Il nostro collaboratore Riccardo Mozzi ci presenta un componente distribuito da Acustica Applicata di Lucca e che rappresenta un passo decisivo per ottimizzare la sala dove viene ospitata la catena audio. La sua testimonianza non mancherà di suscitare polemiche, soprattutto tra coloro che non credono all’efficacia di un tale sistema correttivo

Una doverosa premessa

Oramai sono oltre tre decenni che scribacchiamo le nostre farneticazioni inerenti alla musica e agli apparati destinati alla sua riproduzione e, tra parentesi, forse sarebbe anche il caso che ci dessimo un taglio… E in tutti questi anni ci siamo accorti che in quasi tutte le recensioni effettuate avevamo citato l’acustica della stanza d’ascolto e la sua immane importanza al fine del raggiungimento di un risultato finale congruente con i soldi spesi nell’hardware e nel software… Il trascurare un corretto montaggio dell’impianto all’interno di una sala d’ascolto è come pensare di rimontare un orologio da polso con gli attrezzi di una autofficina: inutile avere speso denaro negli accessori (e nei componenti fondamentali) se poi la potenziale capacità di risoluzione del sistema rimane mortificata da un ambiente in cui non siano state controllate le risonanze e le riflessioni…

La particolare configurazione del correttore acustico Halifax, con l’originale “tegolo deviatore” posto all’interno del cilindro.

Il risuonatore variabile Halifax

Agli inizi degli anni Novanta ho avuto la fortuna di conoscere i ragazzi di Acustica Applicata e di andare ad ascoltare i vari sistemi di ascolto realizzati nella provincia di Lucca dove risiedo; sono stato fortunato perché, per una serie di circostanze, ho iniziato anch’io, sotto la loro illuminata guida, a installare nella mia stanza di ascolto i famosi Tube Traps (ho conosciuto personalmente anche il loro progettista, l’ingegner Noxon… ), strumenti di controllo formidabili rispetto a quanto veniva impiegato abitualmente per il trattamento acustico di un ambiente domestico (e non) di ascolto: in realtà, si trattava di “risuonatori variabili” ante litteram, dove le uniche “variabilità” erano costituite dal loro posizionamento e dalla loro rotazione: un passo in avanti tuttavia gigantesco rispetto ai soliti pannelli che venivano posizionati alle pareti una volta per tutte… A questo riguardo, intendo subito polemizzare con chi crede che, una volta montati alcuni correttori in sala, si possa essere “a posto” per sempre, anche nel caso di movimentazione o, peggio, sostituzione dei diffusori; mah… Sia ben chiaro: non è così!

Poi sono arrivati i DAAD, di cui ho ancora qualche esemplare della primissima serie in saletta: più versatili dei Tube Traps, i DAAD consentivano anche un loro uso massivo senza incorrere nel pericolo di una “mortificazione” delle emissioni sonore: in altre parole, un eccesso di Tube Traps rendeva il suono un poco “morto”, senza anima, seppur con un soundstage credibile e musicisti a fuoco. In seguito, è arrivato lo Studio DAAD che, oltre al posizionamento e alla rotazione, consentiva anche una regolazione in altezza: il primo posizionamento previsto da chi vi scrive rimaneva al centro, a ridosso della colonna centrale di DAAD “appoggiati” alla parete posteriore; poi, grazie ai ragazzi di Acustica Applicata e agli amici “ben udenti” lo Studio DAAD “si mosse”, posizionandosi tra i due diffusori! Il risultato fu così “impressionante” che fui costretto a scriverne un articolo…!

L’effetto scenografico che ne deriva è, dal punto di vista visivo, alquanto invasivo: si ascoltano i musicisti in posizione centrale “coperti” dal punto di vista ottico (non certamente da quello acustico…) da quel benedetto aggeggio: ma il risultato per quanto riguarda il miglioramento della ricostruzione scenica è stupefacente, considerando anche il “costo zero” della modifica apportata…: le differenze sono notevolissime e si estendono un poco verso tutte le caratteristiche della riproduzione: viene da pensare una volta di più a quegli “idiofili” che continuano a spendere denaro per l’acquisto di amplificatori ciclopici o macchinari digitali che possono “rifinire” qualche parametro, ignorando quanto sarebbe possibile ottenere con un trattamento acustico, anche minimale, della propria sala di ascolto.

Agli “idiofili” duri e puri piacciono le certezze: un bel macchinario, preferibilmente costoso, della famosa marca X, che magari ha ottenuto anche una lusinghiera recensione sulle “solite” riviste…: già, perché l’“idiofilo” è un animale insicuro, che ha bisogno di certezze; e l’inserimento di un “clock” che affianca un DAC (naturalmente ex-demo, sennò come si fa a illudersi di aver fatto un affare…?!?) gli dona maggior certezza nell’ottenimento del risultato rispetto a un qualsiasi correttore acustico. Gioverebbe poi indagare quanto sia possibile apprezzare il miglioramento in una sala piena di melma sonora, ma questo è un altro discorso… Un correttore acustico, invece, di certezze ne dà poche (a meno, come vedremo, di questo benedetto Halifax): occorre portarlo su e posizionarlo, alzarlo, abbassarlo, ruotarlo, magari fino a perdere il bandolo della matassa; in altri termini, un correttore acustico richiede umiltà e pazienza, richiede un lavoro di taratura da fare magari con l’aiuto di qualche amico critico; ma il risultato finale è un’altra faccenda, credetemi sulla parola!

Un’altra sala d’ascolto nella quale è stato posizionato l’Halifax.

Proseguiamo nel nostro racconto: un’ulteriore evoluzione dei correttori acustici si rende necessaria per via dell’inserimento di nuovi parametri da controllare: nel caso dell’Halifax è possibile variare il “punto di intervento” del risuonatore nel suo complesso variando il posizionamento (la lunghezza…) del tubo di accordo inferiore; un’altra possibilità ancora risiede nel “tegolo deviatore” (che ricorda un poco la valvola di certi carburatori e corpi farfallati), un meccanismo che agisce maggiormente sulle frequenze medie e su quelle alte piuttosto che sulle basse.

Eccolo qua, finalmente in saletta, pronto per essere ascoltato: prima del posizionamento è stato necessario (giustamente) leggere le note di Acustica Applicata che intelligentemente paragona la sala di ascolto a una piscina (più o meno rettangolare) e i diffusori alla perturbazione creata da pietre che vengono gettate dall’alto in corrispondenza della posizione dei diffusori: il punto di maggior perturbazione delle onde (sonore) risiede quindi innanzitutto a metà della linea che congiunge i diffusori stessi, ove si suggerisce di posizionare l’Halifax; ma in seconda battuta sarà da prestare la necessaria attenzione anche al punto della parete laterale più vicino al diffusore e ai punti sulla parete posteriore vicino agli altoparlanti.

Bene, questo è solo l’inizio perché, tenta e ritenta (grazie alla collaborazione di un fido amico/critico), si è deciso di avvicinare un poco l’Halifax alla parete posteriore, spostandolo circa trenta centimetri rispetto alla posizione baricentrica nel quale era stato collocato all’inizio delle sedute di ascolto; e questo è stato solamente il primo step, perché in seguito abbiamo cominciato a “traslare” il tubo di accordo inferiore più o meno all’interno del risuonatore stesso: al riguardo, non esiste una regola generale e bisognerebbe cercare di ottenere un equilibrio che, al di là del controllo delle risonanze, costituisca anche il miglior risultato “soggettivo”, nel senso che questo tubo può costituire davvero una specie di “controllo di volume” del centro dell’immagine e la sua potenziale emissione potrebbe anche rientrare nelle preferenze personali dell’ascoltatore. Per esempio, a me piace una scena profonda, magari con i musicisti non perfettamente “vivi”, ma che stanno un paio di metri “al di là” della parete posteriore; ad altri, invece, potrebbe piacere un suono un poco più “monitor”, con gli esecutori di fronte a noi, ben vividi sulla scena: un risultato, questo, che si poteva ottenere semplicemente ruotando lo Studio DAAD di 180°… Le possibilità dell’Halifax sono assai superiori, ma richiedono più pazienza prima di riuscire a capire bene in quale direzione si stia andando modificando le regolazioni dello stesso risuonatore.

Il passo ancora successivo, dopo aver tentato una prima regolazione dell’Halifax, è stato quello di “accordare” il resto del trattamento acustico; a noi e ai nostri amici è capitato di dover movimentare anche in modo cospicuo le colonne degli altri risuonatori per “amalgamarsi acusticamente” al marcato intervento dell’Halifax che prende il posto di “re del trattamento acustico” succedendo all’amato Studio DAAD.

Ora, dopo tante chiacchere vediamo un poco cosa è successo in seguito all’inserimento di Halifax: debbo riconoscere, superbamente, che già con lo Studio DAAD il risultato ottenuto in saletta era di buon livello, con i diffusori completamente avulsi dalla scena sonora e i vari esecutori ben stagliati sul palco; dopo aver posizionato l’Halifax al centro del palcoscenico immaginario la sensazione di “velatura ottica” magicamente scompare grazie all’altezza limitata e alla trasparenza ottica (è realizzato in plexiglas…); sarà pure autosuggestione, ma adesso “vediamo” meglio i protagonisti che occupano la porzione centrale dello scenario e il bello è che questa sensazione sembra trasmettersi anche lateralmente, fino ad oltre l’interasse fisico dei diffusori: ora è tutto a fuoco, delineato in modo parossistico, con le voci che risultano della larghezza naturale di una bocca anche se relegate lateralmente alla scena.

Tutte le caratteristiche della riproduzione sonora (dettaglio, ricostruzione scenica, dinamica ecc.) sembrano aver subito uno spintone in avanti: grazie all’amplificazione Spectral (che è già “abbastanza veloce” di suo…) è possibile apprezzare quanto sia ancora più “istantaneo” il tempo di salita di un transiente musicale; così come la sua eventuale discesa, caratteristiche che in una parola si riassumono in timing; l’emissione sonora presenta quindi un’altra nota di naturalità che precedentemente era un poco meno accentuata; e, con dispiacere dei “digitalisti”, tale caratteristica risulta più evidente con un disco analogico… Al riguardo, verrebbe voglia di alzare sempre di più il volume grazie alla diminuita “distorsione globale”; è incredibile come, con tanta pazienza e un poco di esperienza, si riesca a raggiungere un risultato davvero paragonabile a una esperienza mistica (e non esagero: venite a trovarmi, o, meglio ancora, andate a trovare il mio amico/critico del quale posso semmai fornire ai diretti interessati i ragguagli e le informazioni per andare a visitare la sua sala d’ascolto… ). Già, a proposito di questo mio amico/critico: la sua sala ha proporzioni auree: vedo già qualcuno che alza il sopracciglio, errando; invito gli scettici a informarsi un poco sul numero aureo e sulle sue caratteristiche, particolari che potete esaminare in dettaglio nel mio articolo che segue…

Insomma, il volume d’aria a disposizione dei musicisti è assai maggiore; la scena, come detto, acquista vitalità e la dinamica riprende forza e vigore; parrebbe che anche il volume sonoro riproducibile sia più elevato e della qual cosa ne abbiamo avuto conferma dalla temperatura raggiunta dal finale, chiamato a riempire e a delineare tutti i piani sonori presenti dietro i diffusori.

L’equilibrio timbrico dell’intero sistema, di cui parlo alla fine di quest’analisi, è forse la caratteristica che risente maggiormente dell’inserimento dell’Halifax, in special modo all’interno di sale d’ascolto con un trattamento acustico minimale o, addirittura, inesistente: il controllo delle frequenze di risonanza ottenuto da questo risuonatore è, come detto, straordinario e presumibilmente lo scopo primario nella progettazione di questo sistema. Il lavoro a larga banda di questi risuonatori variabili è tale che l’intervento risulta essere decisivo a livello delle frequenze depresse: vengono controllate le “melme sonore” e vengono esaltate le emissioni “corrette” dei driver; nel caso delle nostre Eidolon, a volte un poco troppo “generose” in una certa gamma ristretta (esaltazione dovuta presumibilmente alla geometria della stanza e dal posizionamento dei diffusori entro la stessa) tutto si riequilibra, con un risultato finale di grande impatto che fa mettere da parte la malsana idea dell’inserimento di un eventuale subwoofer…

Ancora il correttore acustico Halifax inserito in una sala d’ascolto. Come suggerisce il nostro collaboratore, per ottenere un risultato ottimale bisogna tarare con attenzione e pazienza il suo posizionamento.

Conclusioni

Il prezzo di listino dell’Halifax è esattamente di 2.074 euro: non pochi, è vero, ma il miglioramento prestazionale ottenibile è enormemente superiore a quello consentito dallo stesso importo speso in un “accessorio” o in un cavo di collegamento; non credo che sia necessario aggiungere altro.

Riccardo Mozzi

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.001/26 di AUDIOPHILE Hi-Fi Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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