In questa intervista esclusiva per la nostra rivista, l’ex chitarrista dei Genesis si confida e spiega come riesce ancora ad essere in piena attività, rimettendo mano ai progetti passati e scrivendo nuova musica, sempre sul filo di una “classicità” alla quale non intende mai rinunciare
La carriera artistica di Steve Hackett, legata molto spesso alla sua vita privata, si può sommariamente dividere in quattro periodi: il primo, dopo gli esordi (con i Quiet World nel 1970), è quello con i Genesis. Quattro album in studio con la formazione che comprendeva anche Peter Gabriel, due con Phil Collins alla voce. Più una manciata di album dal vivo (Genesis live e Seconds Out i più importanti del periodo). Nel frattempo, aveva iniziato a muoversi anche come solista, con Voyage of the Acolyte (1975). E siamo al secondo periodo, quello solista degli esordi, con buon successo di pubblico, quando ancora il prog era sulla cresta dell’onda, fino ai primi anni Ottanta. Fulcro di questo momento sono Please Don’t Touch (1978), Spectral Mornings (1979) e Defector (1980). Poi si registra un momento di calo: l’onda lunga del prog si sta spegnendo (e il new prog non si è ancora sviluppato) e il Nostro è sempre stato coerente con il proprio stile, pubblicando quasi ogni uno o due anni un album; finché, dopo l’abbandono delle scene dei Genesis (la band è tornata in tour solo un paio di volte negli ultimi vent’anni), Hackett si rese conto di essere rimasto l’ultimo depositario attivo della musiche della band. La scintilla scoccò con l’uscita di Genesis Revisited II e da lì in poi le esibizioni del chitarrista con la sua band videro un crescendo di pubblico, con scalette dedicate in parte alla sua musica, in parte a quella dei Genesis.
Steve Hackett è realmente quello che gli inglesi definiscono un gentleman: nelle diverse occasioni in cui ho avuto a che fare direttamente con lui ne ho avuto piena conferma, dalla prima, primissima intervista a Schio (in provincia di Vicenza) in occasione di un concerto acustico, all’incontro a Verona (ospite al Teatro Romano, dopo le prove la band vicentina The Prage, che aveva scelto per il Premio della Critica della rassegna “Vicenz@NetMusic” de Il Giornale di Vicenza) fino alla disponibilità a settembre, dopo la tranche italiana della sua tournée 2025, per una chiacchierata che mette a fuoco la sua carriera.
Una curiosità prima di tutto. Nell’ultimo album in studio con i Genesis, Wind & Wuthering, c’è un brano, All in a mouse’s night che racconta di un topolino in fuga da un gatto. Alla fine, il felino racconta di un «monster mouse, ten feet tall». Non è che avevate visto un cartone animato di Tom & Jerry nel quale il gatto scambia un canguro per un enorme topo…?
È un brano di Tony, una specie di canzone comica, in realtà. Può darsi. Un tempo, con i Genesis, eravamo influenzati anche dai cartoni animati. Ad esempio, prendi un po’ della musica di Selling England by the pound: alla fine di Dancing with the moonlit knight avevamo una sezione che chiamavamo “Disney”. Non ricordo perché l’avevamo chiamata così, ma era una jam session, ogni volta sempre diversa. Erano due accordi ripetuti, sui quali tutti improvvisavano. Era un bellissimo piccolo pezzo di musica. Penso che per poco non l’abbiamo inserita anche nell’album. A quel tempo, eravamo pronti a sperimentare e permettere a queste cose di accadere.
Veniamo al presente, al concerto di Vicenza. La scaletta era la storia a ritroso; da The circus and the nightwhale all’indietro nel tempo.
Sì, è assolutamente un viaggio indietro nel tempo. I miei concerti di solito iniziano proprio con pezzi più contemporanei. Per poi andare a ritroso nella mia carriera e, nella seconda parte, arrivare – almeno in questo periodo – alla celebrazione del passato di The lamb lies down on Broadway dei Genesis.
Il pubblico vuole ancora la musica dei Genesis?
Sì, c’è ancora un enorme interesse per tutto questo. In particolare, ovviamente, al momento per The lamb, per celebrarne i cinquant’anni. Proprio in questi giorni andrò ad ascoltare il nuovo mix Atmos dell’originale. E avrei anche voglia di vedere i ragazzi, chiunque della band si presenti. Chiunque stia abbastanza bene da presentarsi. Sarà molto interessante per me e spero che si riescano a cogliere i dettagli extra che so che ci sono nella registrazione originale, un sacco di dettagli di chitarra e percussioni che non sono finora venuti fuori. Faccio molte nuove registrazioni di pezzi dei Genesis. Proprio stamattina stavo ascoltando una versione di The chamber of 32 doors che ho registrato con Nad Sylvan, con veri archi. Molto interessante per come è venuta. Suona un po’ come l’originale ma un po’ meglio, perché gli strumenti sono veri, le chitarre sono al loro posto, ci sono dettagli in più. Penso che ci siano altri dettagli in brani registrati dal vivo o in studio, perché ho sempre pensato che i Genesis fossero pieni di potenziale. Avevamo uno spirito molto classico.
Nel 1975 Steve Hackett era in mezzo tra l’incudine Tony Banks e il martello Peter Gabriel. Era così?
Penso che sia stata una specie di competizione tra due grandi musicisti. Voglio dire, adoro il lavoro che hanno fatto entrambi. Ma penso che l’album The lamb lies down on Broadway rifletta la competizione tra loro due.
Parliamo dell’ultimo Hackett. È diverso…?
Beh, mi piace pensare che sia diverso. Inoltre, sto anche lavorando a nuovi pezzi in questo momento. Per me fare nuova musica è estremamente importante. Si può onorare il passato. Si può rivisitarlo, si può creare un museo. Si può dargli un’orchestra, si può dargli un’atmosfera diversa, si può suonare con la Filarmonica di Berlino, se si vuole, ma è comunque un’interpretazione di musica che magari ha cinquant’anni. Ogni giorno, mi spingo ad essere migliore, come tecnica nel suonare, ma anche nella mia capacità di cantare e di scrivere, comporre nuova musica. È un po’ come un arazzo. C’è quest’area e c’è anche quell’altra. Ma la trama dell’intero tessuto non è ancora finita. Molti decidono di abbandonare la musica, o ritirarsi. La vita li manda in pensione per qualche motivo. Io penso a rinvigorire, le idee sono molto importanti per mantenersi vivo. Voglio aspettarmi quelle idee. Alcune delle nuove cose suonano fantastiche, devo dire. E alcune di queste le ho scritte con altre persone. A volte le rivisito. Le mie influenze musicali risalgono anche al 1500 e al 1600. Albinoni e altri, ad esempio Enrique Granados. Compositori che penso si adattino molto al carattere della chitarra classica o di quella con corde in nylon. Ad esempio, quando ho ripreso The chamber of 32 doors, su Genesis Revisited II, ho iniziato con la chitarra classica. Per dargli una diversa sonorità all’inizio. Quasi come viaggiare attraverso le epoche molto, molto velocemente. Un tocco di classe, questa è la parola che cercavo. E poi abbiamo l’orchestra, avanti e indietro.
A chiudere il primo tempo del concerto è stata Shadow of the Hierophant, un brano che colpisce, commuove…
Oh, sì. Fu scartata dai Genesis, per i quali era stata composta originariamente nel 1972. E poi è cresciuta. Avremmo potuto… farne una versione quella volta, ma sono contento di non averlo fatto, perché non sarebbe stata fatta proprio così come la mia, un crescendo come una lenta costruzione. Sarebbe stata qualsiasi cosa la band ne avesse fatto in quel momento. Ma ci vuole tempo per arrivare a qualcosa di quelle proporzioni. È probabilmente il brano che mi va più a genio di tutto quello che ho mai fatto, quindi è diventato davvero straordinario. Ha qualcosa di Beethoven, ha qualcosa di Ravel, ha qualcosa dei Beatles. La ripetizione e il crescendo, queste sono idee classiche. Mostra la rilevanza del pensiero classico su qualcosa che è contemporaneo.
Per quanto riguarda la sezione dedicata a The lamb c’erano due canzoni che non poteva non suonare. Quella omonima d’apertura del disco e The Carpet Crawlers. Gli altri brani eseguiti sono forse più vicini a Steve Hackett, giusto? The Chamber of 32 doors e The Lamia per citarne un paio. Tra l’altro un’esecuzione meravigliosa.
Sì, è una canzone bellissima, ha un testo bellissimo, bellissimo. E di nuovo, cambiando. Col passare del tempo, la suono in modo diverso. Ho sempre faticato con The Lamia, per trovare la pertinenza della chitarra al suo interno. Qualcosa che considero come un dipinto preraffaellita o una poesia vittoriana. È molto, molto britannica. Ma, allo stesso tempo, è qualcosa che penso parli a un pubblico latino. È una canzone meravigliosa, che ha poco a che fare con il rock and roll. A volte penso che avrebbero potuto farla i Procol Harum: penso che sia il gruppo che più di ogni altro è parallelo ai Genesis, con l’uso di modi classici, orchestra, invenzioni e storie. E dire che avevo appena conosciuto Gary Brooker [colui che ha fondato i Procol Harum, N.d.A.]. Poco prima che arrivasse il Covid eravamo in contatto, dovevamo organizzare un incontro quell’estate e poi è arrivato il Covid. E quindi non siamo riusciti a passare del tempo assieme. Mi era stato chiesto di scrivere qualcosa con lui o per lui, e io ho pensato… sì, mi piacerebbe molto. Ho capito che forse stavamo vivendo alcune delle stesse avventure sonore. Tra l’altro, so che Tony Banks amava molto l’album A Salty Dog e si sente l’influenza del suo lavoro su quell’album, sui Genesis del 1972. Ha un’influenza dei Procol Harum, se la cerchi puoi trovarla. Di quel gruppo mi piacevano non sempre le canzoni più conosciute. Ma ci sono delle gemme da riscoprire. Penso che se mai facessi un album di successi progressive, includerei The Wreck of the Hesperus, perché è una canzone bellissima di A Salty Dog, così come la title track. Queste sono le canzoni, credo, che hanno influenzato i Genesis. Tony, in particolare.
Arriviamo a parlare di Roger King. Venticinque anni assieme… E non era solo un esecutore. Un amico?
Assolutamente. E anche arrangiatore, compositore, insegnante. Tante, tante cose. E adesso, non so cosa voglia fare. Bisognerebbe chiederlo a lui, si dovrebbe parlargli per scoprirlo. Cosa intende fare non lo so ancora con esattezza. Ma per me è l’opportunità di lavorare con altre persone e riaffermare il mio impegno per la musica. Abbiamo avuto tante belle avventure musicali insieme. Penso che ora voglia passare più tempo con la famiglia. E non avere il grande impegno per tutto quel lavoro dal vivo e discografico. Perché io sono instancabile. Ho lavorato senza sosta. Faccio album senza sosta. E non voglio sentirmi come se gli stessi succhiando la linfa vitale. I giorni che passiamo a casa sono pochi, molto spesso sono pieni di impegni. Mia moglie Jo ed io ne stavamo parlando qualche giorno fa. Quando pubblichiamo le foto del blog e tutto il resto, sui social, sembrano… le avventure di James Bond, a visitare ogni parte del mondo. Ma nella maggior parte di quei posti stiamo lavorando e cerchiamo stimoli che possiamo usare. Ho trasformato in musica luoghi, sensazioni, libri e si continua. La nostra produzione sembra aumentare. Di continuo. Conosco così tante persone che sono in pensione. Per me, finché tutto funziona bene ancora, le orecchie funzionano, le mani funzionano, il cervello funziona, il mio cuore funziona… Il mio amore per la musica non diminuisce mai.
Ha citato sua moglie Jo Lehmann. È stata la tua salvezza…
Sì, è fantastica. Lei è stata la mia rinascita, credo di sì. Jo ha avuto un effetto simile a quello di una fenice.
Out of the tunnel mouth, citando un album…
Sì, è stata una rinascita, una vera e propria fiamma purificatrice. È proprio così, glielo dico ogni giorno.
E il rapporto col resto del mondo?
Non possiamo accontentare tutti, è il lato negativo del raggiungere un certo livello di… non voglio usare la parola fama, ma aspettativa. Non possiamo essere tutto per tutti, sempre. Dobbiamo distribuire il tempo. Voglio dire, ho delle persone in famiglia che stanno attraversando grandi difficoltà fisiche proprio in questo momento e vorrei far loro visita, passare del tempo con loro, aiutarli. Sono preoccupato per mia madre e per il mio patrigno, al momento. Me ne sono reso conto proprio come tutti gli altri. Arriva un momento in cui non puoi essere disponibile sempre e per tutti. È impossibile.
Un nuovo album…?
Sì, siamo forse a metà e non vedo l’ora che la gente possa ascoltarlo, perché… mi commuove. Penso che potrebbe essere il mio migliore finora. L’energia continua ad arrivare, l’energia, l’energia, l’energia. È piuttosto straordinario, come sta andando in questo momento. Scriviamo ed è un vero e proprio turbine, un maelstrom.
Una vita impegnativa…
Sì, è pazzesco. Una vita pazzesca. Ho una vita pazzesca. Una vita folle, ma anche meravigliosa. È una vita meravigliosa e folle.
L’Italia è la seconda patria?
Penso di sì. Sono da sempre affascinato da Roma e dall’Italia. Ogni posto in Italia è interessante. Penso davvero che sia il miglior Paese del mondo. Ha così tanto. Ad esempio, l’ultimo posto in cui siamo stati a suonare, Agrigento, è estremamente interessante. Perché l’Italia non è un solo Paese. L’Italia è un mix di molte culture, un incontro di diversi popoli. I Greci, la loro influenza nel Sud. E confesso che ho scoperto solo di recente l’influenza spagnola. Non ne so molto, ma si rivelerà col tempo, lo studierò. E poi i Fenici…
Beh, quando deciderà per la pensione potrebbe venire in Italia…
Sarebbe una bella idea!
Il concerto di Steve Hackett a Vicenza: quando avere 75 anni e non sentirli
La serata del concerto di Steve Hackett a Vicenza del 3 settembre scorso è stata emblematica del percorso attuale del musicista. La scaletta ha ripercorso al contrario la sua carriera, con il primo tempo che è iniziato dall’ultimo album The Circus and the Nightwhale del 2024 per arrivare a Voyage of the Acolyte del 1975, mentre la seconda parte è stata dedicata ai Genesis e a The lamb lies down on Broadway, album d’addio di Peter Gabriel, del quale ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario. La scelta dei pezzi non è stata casuale: l’artista non poteva non suonare The lamb lies down on Broadway e The carpet crawlers; ma poi le sue vere scelte sono state per Fly on a windshield, Hairless heart, The chamber of 32 doors, Lilywhite Lilith, The Lamia e It.
Chiusura di lusso, prima dei bis, con «a short song», come Hackett ha testualmente definito la leggendaria suite Supper’s ready. E prima del vero sipario non poteva non presentare il suo cavallo di battaglia, Firth of Fifth e, dopo un drum solo, Los Endos.
Steve Hackett ormai lo abbiamo visto molte volte, sia dal vivo che in live registrati e riproposti in audio e video; in quest’occasione abbiamo visto un musicista rilassato e tranquillo, forse a tratti un po’ distaccato. Forse finalmente si è riavvicinato con passione alla propria carriera solista: la prima parte del concerto, dedicata appunto ai suoi brani, è stata probabilmente la migliore, chiusa da una versione potentissima di Shadow of the Hierophant. Anche il secondo set non ha tradito le aspettative, con la vetta raggiunta con The Lamia.
Per il futuro prossimo restano due recriminazioni: l’addio del tastierista Roger King, compagno di mille avventure negli ultimi venticinque anni, che forse non ce la fa più a reggere i ritmi di un (75enne…!) Steve Hackett, che suona in tutto il mondo con ritmi impressionanti; e il fatto che solo nella sezione statunitense del suo tour ci sarà alla batteria un certo Nick D’Virgilio, che ha suonato con Spock’s Beard, con i Genesis stessi e che ora fa parte dei Big Big Train; peccato saremmo stati curiosi di sentirlo con Hackett. In quest’occasione, assieme a lui ci sono stati componenti storici della band come Rob Townsend al sax, flauto, tastiere e percussioni, Nad Sylvan alla voce e il citato Roger King alla tastiere e piano, tutti e tre impeccabili. A completare la line-up Craig Blundell alla batteria, percussioni e voce, e Jonas Reingold al basso e chitarra.
Project Two: un tuffo nostalgico nel passato dei Genesis

Un vero e proprio concept dedicato al mondo dei Genesis: A Genesis Rhapsody. Così l’etichetta Velut Luna presenta il nuovo progetto, dal titolo Project Two, di Marco Lo Muscio che, con due ospiti importanti come Steve Hackett e il fratello John, ripercorre alcune della pagine più belle del periodo d’oro della band.
Dopo il primo Project One, che era quasi un concerto registrato in chiesa e dedicato alla musica contemporanea e prog in generale, Project Two consiste nella reinterpretazione in stile classico e acustico del mondo dei Genesis. Le premesse ci sono tutte: un pianoforte come quello di Lo Muscio, una registrazione perfetta curata da Marco Lincetto con lo splendido Steinway & Sons D274 Concert Grand residente nello studio Magister Recording Area di Preganziol e, infine, la presenza di due ospiti come i fratelli Hackett.
Il disco si apre con Entangled, una gemma dei Genesis post Gabriel (da A trick of the tail, firmata da Steve Hackett e Tony Banks) e poi prosegue con tre brani legati da un sottile filo: il Preludio dalla Suite per violoncello di Bach (arrangiato per piano da Lo Muscio) che sarà la base di Horizons; a seguire le Meditations on Horizons, composizione di Lo Muscio stesso che si basa sul brano dei Genesis (che fu eseguito su Foxtrot dalla sola chitarra di Hackett) inserita però nel ritmo dell’Habanera spagnola molto amata dal chitarrista e, infine, la versione pianistica di Horizons. La prima parte (l’album è reperibile in vinile audiofilo, in CD e in versione “liquida” ad alta risoluzione) si conclude con After the ordeal (da Selling England by the pound) in trio con i fratelli Hackett.
Il lato B dell’album si apre con l’introduzione e la coda di Watcher of the skies (da Foxtrot); si prosegue poi con un Preludio fugato di Lo Muscio basato sulla parte melodica di Firth of Fifth (Selling England by the pound) che fa da introduzione vera e propria al capolavoro classico dei Genesis. Momento intenso con Hairless heart, piccolo capolavoro in The lamb lies down on Broadway, in questo caso registrato in trio con i fratelli Hackett; giustamente grandioso il finale con un altro capolavoro, vale a dire Cinema show (Selling England by the pound).
A Genesis Rhapsody è un titolo quanto mai azzeccato per questo album, curatissimo anche dal punto di vista sonoro. Indispensabile una serata libera, luci soffuse, un impianto di un certo livello. E cercare prima di partire con l’ascolto il volume giusto. Ovvero: quale livello genererebbe un pianoforte a coda nella stanza dove stiamo ascoltando?
Il resto sarà un viaggio intenso in un mondo “genesisiano” riportato alle origini (ricordiamo che le basi dei Genesis sono di stampo classico) da un autore ed esecutore che dimostra di conoscere assai bene non solo la musica della formazione britannica, ma anche il feeling di quei musicisti al momento della creazione dei brani.
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