pianta di valore inestimabile.

Una discografia minimale per affrontare il percorso legato a Barrett? Può essere composta da album (imprescindibile ovviamente The Piper at the Gates of Dawn) ma anche di singoli (il già citato Arnold Layne, ma anche Candy and a Currant Bun, See Emily Play, The Scarecrow o Apples and Oranges) così come la stessa Interstellar Overdrive nelle sue innumerevoli incarnazioni, che ben dimostrano l’evoluzione (e l’involuzione) dell’artista. Gli album solisti di Barrett, come già detto, furono solo due: The Madcap Laughs e Barrett, entrambi del 1970, ma è soprattutto il primo la chiave per aprire la porta ed entrare nel suo variopinto universo. Questa consapevolezza ci farà guardare a tutto il periodo Pink Floyd “pre-Dark Side” in una maniera assai diversa, comprendendo il percorso che la band ha fatto negli anni.

A vent’anni dalla scomparsa di Syd Barrett, e a poco più di cinquanta dal suo ritiro artistico, non possiamo non rivalutare la sua geniale scintilla creativa. Per collocarlo in un posto acconcio nel firmamento artistico.

Stefano Rossi

pubblicato nel numero GRooVE back magazine n.007/26 e il link al sito:

https://www.referencemusicstore.com/collections/groove-back-magazine 

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