L’editore Adelphi ha pubblicato il testo scritto dall’impresario e cantante bavarese, grande amico del divino Amadé, per l’ultimo capolavoro del compositore salisburghese, aggiungendo due saggi, il primo di Paolo Citati e il secondo di Jurgis Baltrušaitis, nei quali si spiegano quegli elementi e quegli agganci dell’opera che si ricollegano alle pratiche massoniche del tempo

Mai fermarsi alle semplici apparenze, soprattutto quando sono ormai radicate nel tempo. Un tipico esempio, nel mondo dell’opera lirica, è quello che riguarda Die Zauberflöte, l’ultimo, immenso capolavoro teatrale di Wolfgang Amadeus Mozart, con il libretto scritto da un personaggio che avrebbe potuto vivere e operare solo in quel secolo così particolare e, per certi versi, assurdo qual è stato il Settecento, ossia Emanuel Schikaneder. Ormai, anche i sassi sanno che quest’opera è infarcita di elementi occulti, esoterici, più precisamente massonici, visto che sia Mozart, sia Schikaneder furono massoni e fecero parte di due distinte logge, il primo a quella viennese chiamata Zur Wohltätigkeit (Alla beneficenza) divenuta, dopo l’Editto massonico del 1785 voluto dall’imperatore Giuseppe II, Zur neugekrönten Hoffnung (Alla nuova speranza incoronata) e il secondo a quella di Ratisbona denominata Die wachsenden zu den drei Schlüsseln (I crescenti alle tre chiavi), anche se in realtà il librettista, impresario musicale e cantante lirico frequentò assiduamente quelle della capitale asburgica, tra cui quella a cui apparteneva proprio il sommo salisburghese.

Certo, la connotazione simbolica e occulta ne Die Zauberflöte è fondamentale, ma non esclusiva, in quanto concorsero anche altre componenti, assai più profane e “terrene”, derivate dal momento particolare, a dir poco terribile, che Mozart e la sua famiglia stavano vivendo in quello scorcio del 1791, ossia solo pochi mesi prima della morte del compositore. Ad ogni modo, è indubbio che chi si avvicini per la prima volta a questo capolavoro operistico debba necessariamente comprendere quei meccanismi “decodificativi” che stanno alla base della sua creazione. E ciò non risiede tanto nella sfera musicale o, quantomeno, nella sua elaborazione che parte da quanto è presente nel libretto, ma proprio da quest’ultimo, il quale, quasi sempre, passa in second’ordine di fronte alla bellezza, alla profondità, al coinvolgimento che la struttura sonora mozartiana riesce a incastonare in esso. Ecco perché, per assimilare meglio il Geist, lo “spirito” dell’ultimo capolavoro operistico del divino Amadé si dovrebbe iniziare proprio dalla lettura e dalla relativa comprensione di tutti quegli elementi celati tra le pieghe del testo di Schikaneder.

Ora, la pubblicazione recente del libretto de Die Zauberflöte da parte della casa editrice Adelphi, con la rigorosa traduzione del testo in tedesco effettuata dal poeta, saggista e traduttore Gian Piero Bona, scomparso nel 2020, rappresenta un ottimo aiuto per tutti coloro che, ancora prima di ascoltare la componente musicale mozartiana, desiderano acquisire una piena conoscenza delle parole, delle immagini, di quei meccanismi che muovono e regolano questo perfetto orologio artistico. E in ciò si aggiunge anche la presenza di due altri preziosi contributi, quello di Pietro Citati, un saggio di venticinque pagine che introduce il lettore alla straordinaria e incredibile lista di libri, testi e documenti consultati e letti sia da Mozart, sia da Schikaneder per imbastire un’opera che fosse allo stesso tempo rigorosa nel suo messaggio massonico e appetibile per le menti e per gli animi “profani”, ossia divertente, seducente e fruibile persino per un pubblico infantile, confezionando un intreccio che fosse narrato come una favola; il secondo scritto, invece, è a firma di quell’assoluta autorità del mondo della storia dell’arte e delle sue ramificazioni a livello interdisciplinare che è stato Jurgis Baltrušaitis (i suoi due capolavori saggistici, Il Medioevo fantastico: antichità ed esotismi nell’arte gotica e Anamorfosi o Thaumaturgus opticus, sono stati tradotti in italiano dalla stessa Adelphi), il quale ripercorre tutta la storia della trama e la sua rappresentazione scenografica collegandole al concetto dell’antico Egitto e alla rete simbolica attinta successivamente dall’universo massonico.

Sia ben chiaro, la lettura di questi due contributi è affascinante, stimolante, ma anche perigliosa, a tratti ostica, poiché i temi trattati sono molteplici e sfuggenti alla nostra realtà attuale, ben più misera e superficiale rispetto alla ricchezza e alla profondità degli argomenti che vengono affrontati e dipanati a riguardo de Die Zauberflöte. Ma dev’essere altrettanto chiaro che ogni conquista e ogni passo che elevano e nobilitano non sono mai facili, magari non sono alla portata di tutti, ma chi porterà a compimento la lettura di questo testo e delle sue quasi trecento pagine, potrà essere ben sicuro di avere aperto diverse porte della cui portata prima non poteva nemmeno immaginarne lontanamente l’esistenza. Fatto ciò, siate certi che l’ascolto e il godimento dell’ultimo capolavoro teatrale mozartiano non avranno più misteri.

Un ritratto di Emanuel Schikaneder risalente ai tempi della creazione dell’ultimo capolavoro teatrale di Mozart.

Andrea Bedetti

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.008/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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