Questo mese ci tuffiamo nelle spire del vinile, certi di fare cosa gradita a tutti gli audiofili, con sei album di pregio nel suono e nel packaging: due ristampe Blue Note, due importanti live ritrovati e rimasterizzati dalla Elemental e due inediti
Blue Serge, inciso nel 1956 e ristampato dalla Tone Poet Vinyl Series, è una rara testimonianza del baritonismo bebop nella sua forma più lirica e riflessiva. Chaloff, spesso trascurato nella genealogia del sax baritono, è in stato di grazia, affiancato da un trio di rilievo: Sonny Clark (piano), Leroy Vinnegar (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria). La formazione, essenziale ma efficace, valorizza la voce profonda di Chaloff, senza appesantirne il fraseggio. L’opener, A Handful Of Stars, rivela subito la qualità sonora: linea melodica vellutata, dialogo sottile col pianoforte, armonia distesa con naturalezza. Vinnegar fornisce un ancoraggio discreto, Jones tratteggia il fondale con spazzole leggere. In The Goof And I, Chaloff esplora registri agili, con frasi serrate alternate a distensioni. Clark accompagna con accenti sincopati, mantenendo viva la tensione. Thanks for the Memory è una ballad introspettiva con un baritono confidenziale e mai sentimentale. Il pianoforte cesella il contorno, la batteria si ritrae, lasciando emergere il respiro del brano. In All the Things You Are, Chaloff evita il tecnicismo: linea sobria, ritmo flessibile e vibrato misurato. Clark brilla per chiarezza e spontaneità. I’ve Got The World On A String è giocosa ma controllata, suono curato, fraseggio fluido e sezione ritmica leggera ma incisiva. Il tema viene esposto con leggerezza consapevole. Susie’s Blues, unica originale, rappresenta il momento più personale, fatto di libertà espressiva, con frasi tra mordente e cantabilità, mentre il trio appare coeso e vario. Stairway To The Stars chiude con tono meditativo ed essenzialità, lirismo trattenuto, armonie rarefatte e ritmo regolare. Questa edizione mono, curata da Joe Harley e masterizzata da Kevin Gray, restituisce ogni sfumatura timbrica. Blue Serge rappresenta più di una rinascita artistica, piuttosto sancisce la poetica del sax baritono come introspezione, del quartetto come ascolto e del jazz come pensiero.
Serge Chaloff – Blue Serge
Serge Chaloff (sax baritono) – Sonny Clark (pianoforte) – Joe Jones (batteria) – Leroy Vinnegar (contrabbasso)
LP Blue Note 4556009

Complete Communion, registrato nel dicembre 1965 e ristampato dalla Tone Poet Vinyl Series, segna l’esordio da leader di Don Cherry, già figura chiave nel quartetto di Ornette Coleman. L’album si articola in due suite estese, Complete Communion ed Elephantasy, suddivise in movimenti con coerenza narrativa e libertà formale. Con Leandro «Gato» Barbieri (sax tenore), Henry Grimes (contrabbasso) ed Edward Blackwell (batteria), il quartetto sviluppa un linguaggio collettivo che oltrepassa le convenzioni post-bop. L’album apre con un tema che non cerca definizione melodica, ma suggerisce una direzione. Cherry usa lo strumento con tono asciutto, lasciando che la forma emerga dal dialogo con Barbieri, il cui sax introduce una tensione obliqua. Grimes, con un contrabbasso mobile, costruisce un fondale che interroga più che sostenere. Blackwell, dal drumming elastico e frammentato, rifiuta la regolarità per un tempo ricomposto in modo imprevedibile. I movimenti successivi, And Now, Golden Heart, Remembrance, sono stazioni di un percorso che alterna impulso e riflessione. Cherry non impone, ma guida per attrazione e repulsione, evitando ogni perentorietà. La seconda suite, Elephantasy, si apre con un gesto più assertivo e un tema semplice ma cerimoniale. Barbieri risulta abrasivo e scolpisce le frasi; Cherry esplora i margini, con libertà mai arbitraria. Grimes e Blackwell mantengono la tensione costante: il contrabbasso appare mediamente regolare, mentre la batteria si dissolve e si ricompone. In Our Feelings, Bishmallah e Wind, Sand And Stars, emergono introspezione e dinamiche sottili. La tromba diventa voce interiore, il sax si ritrae, il gruppo lavora sui silenzi. L’’edizione stereo, curata da Joe Harley e masterizzata da Kevin Gray, restituisce ogni dettaglio acustico con rigore. Il suono, diretto e trasparente, rivela la logica interna del quartetto e la qualità del gesto musicale.
Don Cherry – Complete Communion
Don Cherry (tromba) – Leandro «Gato» Barbieri (sax tenore) – Henry Grimes (contrabbasso) – Edward Blackwell (batteria)
LP Blue Note 5827008

An Afternoon in Norway, registrato il 29 giugno 1980 al Kongsberg Jazz Festival e pubblicato in edizione deluxe da Jazz Detective con l’Art Pepper Estate, è un documento di rara intensità, che restituisce la complessità espressiva di un artista ormai maturo. Con Milcho Leviev (pianoforte), Tony Dumas (contrabbasso) e Carl Burnett (batteria), il quartetto amplifica le tensioni interne di Pepper, alternando lirismo e dramma. Y.I. Blues si sviluppa su una struttura ciclica, dove il fraseggio di Pepper, nervoso e fluido, si appoggia su un accompagnamento elastico. Leviev fonde accenti balcanici e jazz, mentre Dumas e Burnett mantengono una pulsazione mobile. The Trip è un racconto in movimento, in cui la melodia iniziale si frantuma in cellule ritmiche. La tromba risulta assertiva, il line-up alterna opulenza e rarefazione. Make A List, Make A Wish occupa l’intero lato B. Il tema, esposto con cautela, apre a una lunga sezione stratificata, dove momenti eterei si alternano a picchi intensi. Leviev assume un ruolo orchestrale, Dumas lavora su ostinati, Burnett scolpisce il tempo. Patricia, dedicato alla moglie, apre il lato C con tono elegiaco. Tema semplice, trattato con delicatezza e senza sentimentalismo. Caravan introduce tensione ritmica: Leviev accentua le dissonanze, Dumas spezza le figurazioni, Burnett costruisce una danza ipnotica. Blues for Blanche inaugura il lato D. Pepper adotta un tono ruvido, il quartetto risponde con compattezza flessibile. Straight Life chiude il concerto con freschezza, mentre il sassofono narra, il piano è contrappunto, la ritmica pulsa con coerenza. Questa edizione stereo su doppio vinile da 180g, curata da Zev Feldman e masterizzata da Matthew Lutthans, valorizza ogni dettaglio. An Afternoon in Norway non è solo un concerto, ma un momento di verità. Il sassofono rivela, il gruppo respira, il jazz si lascia ascoltare.
Art Pepper – An Afternoon in Norway: The Kongsberg Concert
Art Pepper (sax) – Milcho Leviev (pianoforte) – Tony Dumas (contrabbasso) – Carl Burnett (batteria)
2LP Elemental Records 5990552

A vent’anni dal primo incontro, Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren tornano con Mare Nostrum IV, registrato nell’ottobre 2024. Nessuna svolta, ma una riaffermazione coerente di un’identità musicale costruita nel tempo con rigore e senso poetico. Nonostante le differenze geografiche, il trio condivide una sintesi profonda, che evita mediazioni e compromessi. Ritroviamo eleganza, equilibrio tra scrittura, improvvisazione e nitidezza melodica. La tracklist alterna originali (quattro della farina del sacco di Lundgren e tre a testa di Fresu e Galliano) e due brani tradizionali, con un’organicità quasi da concept album. Galliano impone un tono meditativo e rigoroso. Il suo fraseggio cantabile e il timbro pastoso del Melowtone creano atmosfere sospese. Lundgren si conferma pianista di misura e raffinatezza, tanto che le sue composizioni puntano sulla sottrazione. Fresu imprime il lirismo del suo soffio rotondo e controllato. La Vie En Rose viene riletta senza retorica, asciutta e pudica. Belle-Île-en-Mer (Galliano) debutta con un’introduzione lenta e assorta, impostando la direzione dell’album, ossia il suono come paesaggio interiore. In Blue Silence (Fresu) il silenzio diventa materia musicale. Daniel’s Farfars Låt (Lundgren) è un omaggio affettuoso, intimo e sobrio. Hope (Fresu) appare come un canto sommesso, quasi una preghiera. Man in the Fog esplora territori più incerti, Letter To My Mother (Galliano) è tra i brani più affettivi e composti. Varvindar Friska, affidata a Lundgren, costituisce un frammento cameristico che fa emergere leggerezza e radici. Elegia (Fresu) chiude con una sospensione quasi in dissolvenza. Le Jardin des Fées (Galliano) è una coda notturna e impressionista. Mare Nostrum IV non innova, ma resiste, soprattutto emoziona con misura, raccontando un tempo interiore sottratto alla dispersione del presente.
Paolo Fresu / Richard Galliano / Jan Lundgren – Mare Nostrum IV
Paolo Fresu (tromba) – Richard Galliano (accordion & bandoneon) – Jan Lundgren (pianoforte)
LP ACT 8008-2

Hakan Başar, giovane pianista turco classe 2004, conferma con questo secondo album un’evoluzione significativa rispetto al suo debutto del 2019. Nato a Istanbul in una famiglia di musicisti jazz, Başar unisce con talento e maturità influenze dei grandi maestri come Peterson, Monk, Evans e Petrucciani, trasformandole in un linguaggio personale. Registrato con il supporto del basso di Michelangelo Scandroglio e della batteria di Bernardo Guerra, Maiden Voyage propone un repertorio di classici rivisitati e un solo brano originale, Compassion, che lascia ben sperare per il futuro compositivo del pianista. Il disco si apre con Chloé Meets Gershwin di Petrucciani, in cui Başar ritrae il brano con uno swing più disteso rispetto all’originale. Wheatland di Peterson viene invece interpretato evitando virtuosismi fini a se stessi, privilegiando l’equilibrio collettivo. La rilettura di Lotus Blossom di Billy Strayhorn e Bolivia di Cedar Walton dimostrano un’attitudine a variare i temi senza snaturarli, mentre la seconda parte del disco esplora atmosfere più complesse e dinamiche con Inception di McCoy Tyner e l’onirica title-track Maiden Voyage di Herbie Hancock. Chiude Compassion, unico originale, che sintetizza il percorso stilistico dell’album, segnando un punto di partenza promettente per il giovane artista. Con questo lavoro, Başar si afferma come una nuova stella del jazz internazionale, capace di legare insieme tradizione e innovazione con innato equilibrio.
Hakan Başar – Maiden Voyage
Hakan Başar (pianoforte) – Michelangelo Scandroglio (basso) – Bernardo Guerra (batteria)
LP Red Records 1248343

Behind the Dikes, pubblicato da Elemental Music in un’edizione triplo LP, documenta una fase cruciale del percorso creativo di Bill Evans, ritratto nel 1969 durante tre sessioni olandesi di rara coesione e profondità. Il titolo, mutuato dalla storica serie Jazz Behind The Dikes curata da Michiel de Ruyter, non costituisce solo un riferimento geografico, ma una vera postura estetica, basata su un pianismo che si ritrae dalla frontalità per cercare una forma di eloquenza sommessa, ma non meno incisiva. Il trio, completato da Eddie Gomez al contrabbasso e Marty Morell alla batteria, si muove con naturalezza, frutto di una lunga sedimentazione di ascolti, gesti e intenzioni condivise. Nel primo disco, registrato presso lo Studio 1 della KRO a Hilversum, Evans affronta un repertorio che alterna standard e composizioni originali, mantenendo una coerenza timbrica e una tensione formale che attraversano tutta la sequenza. You’re Gonna Hear from Me si annuncia con una scansione ritmica flessibile, in cui il pianoforte articola il tema con leggerezza ma senza superficialità, mentre Gomez e Morell imbastiscono un tessuto ritmico essenziale e delicato. In composizioni come Emily e Waltz For Debby, Evans adopera un tocco rarefatto e una lucidità affettiva che evitano la nostalgia, lasciando che le armonie si dispieghino lentamente, costruendo il tema quasi in tempo reale. La capacità del trio di attraversare strutture complesse senza perdere trasparenza emerge con forza in Stella By Starlight e Turn Out The Stars. La versione di ’Round Midnight mostra rispetto per Monk, con una libertà che non altera il tema, ma lo ascolta dall’interno, trasformandolo in un paesaggio armonico personale. Notevole risulta anche la rara registrazione di I Let A Song Go Out Of My Heart, che rivela un fraseggio obliquo e mai scontato. Il secondo disco, registrato al Rai Congrescentrum di Amsterdam, si apre con One For Helen, dove la pulsazione interna del trio predilige la continuità al colpo d’effetto. Quiet Now e Someday My Prince Will Come vengono trattati con una sobrietà che non sacrifica la profondità, con Evans che suggerisce piuttosto che imporre, lasciando che il tempo si dilati naturalmente. In Very Early, il pianoforte costruisce linee melodiche su armonie mobili, mentre il contrabbasso e la batteria mantengono una tensione ritmica sottile. L’intensità cresce con Autumn Leaves e Nardis, dove il trio esplora frammenti tematici e ritmi quasi percussivi, ampliando gli orizzonti sonori. Le due tracce finali, Granadas e Pavane, completano il repertorio con un connubio di rigore formale e libertà interpretativa. Il terzo disco, registrato con la Metropole Orkest sotto la direzione di Dolf Van Der Linden, rappresenta un capitolo a parte. Gli arrangiamenti di Claus Ogerman non sovrastano il trio, ma ne amplificano le risonanze, creando un contesto armonico che non limita, ma espande la dimensione musicale. Evans agisce con discrezione, in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione, gesto individuale e forma collettiva. Masterizzato da Bernie Grundman dai nastri originali e curato da Jordi Soley e Zev Feldman, questa edizione restituisce con finezza ogni vibrazione sonora, inflessione ritmica e silenzio significativo. Il suono, libero da artifici, mette in luce la tessitura emotiva che lega i tre interpreti in un dialogo senza gerarchie. Behind The Dikes non documenta solo tre concerti, ma restituisce una vera e propria postura musicale: il pianoforte non dichiara, ma ascolta; il trio non accompagna, ma respira; il jazz non si mostra, ma si lascia attraversare.
Bill Evans – Behind The Dikes: The 1969 Netherlands Recordings
Bill Evans (pianoforte) – Eddie Gomez (contrabbasso) – Marty Morell (batteria) – Metropole Orkest – Dolf Van Der Linden (direzione)
3LP Elemental Records 5990539
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