La casa editrice Adelphi ha recentemente pubblicato un libro del compositore e musicologo Nikolaj Slonimskij, intitolato Invettive musicali, nel quale ha raccolto centinaia di affermazioni e considerazioni sferzanti, se non addirittura offensive e umilianti, su musicisti e loro opere che vanno da Beethoven fino ai giorni nostri, commenti che, letti oggi, possono a dir poco stupire e sorprendere
“Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere”: dopo aver letto questo libro, credo che il sottotitolo più appropriato da aggiungere avrebbe potuto essere proprio questo adagio popolare. Da ridere, poiché diverse delle “perle” riportate dal suo autore, il compositore e musicologo russo naturalizzato americano Nikolaj Slonimskij, risultano davvero spassose, ma anche da piangere, se si pensa che a proferirle sono stati anche eminenti critici musicali. Sì, perché questo libro, Invettive musicali, che è stato recentemente tradotto in italiano dal compositore Carlo Boccadoro e pubblicato dalla Adelphi (il titolo originale del testo è Lexicon of Musical Invective. Critical Assaults on Composers Since Beethoven’s Time ed è stato edito in America nel 1953), presenta nelle sue quasi cinquecento pagine un florilegio di giudizi sprezzanti, se non addirittura offensivi e umilianti, che i critici dell’epoca, a partire appunto da Beethoven, hanno di volta in volta usato per giudicare in modo negativo autori e opere che poi quel galantuomo che è il tempo ha riconsegnato e debitamente ripulito a favore dei posteri.
Presentando rigorosamente questi “giudizi” in ordine alfabetico, partendo quindi da Béla Bartók per finire con Anton Webern, Slonimskij ha setacciato per anni riviste, pubblicazioni e libri nei quali critici più o meno famosi hanno consegnato alla storia affermazioni e commenti che oggi, a bocce ferme, non possiamo che leggere lasciandoci andare, per l’appunto, alla risata o al pianto. E se credete che stia esagerando, basterà riportare qualche sentenza critica a dir poco memorabile, a cominciare da Beethoven, al quale il critico Gottfried Weber, sulle pagine della rivista Cæcilia scrisse nel 1825 queste parole per descrivere l’ouverture La vittoria di Wellington: «Non si dovrebbe, quanto più uno abbia a cuore Beethoven e la sua arte, tanto più ardentemente desiderare che l’oblio stendesse assai presto un velo pietoso sopra una tale aberrazione della sua Musa, attraverso la quale egli ha profanato l’oggetto della glorificazione, l’arte, nonché sé stesso?». Al che, Beethoven, il quale, come ben sappiamo, aveva un caratterino mica da ridere, scrisse testualmente a fianco dell’articolo in questione la seguente frase: «Miserabile canaglia! Quello che io cago è meglio di quanto tu abbia mai pensato!»).
Andiamo avanti, per esempio con uno che dovette combattere incessantemente con i critici del suo tempo, vale a dire Hector Berlioz; ecco che cosa scrisse nel 1843 il critico della londinese The Dramatic and Musical Review a proposito della sua Symphonie fantastique: «Berlioz, musicalmente parlando, è uno squilibrato. Viene considerato un compositore classico solo a Parigi, la città dei ciarlatani. La sua musica è semplicemente priva di senso, e non fa niente per nasconderlo. Berlioz è una specie di Liszt dell’orchestra – e non saprei nominare nulla di più intensamente sgradevole». Ora, non pensiate che a giudicare autori e opere siano solo critici militanti, visto che a farlo, spesso e volentieri, sono anche gli stessi musicisti, come nel caso di Hugo Wolf, uno dei più grandi creatori di Lieder, il quale nel dicembre del 1884, sulle pagine del Wiener Salonblatt, definì testualmente il Concerto n. 2 di Johannes Brahms con queste parole al vetriolo: «Il secondo brano in programma era il Concerto per pianoforte e orchestra [n. 2] in si bemolle maggiore di Brahms, suonato dal compositore stesso. Chiunque sia in grado di mandar giù questo Concerto con appetito, può attendere senza paura l’arrivo di una carestia, in quanto dimostra di godere di una digestione invidiabile; durante i tempi di fame saprà vivere magnificamente nutrendosi di cose tanto nutrienti come vetri, tappi di sughero, tubi di stufa et similia». Come a dire che gli stracci volano in famiglia… E, a proposito di concerti pianistici leggendari, ecco che cosa annotò il critico Nikolaj Solov’ëv sulla rivista Novoe vremja nel novembre 1875: «Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Čajkovskij, come la prima frittella, è floscio», insomma, la ciambella senza il fatidico buco.
Prima ho citato Liszt; bene, ecco come definì la sua musica la sempre spietata The Dramatic and Musical Review di Londra nel gennaio 1843: «Liszt è semplicemente una persona comune con i capelli all’insù, uno snob uscito dal manicomio. Scrive la musica più brutta che ci sia». Alla faccia dell’ipse dixit… Sotto a chi tocca: è la volta di Mahler, le cui rivoluzionarie sinfonie prestarono il fianco a commenti a dir poco al cianuro, come quello che il critico americano R.D. Darrell appose sulla rivista Down Beat il 4 giugno 1952 (sì, avete letto bene): «Se siete così perversi da sopportare oltre un’ora di masochistica flagellazione acustica, ecco quel che fa per voi! La grandiosa Sinfonia «dei Mille» [la n. 8], con tutto il suo organico elefantiaco, il fatuo misticismo e l’isteria urlante, alla fine ammonta a un sottozero sublimemente ridicolo». Può anche capitare che la vittima, a volte, si trasformi in carnefice, come dimostra questo passo di una lettera che Čajkovskij scrisse al fratello Modest il 29 ottobre 1874 a proposito del capolavoro operistico Boris Godunov di Musorgskij: «Ho compiuto uno studio accurato del Boris Godunov… Dal profondo del mio cuore lo consegno al diavolo; è la più bassa e insipida parodia della musica».
Vorrei finire questo assaggio con uno dei musicisti che, tenuto conto della sua musica, fu naturalmente bersagliato dalla critica del suo tempo in modo a dir poco implacabile, ossia Arnold Schönberg, il quale, tra l’altro, fornendo ulteriori spunti alla ferocia critica altrui, definì fin da subito le sue composizioni come la “musica del futuro”, cosa che il critico della rivista berlinese Signale, nel numero dell’ottobre 1912, colse al volo, scrivendo beffardamente: «Schönberg è uno spiritista musicale. Stando almeno a quello che ci assicurano i suoi rabbiosi adepti, egli scrive la musica dei millenni futuri, quando il sole sarà ormai una lampadina rossastra appesa in mezzo al cielo, i nostri propronipoti pattineranno sull’equatore e nelle balere della Groenlandia si danzerà il valzer coi quarti di tono». Ecco un esempio di come la fantasia possa galoppare impunemente.
Il resto delle centinaia di altre “critiche” presenti nel libro in questione lo lascio volentieri a quei lettori che saranno desiderosi di comprendere quanto sia difficile il mestiere del critico musicale, soprattutto quando i suoi commenti e le sue valutazioni saranno letti a posteriori. Così, per quanto mi riguarda, incrocio le dita e speriamo bene.
Nikolaj Slonimskij – Invettive musicali
Adelphi Editore, pp. 482, 2025
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