In questo articolo, Riccardo Mainardi si lancia in una coraggiosa sfida, quella di consigliare delle registrazioni, tra la sterminata discografia esistente, riguardanti cinque delle nove pagine sinfoniche del sommo genio di Bonn. Una scelta, la sua, che si potrà condividere o meno, ma che rappresenta un possibile punto di partenza per conoscere e ascoltare al meglio questi capolavori

Per chi ama la musica, Beethoven è quasi una categoria dello spirito, una specie di entità increata che dai primi incerti ascolti alle scoperte interiori della maturità ci accompagna per tutta la vita. In tal modo ognuno ha il suo Beethoven, e naturalmente ognuno conosce colui che meglio ne interpreta la musica.

Quando si legge qualcosa su Beethoven, ancora oggi non è possibile evitare quell’ag-gettivo, eroico, che sembra ormai un attributo imprescindibile del compositore: seguito per solito da altri aggettivi che oggi non mancano di suonare fastidiosamente retorici: patetico, maestoso, solenne, grandioso fino all’iperbolico titanico. E allora diciamo che per poter parlare della musica di Beethoven dobbiamo in parte accantonare proprio quella letteratura divulgativa che ha agito sull’immagine del compositore sino a farne un moloch ben lontano da un uomo vissuto dal 1770 fino al 1827. Non è il caso, comunque, di indugiare sulle cause di tale lavoro della tradizione, poiché a noi interessa la storia discografica delle sinfonie beethoveniane.

La prima registrazione di una sinfonia completa di Beethoven (la Quinta diretta da Arthur Nikisch, nato nel 1855, ventotto anni dopo la morte dell’autore) risale esattamente al novembre del 1913. Da allora non si contano gli interpreti che hanno registrato parzialmente o integralmente il ciclo sinfonico beethoveniano: per cui, attualmente, possiamo dire che quasi cinque generazioni di direttori ci hanno lasciato documenti che attestano l’evoluzione dell’interpretazione delle nove sinfonie. Naturalmente si può e si deve discutere sul valore di ciascun interprete, riferito all’epoca in cui è vissuto e ha operato. Tuttavia, è improprio stabilire raffronti tra Arthur Nikisch e un interprete contemporaneo. Condizioni di vita, sensibilità culturale, mezzi di riproduzione sonora, evoluzione della musicologia: tutto ciò separa le generazioni di interpreti beethoveniani come due stelle nell’universo. Detto questo, è bene ripetere che un elemento comune livella un gran numero di direttori e li accomuna nel raggiungimento di un risultato che, fatte salve le inclinazioni individuali e ben pochi casi, è il medesimo: ossia, il modello tardoromantico. Senza addentrarci in una vera selva, diciamo in sintesi che il profeta dell’astoricità di Beethoven altri non è stato che Richard Wagner e l’immenso influsso che il suo pensiero ha avuto sulla musicologia tedesca e internazionale. È infatti a partire da lui che l’immagine e la musica di Beethoven mutano rotta definitivamente, e che un uomo, con le grandezze quotidiane e i difetti di tutti gli uomini, si trasforma in una sorta di entità preesistente al tempo e alle forme; che le sue sinfonie, nate e pensate per orchestre settecentesche, debordano con la marea creata dalle esigenze delle nuove grandi orchestre ottocentesche e dai gusti di un pubblico sempre più avido di emozioni forti e di sentimenti sublimi. Da allora, grazie, alla diffusione planetaria operata dai mezzi di riproduzione del suono nonché dalle esigenze di sale da concerto sempre più vaste, quella musica nuda e rivoluzionaria ha cambiato progressivamente rotta, sino ad assumere proporzioni inimmaginabili dallo stesso autore.

Tutta una serie di interpreti (dagli allievi di Wagner a Mengelberg, a Furtwängler, a Knappertsbusch, sino a Celibidache e a Thielemann) chi più chi meno ha avallato tale metamorfosi e si è impegnato sino allo spasimo per accogliere, solidificare e diffondere proprio una tentazione soggettivistica e autobiografica da intestare a Beethoven. I risultati, ovviamente, sono stati alterni e i documenti di queste interpretazioni, tutt’ora disponibili, possono fornire chiare indicazioni su una lettura piuttosto che su un’altra. Il risultato, come detto, rimane però lo stesso, e Beethoven emerge come un compositore tardoromantico cresciuto nella rivoluzione wagneriana, uno che certamente ha meditato sulle partiture di Bruckner e condivide le strutture architettoniche di Mahler. Emblematico, in merito al sinfonismo beethoveniano, è il caso di Wilhelm Furtwängler, che per decenni è stato considerato il garante delle nove sinfonie. In realtà, attraverso Beethoven, Furtwängler, consolidò una sorta di propria autobiografia, e trasfigurò le sinfonie al punto da impossessarsi dell’opera di un altro e di alterarne i connotati. Fu la più vasta e profonda opera di appropriazione che un interprete abbia mai realizzato sul corpo di una creazione autonoma.

Attraverso quale interpretazione ci si può dunque accostare serenamente per conoscere e comprendere in profondità le nove sinfonie? Saremo chiari: a nessuna in assoluto; a qualcuna con diversi distinguo; frazionando il corpus sinfonico, a più di un interprete. Inoltre, non a tutte e nove le sinfonie, poiché, di nove, solo cinque sono autentici, imprescindibili capolavori: ovvero la Terza, la Quinta, la Sesta, la Settima e la Nona. Le altre, per quanto di un livello altissimo, non assurgono ai fasti olimpici delle cinque grandi. Beethoven, insomma, come Dante: del quale a scorrere in superficie Convivio e Vita Nova non si perde più di tanto. Con l’aggiunta che il cuore della creazione beethoveniana non è la sinfonia, bensì la sonata per pianoforte, alla quale Beethoven dedicò la vita intera. Ma vediamo le Sinfonie e mettiamo dunque nero su bianco qualche elemento di riflessione con riferimento solo a quelle edizioni ormai entrate nella storia e commercialmente disponibili.

Sinfonia n. 3 – Philharmonia Orchestra, dir. Otto Klemperer, Angel Records (Emi), 1961 / New York Philharmonic Orchestra, dir. Leonard Bernstein, CBS, 1964

L’Eroica così come la intende Otto Klemperer è una Sinfonia che ha conosciuto la lotta tra i Titani e gli Dèi attici. Le dimensioni strutturali sono infatti enormi, da Gigantomachia, e il risultato, col massiccio strumentale e i tempi dilatati, fanno di questa celebre interpretazione un poema epico. In antitesi a questa tradizione, Bernstein firmò, a metà anni Sessanta, una formidabile integrale da cui abbiamo tratto questa Terza Sinfonia. Energia, luce, impeto, espressività e soprattutto nessuna retorica oratoria, dopo tanti anni fanno di questa lettura del 1964 uno degli esempi più interessanti di mediazione tra un Beethoven di stampo eroico e tardoromantico e uno più classico e apollineo. Nella logica di un Klemperer sono naturalmente assimilabili le letture di Furtwängler e Knappertsbusch, tanto per restare alla scuola tardoromantica; mentre a Bernstein non è difficile associare soprattutto Karajan. 

Sinfonia n. 5 – Wiener Philharmoniker, dir. Georg Solti, Decca, 1958 / Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan, DG, 1962

Non meno che sull’Eroica, anche sulla Quinta è collassato tutto il coacervo immaginifico e accademico di duecento anni di esegesi e di pratica concertistica. L’apertura del primo movimento, quei tre sol e un mi bemolle che scatenano i fulmini beethoveniani, ha servito sotto tutte le bandiere esattamente come la benedizione del buon Dio. Insomma, dal fatale destino che bussa alla porta alle analisi organiche della musicologia, tutti hanno detto tutto intorno a questa creazione. Naturalmente, suscitando il narcisismo dei direttori, se ne sono viste di belle, e un secolo di dischi sono lì a dimostrare quanto alla Quinta nessuno abbia saputo rinunciare. La situazione, in termini estetici, di fatto non muta. Come per l’Eroica, la scuola tardoromantica predilige grandiosità e solennità, alle quali i maggiori direttori si sono appellati: da Furtwängler a Thielemann. Sul versante opposto, soprattutto la triade Karajan-Bernstein-Solti ha optato per una lettura più incandescente, dando forza all’aspetto vitalistico in luogo di quello tellurico e liturgico, in qualche modo avvicinandosi maggiormente allo spirito disincantato del secondo Novecento.

Sinfonia n. 6 – Wiener Philharmoniker, dir. Wilhelm Furtwangler, HMV, 1953, / Wiener Philharmoniker, dir. Karl Böhm, DG, 1971

La Pastorale, grazie a Dio, non ha niente di pastorale, per quanto Beethoven stesso un’idea in tal senso l’avesse. In realtà quello che aveva in animo era raccontare le sue emozioni di fronte alla natura e al suo insondabile mistero, che fortunatamente è poi quello che ha raccontato a noi. Più che la Pastorale, la Sesta andrebbe definita – se proprio va fatto – la Panica o, meglio ancora, la Cosmica. Infatti, partendo dall’idea di andare incontro ai mani di un’ideale primavera attica, Beethoven tracima poi in un cosmo ai limiti dell’immateriale, suggellando alla fine il suo viaggio con una visione quasi escatologica che nulla ha da invidiare all’ultimo Canto della Commedia. Il passaggio dall’Allegro del temporale all’Allegretto finale è a mio giudizio uno dei momenti più alti raggiunti  dall’arte occidentale. E in tale contesto di dilatazione cosmica si muove la lettura di Wilhelm Furtwängler, spesso contestata per via dei tempi dilatati, e tuttavia di un fascino ancora intatto dopo settant’anni. Così come fa Karl Böhm, per quanto con tempi meno larghi e un’attenzione timbrica estrema. Naturalmente, anche qui la scelta estetica, di fatto, si muove sui due soliti piani: scuola romantica e scuola classica, alla quale ovviamente appartengono Erich Kleiber, Solti e Karajan, mentre Bernstein e Bruno Walter si pongono di fronte alla Pastorale come una sorta di grandiosa e raddolcita preghiera laica.

Sinfonia n. 7 – Columbia Symphony Orchestra, dir. Bruno Walter, CBS, 1958 / Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan, DG, 1962

L’impressionante pulsazione ritmica di questa Sinfonia, il senso di moto perpetuo che ne attraversa tutti i movimenti, qui, come e più che nella Quinta, impone una lettura agile, incisiva, dai tempi serrati: ogni indugio, ogni stasi contemplativa (e nell’Allegretto questo rischio è dietro l’angolo) rischia di comprometterne la struttura stessa. Karajan, nell’edizione del 1962, è quasi paradigmatico in tal senso: una luce accecante che sembra trascinare, soprattutto nel finale, ogni altro elemento, rende questa interpretazione di perenne attualità e soprattutto di forte idiomaticità beethoveniana. Analoga considerazione può essere fatta per la lettura di Bruno Walter, anche se il grande direttore amico di Mahler opta per un tipo di intensità più confidata alla perentorietà degli accenti e a certi indugi misteriosi e solenni che attraversano il celebre Allegretto.

Sinfonia n. 9 – Chicago Symphony Orchestra, dir. Georg Solti, Decca, 1972 / Berliner Philharmoniker, dir. Ferenc Fricsay, DG, 1961

È appurato che certi direttori esasperano in modo clamoroso le dimensioni dell’ultima sinfonia di Beethoven. Storicamente si va, infatti, dai 59 minuti complessivi di Toscanini nel 1939 (e recentemente di Chailly), ai 78 minuti di Bernstein a Berlino negli anni Ottanta. Non c’è chi non veda come tali eccessi possono condurre a un’artefazione insostenibile del grande organismo. Anche qui  tuttavia non si  fugge: la visione eroico-romantica (Furtwängler, Klemperer, Cluytens) si pone in antitesi alle lettura classica (Walter, Karajan, Bernstein prima maniera) in modo quasi conflittuale. Difficilmente si troverà un punto d’incontro tra queste due forme di interpretazione. La grandiosa lettura di Georg Solti (per altro supportata dal formidabile sound Decca) e quella non meno incisiva di Ferenc Fricsay non mediano affatto tra le due concezioni, ma sicuramente, a tanti anni di distanza, offrono ancora una lettura della Nona sinfonia di una totalità che ha fatto – e fa – scuola.

Chiudiamo tuttavia con un breve appunto. Per poter considerare scientificamente l’interpretazione della sinfonie di Beethoven in modo vagamente esaustivo, con l’ovvio riferimento ai documenti discografici, siamo certi che un volume di mille pagine di esempi e riflessioni non bastino. Bastino, qui, comunque, questi frettolosi appunti che, ad ogni modo, danno un’idea di come la grande discografia del Novecento ha affrontato e in parte risolto uno dei nodi cardine della storia della musica occidentale.

Riccardo Mainardi

 

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