Su questo numero le nostre proposte discografiche, tra inediti e ristampe, tagliano trasversalmente cinquant’anni di storia della musica improvvisata. Due chitarristi, Julian Lage e John Scofield, apparentemente antitetici e anagraficamente distanti, ma uniti dallo stesso gusto per la ricerca. Tre album dal vivo: uno attuale legato all’ultimo lavoro di Franco D’Andrea, decano dei pianisti italiani, quindi due momenti di storia con un rarissimo concerto di Nana Vasconcelos ristampato dall’italiana Red Records e l’atteso live finlandese di John Coltrane pubblicato dalla label francese The Lost Recordings. Infine, obiettivo puntato sul jazz dell’Est Europa con Max Kochetov
Julian Lage occupa una posizione singolare nel panorama chitarristico contemporaneo, in virtù di una precocità fuori dal comune e di una maturità linguistica acquisita con sorprendente rapidità. La sua versatilità non deriva da un eclettismo superficiale, ma da una solida formazione che gli consente di destreggiarsi con naturalezza fra jazz, repertorio colto, canzone americana e tradizione folk. Nell’ultimo lavoro, Scenes From Above, Lage abbandona deliberatamente la classica gerarchia leader-accompagnatori, scegliendo piuttosto di scandagliare i suoi brani all’interno di un ensemble costruito con l’intento di una reale interazione paritetica: il quartetto comprende il tastierista John Medeski, il contrabbassista Jorge Roeder e il batterista Kenny Wollesen. La struttura compositiva di «Scenes from Above» si regge su una prassi autorale che non prevede rigide distinzioni tra tema e improvvisazione: i nove episodi attraversano un linguaggio in cui la linea melodica attinge a una grammatica jazzistica contemporanea, con riferimenti impliciti a tradizioni afroamericane, ritmi ancestrali e moduli timbrici più ampi, mentre l’interplay diviene principio ordinatore.
In Opal la melodia viene enunciata con notevole impiego di calorie espressive, sostenuta da un tappeto ritmico che sembra terra coltivata, dove ogni figura armonica cresce con naturalezza e senza artifici vistosi. A seguire, Red Elm, che delimita un ambiente più raccolto e misurato, nel quale il quartetto modella un’impalcatura sonora ma che, pur debitore di tessiture jazz tradizionali, si sottrae alla rigidità idiomatica. Con Talking Drum il tessuto ritmico si attiene a un profilo più terreno e corporeo. Qui il nome stesso del componimento allude alla centralità delle percussioni, cui si aggiunge un’interazione fra organo e chitarra che si avvicina all’idea di conversazione amicale con Medeski. Havens espande ulteriormente la gamma espressiva dell’album, al punto che la melodia si dipana in una sintesi di linearità e modulazione, con marcature che suggeriscono un fluire continuo e uno stato di ascolto costante fra i quattro interpreti. Night Shade, lavoro di maggiore ampiezza temporale e profonda intensità armonica, è attraversato da un fraseggio chitarristico che, pur suggerendo inflessioni blues, non si adagia su cliché ma li relativizza tramite decisioni modali e schizzi melodici sospesi. Solid Air conforma un contrasto estetico interessante: l’insieme si muove fra due sezioni, una più «sorprendente», quasi evocativa di paesaggi sonori indefiniti, e l’altra di lento respiro meditativo. Con Ocala il racconto esprime un carattere più metropolitano, nel senso che l’impulso ritmico e la coniugazione fra organo e chitarra evocano una vitalità urbana, con fraseggi che si rincorrono e si rispondono, avvolti da un’armonia calda e modulata. Storyville, nelle intenzioni di Lage, diviene invece un punto di maggiore improvvisazione in situ, in cui gli strumentisti si muovono liberamente fra linee che si avvitano, si accatastano e talora divergono, alimentando un campo magnetico di notevole interazione. Infine, Something More chiude l’album con una sorta di preghiera condivisa: malinconica e intensa, tesa a estrinsecare un desiderio di apertura verso giorni migliori.

Julian Lage – Scenes From Above
LP Blue Note – 00602478932021
L’ultimo lavoro discografico di John Scofield, in duo con Dave Holland, Memories Of Home, pubblicato per l’etichetta ECM Records, rappresenta un ennesimo incontro ravvicinato di primo tipo tra due figure centrate sulla responsabilità collettiva del suono, in cui il contrabbasso e la chitarra vengono posti in relazione diretta, senza la mediazione di altri strumenti, consentendo un’esposizione frontale del pensiero musicale di entrambi. Il titolo dell’album allude a un sentimento di ritorno e di radice emotiva, trovando un riscontro diretto nel repertorio scelto. La registrazione mette in evidenza il contrasto tra la pulsazione incisiva e vibrante del contrabbasso di Holland e la linea chitarristica di Scofield, dove frasi spezzate, scarti ritmici e variazioni accordali si parlano e si rispondono in modo paritetico e fattivo. L’habitat cameristico del duo assegna ai singoli elementi una responsabilità espressiva e strutturale che la scrittura jazzistica convenzionale spesso distribuisce su compagini più ampie. In apertura, Icons At The Fair pone immediatamente in rilievo il rapporto tra memoria ed evoluzione. Il materiale deriva da un riferimento all’arrangiamento di Herbie Hancock di Scarborough Fair, ma non si tratta di semplice citazione: Scofield rielabora le cellule armoniche in un profilo che mantiene la tensione funzionale senza appoggiarsi a soluzioni tonali prevedibili. La gestione del tempo in questa registrazione si situa in un’interzona tra stabilità pulsata e elasticità percettiva. In brani come Meant To Be e Mine Are Blues l’impalcatura metrica non si dissolve, ma viene sospesa e riformulata: gli accenti regolari sono spostati, le frasi ritmiche dilatate o contratte, così che l’ascolto si trova continuamente spostato dal centro di gravità del battito. Suddetta pratica non implica anarchia ritmica, ma piuttosto una ricerca di autonomia delle linee strumentali. In Easy For You, ad esempio, i momenti di sospensione non spezzano il flusso tematico, ma ne ricalibrano i confini, creando una dimensione in cui la tensione non si risolve mai del tutto, ma muta di qualità. In Memorette e in You I Love, la gestione dello spazio e del tempo evidenzia un intervallare fra frase attiva e riflessione, con Scofield che spesso si affida a soluzioni motiviche brevissime, mentre Holland replica o anticipa con una sottile variazione di timbro o di arco, elaborando così una sintassi che privilegia la coerenza e il rinnovamento del materiale tematico. Infine, la title-track Memories Of Home emerge come epifania di un linguaggio condiviso, pur radicandosi in richiami alla musica folk e ai registri bluegrass, riferimenti che Holland ha esplorato in altri contesti. Il risultato non è un omaggio alla tradizione, ma una revisione argomentativa del patrimonio comune, dove la forma emerge dall’interazione stessa, più che da un centro predefinito.

John Scofield & Dave Holland – Memories Of Home
CD ECM Records ECM784 9960
Il doppio album Live del trio guidato da Franco D’Andrea, registrato al Torrione Jazz Club di Ferrara il 21 dicembre 2024, restituisce una testimonianza preziosa della fase più recente del percorso del pianista, ormai giunto a una maturità creativa che non smette di rinnovarsi. La scelta di pubblicare la prima incisione in un club dopo decenni di attività discografica sancisce una dimensione acustica e relazionale che appartiene alla storia più intima del jazz e che D’Andrea aveva lungamente desiderato fissare. L’eco dei suoi ascolti giovanili – i dischi di Bill Evans al Village Vanguard, Eric Dolphy al Five Spot e le pagine di Monk – riaffiora come memoria formativa e come orizzonte estetico, non come citazione, ma piuttosto quale terreno fertile su cui far germinare un linguaggio personale, stratificato e sempre mobile. Il trio con Gabriele Evangelista e Roberto Gatto aveva già delineato nel precedente Something Bluesy And More un territorio di libertà ritmica e intervallare, ma l’ambientazione dal vivo consente ai tre musicisti di ampliare il raggio d’azione, facendo leva su un ascolto reciproco estremamente ricettivo. La scelta del repertorio taglia trasversalmente il blues delle origini, Ellington, Coltrane e alcune pagine fondative del jazz classico. La poetica bluesy che permea l’intero progetto non si placa nel colorare il profilo estetico del trio, ma agisce come principio generativo. In St. Louis Blues e Livery Stable Blues il pianoforte di D’Andrea lavora sulle cellule originarie del materiale, frantumandole e ricomponendole in un flusso che alterna densità poliritmiche e momenti di sospensione in equilibrio instabile. Le pagine più liriche, come Lush Life e Summertime, rivelano un’altra componente della poetica del triunvirato, ossia la versatilità di far emergere, nel tessuto armonico, una dimensione narrativa che non indulge mai nei sentimentalismi. D’Andrea lavora sulle progressioni con un tocco che alterna velature acustiche e improvvise aperture, mentre Evangelista e Gatto modulano la dinamica con una sensibilità quasi cameristica. In A Love Supreme il riferimento coltraniano non viene trattato come icona, ma alla medesima stregua di un impulso, in cui il tema si dissolve in un percorso di variazioni che privilegia la ricerca intervallare e la tensione ascensionale. Il secondo disco amplia ulteriormente il ventaglio delle soluzioni. Nine Bars e Doodlin’ mostrano un gusto per la deformazione strutturale, con incastri ritmici che evocano certe pratiche del jazz europeo più sperimentale, mentre Take The «A» Train e Autumn Leaves vengono ripensate secondo una logica di continua metamorfosi, dove il riconoscibile convive con l’imprevisto. Norwegian Wood e Tenderly chiudono il percorso con una leggerezza che non attenua la complessità del discorso, ma la rende più trasparente, quasi filtrata da una luce obliqua. La natura stessa del progetto – un concerto registrato senza premeditazione – conferisce al doppio album un carattere documentario di rara autenticità. La qualità della ripresa, presso l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, valorizza ogni sfumatura del trio, restituendo la profondità del pianoforte, la presenza materica del contrabbasso e la gamma cromatica della batteria con una chiarezza che non tradisce l’atmosfera del club.

Franco D’Andrea – Live
2CD Parco Della Musica Records – MPR199CD
L’incontro fra Naná Vasconcelos e il trio québécois Mara, fissato su nastro il 14 luglio 1983 presso il PSM Studio di Québec City di Bruce Edwards con la produzione esecutiva di Sergio Veschi per l’etichetta Red Records, appartiene alla storia sommersa di quelle convergenze in cui linguaggi geograficamente distanti trovano un punto di condensazione simbolica. Ntsano, questo il titolo dell’album, documenta una circostanza irripetibile. Il disco rivive, dopo un accurato remastering, nel catalogo Red Records, in una nuova veste grafica su vinile 180 grammi a tiratura limitata, grazie alle prodezze di Marco Pennisi. Strumenti antichi, oggetti rituali, percussioni di ascendenza afrobrasiliana e aerofoni europei convivevano secondo una gerarchia mobile. Il suono, inteso come materia vibrante, prevaleva sulla nozione tradizionale di scrittura; l’atonalità rappresentava il superamento della trascrizione regolata e della simmetria armonica di matrice classica. Gli accordi cessavano di valere quali entità funzionali e si convertivano in scansioni pulsative. Il lato A del vinile, con Gong, Gagaku e Argile, lascia emergere una predilezione per campi armonici dilatati e per una temporalità non teleologica. Gong, firmata da Hébert, dispone il tema in un’aura quasi esoterica, usando il flauto come richiamo, fino all’arrivo del piano che inizia a tracciare le coordinate del procedimento, lasciando quindi che il berimbau e le percussioni minori di Vasconcelos incidano un reticolo pulsante, più evocazione di un rito che un esercizio di stile. Gagaku allude sin dal titolo alla musica di corte giapponese, ma il riferimento non si riduce a citazione esotica; l’organizzazione intervallare privilegia quarte e quinte vuote, generando un’aura arcaizzante entro cui gli strumenti tracciano linee oblique, talvolta microtonali, mentre suoni e battiti si dileguano entro una dimensione quasi mistica. Argile, a firma di Tanguay, distribuisce una componente maggiormente terrigna, dipanandosi come una danza tribale e orgiastica, dove i canadesi insistono su cellule reiterate. Il lato B accentua la dimensione ritmica senza indulgere in facili groove. Ntsano, che dà il titolo al progetto, assume una valenza programmatica e un’aura più narrativa quasi cinematografica; la pulsazione si organizza secondo cicli irregolari e il pianoforte distribuisce accordi quartali che sottraggono al discorso ogni tentazione tonale di stampo tradizionale. Credo propone una meditazione laica, quasi una sauna immersiva, nella quale il clarinetto basso di Bouchard si muove in registro grave, con frasi ampie e scabre. Désormais conclude il percorso con un graduale crescendo, tanto da suggerire che l’esperienza condivisa abbia prodotto una nuova consapevolezza del tempo collettivo. A conti fatti, l’album non vive di una generica spiritualità, categoria spesso inflazionata, ma piuttosto di un pensiero che trae alimento da matrici extraeuropee e le sottopone a una rielaborazione rigorosa.

Mara & Naná Vasconcelos – Ntsano
LP Red Record VPA 171
La pubblicazione in doppio vinile di Live in Finland 1961-1962 restituisce un momento cruciale nella parabola creativa di John Coltrane, quando la sua ricerca linguistica si trovava in una fase di espansione vertiginosa e il sassofono, nelle sue mani, assumeva una fisionomia acustica capace di ridefinire l’intero lessico del jazz moderno. L’apertura con My Favorite Things rivela un terreno sonoro che si rinnova costantemente, grazie a un’alternanza calibrata tra modi maggiori e minori che prolunga le intuizioni di Kind of Blue e le spinge verso una dimensione più estesa, quasi ipnotica. Il soprano di Coltrane, con la sua aura fonica penetrante e luminosa, disegna un percorso che sfrutta la ripetizione come strumento di trasformazione, mentre il pianoforte di Tyner implementa un disegno armonico basato su quarte sovrapposte, generando un ambiente sonoro che sostiene e amplifica la voce del leader. Con la presenza di Dolphy si rafforza la componente di imprevedibilità che arricchisce il tessuto espressivo del gruppo. Il passaggio a Blue Train conduce verso un clima differente, più radicato nella tradizione hard bop, ma attraversato da una vitalità che riflette la fase di transizione in cui Coltrane si trovava. Il suo tenore, con una fisionomia acustica più scura e compatta rispetto al soprano, rievoca la forza delle prime incisioni Blue Note, ma la spinge verso un fraseggio più esteso, sostenuto da un uso del registro grave che conferisce profondità senza mai indulgere in pesantezze. I Want To Talk About You diffonde una dimensione più lirica, in cui il sassofonista affida al tenore una canto che si muove con un’intensità raccolta, quasi meditativa. La melodia, trattata con un rispetto che non rinuncia alla libertà, si sviluppa come un arco continuo, sostenuto da un pianoforte che privilegia accordi ampi, lasciati vibrare, al fine di ingenerare un habitat sonoro che avvolge il solista. Impressions assume il ruolo di cuore pulsante del secondo LP, un laboratorio modale in cui il dorico diventa terreno di esplorazione per un fraseggio proteso verso l’illimitato. La versione finlandese del 1962 rivela un Coltrane ormai proiettato verso la stagione più radicale della sua ricerca, sostenuto dalla solidità di Jimmy Garrison, il cui ruolo nel quartetto storico avrebbe assunto un’importanza crescente. Everytime We Say Goodbye apporta un clima più raccolto, in cui la voce del tenore si staglia con una delicatezza che non rinuncia all’escavazione emotiva. Coltrane affronta il costrutto accordale con un rispetto quasi cameristico, lasciando emergere la purezza del tema prima di avventurarsi in variazioni che mantengono sempre un legame con la materia originaria. Bye Bye Blackbird chiude il percorso con un ritorno a un repertorio che Coltrane aveva condiviso con Miles Davis, ma che qui assume una fisionomia differente. Il tenore si muove con un fare disinibito che non cancella la cantabilità del tema, preferendo una rimodellazione graduale che spinge la melodia verso territori più impervi. Il doppio vinile finlandese restituisce così un Coltrane in piena espansione creativa, versato nel traslare ogni composizione in un campo di possibilità, sostenuto da compagni che condividono la medesima urgenza espressiva. La rimasterizzazione dai nastri analogici permette di cogliere la grana del suono con una nitidezza che valorizza ogni dettaglio, dal respiro del sax soprano alle risonanze del pianoforte, dalle vibrazioni profonde del contrabbasso alle traiettorie percussive di Jones.

John Coltrane – Live In Finland 1961-1962
2LP The Lost Recordings TLR-2504065V
«Foolin’ Myself», edito da A.MA Records, è la nuova prova discografica del sassofonista ucraino Max Kochetov, concepita all’interno di un quartetto rinnovato che segna un ulteriore snodo nel suo percorso artistico. Accanto a lui opera un nucleo strumentale di notevole coesione, nel quale la presenza della pianista Katerina Kochetova assume un ruolo centrale, il cui modus operandi contribuisce a un impianto armonico mobile e variegato e in grado di sostenere tanto le aperture liriche quanto le tensioni più oblique, insieme con il contrabbasso di Hugo Lof e la batteria del giovane Milos Grbatinic. La scelta di affiancare al quartetto una costellazione di ospiti, differenti per ciascun episodio, amplia ulteriormente il ventaglio espressivo. Gli interventi di Samuel Blaser al trombone, Fabrizio Bosso e Ivan Radivojevic alla tromba e Alex Sipiagin al flicorno si inseriscono come variazioni di colore e prospettiva. In apertura, Intro, che funziona come una soglia percettiva, predisponendo l’ascolto a uno stato di attenzione. Il sax soprano si presenta con una linea vagamente retrò, quasi trattenuta, che suggerisce un monologo interiore, mentre il pianoforte disegna campi armonici appena delineati, simili a tratti preliminari su una superficie ancora da definire. Con Tetra il linguaggio mostra i contorni più netti, organizzandosi attorno a cellule melodiche disposte secondo una logica geometrica. Fusion Flow, con la sua aura brunita, si affida a un moto continuo che suggerisce l’idea dell’attraversamento. La scrittura procede per piani sovrapposti, secondo una logica affine a certi montaggi cinematografici che alternano primo piano e campo lungo senza soluzione di continuità. Kirioki, con il suo afflato metropolitano, sposta l’asse verso un registro più obliquo e giocoso, nel quale il materiale melodico viene sottoposto a leggere deformazioni. Il sax soprano insiste su intervalli angolari, mentre l’armonia si colloca su territori meno stabili. Con Sun il discorso si apre a una maggiore ampiezza di respiro, non tanto per un’affermazione tonale esplicita quanto per l’estensione del gesto melodico. La linea del soprano si distende con un lirismo sorvegliato, sostenuta da un pianoforte che lavora su aperture armoniche e risonanze prolungate. Mood punta verso un registro più raccolto, nel quale ogni intervento appare misurato e necessario. Silence non tematizza l’assenza sonora, ma lavora sul valore attivo delle pause, trattate come elementi strutturali. Con R. Dance riemerge una componente corporea, nella quale il ritmo assume una funzione propulsiva senza mai scivolare nell’ostentazione. Terminal 3 evoca un immaginario di transito e sospensione, richiamando luoghi di passaggio nei quali il tempo sembra seguire una logica propria. La conclusione affidata a Outro recupera e trasfigura materiali precedenti, non secondo una logica di chiusura definitiva, bensì come una dissolvenza graduale. Nel loro insieme, questi episodi sonori si dispongono come capitoli di una narrazione sonora coerente, nella quale la scrittura di Kochetov dialoga con suggestioni extramusicali senza mai subordinarsi ad esse, costruendo un percorso che trova nella continuità del racconto e nella precisione esecutiva la propria cifra più riconoscibile.

Max Kochetov Quartet – Foolin’ Myself
CD A.MA Records AMCO48
Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.008/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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