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La musica è il linguaggio universale di Project Hail Mary

L’attore Ryan Gosling nei panni dell’astronauta e insegnante di scienze Ryland Grace nel film Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller
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Beatrice Bassi, studiosa della musica applicata al cinema, ci spiega l’importanza del soundtrack creato dal compositore britannico Daniel Pemberton per il film di fantascienza diretto da Phil Lord e Christopher Miller, che vede protagonista l’attore statunitense Ryan Gosling 

Persi nello spazio, completamente soli. Eppure, una speranza non manca, ascoltando la prima traccia della colonna sonora a firma Daniel Pemberton per Project Hail Mary, il film rivelazione di Phil Lord e Christopher Miller. Rivelazione per la capacità dei due registi di adattare un libro per “addetti ai lavori”, rendendolo non solo accessibile a chiunque, ma anche un faro per la maestria cinematografica, una scossa che ricorda allo spettatore cosa significhi assistere alla proiezione di un film con la F maiuscola. Consigliatissima la visione in un cinema IMAX, che rende giustizia alla qualità delle immagini – interessante la decisione di ricorrere molto poco all’utilizzo del green screen e che le scene siano state girate con un approccio fortemente pratico, tanto che lo stesso alieno era fisicamente presente sul set come animatronic (impossibile non ricordare lo storico E.T. e il suo creatore Carlo Rambaldi) – e alla colonna sonora, creata senza l’utilizzo di alcun tipo di sintetizzatore. 

Project Hail Mary, in breve, racconta la storia di Ryland Grace – un insegnante di scienze, interpretato da Ryan Gosling – che si risveglia completamente solo in un’astronave, senza riuscire a ricordare chi sia o dove si trovi. Ricostruendo pezzo per pezzo la sua memoria, ricorda di essere la sola speranza dell’umanità, condannata da un misterioso organismo alieno che sta risucchiando energia al Sole. Presto però Ryland si accorgerà di non essere completamente solo nel cosmo, facendo la conoscenza di Rocky, un alieno appartenente a una civiltà minacciata dallo stesso tipo di problema. L’amicizia e ciò che li accomuna prenderanno il posto delle differenze e delle loro diversità fisiche e oggettive. Nulla di più umano: l’amore, l’amicizia, la solidarietà.

La messa in scena è di grande originalità: Ryland non è il classico eroe in missione per salvare l’umanità – scopriremo infatti che si trova sull’astronave contro la sua volontà e ha paura, molta paura – allo stesso modo anche la colonna sonora è inusuale per un film di fantascienza. Pensiamo a Interstellar: Hans Zimmer si serve di una grande orchestra roboante con masse armoniche monumentali e di una sorta di saturazione sonora per commentare il cosmo, ponendo l’attenzione proprio sullo spazio infinito e quasi dimenticandosi dell’umano. Pemberton fa l’opposto, sottolineandone la fragilità: in ogni istante del film non è possibile dimenticare quanto sia precaria la sopravvivenza di Ryland e conseguentemente dell’intera specie. Quel che interessa al compositore britannico, dunque, è mantenere il focus su di noi, gli uomini. Per questo si serve di materiali acustici elementari, molto terrestri: il legno, l’acqua, il vetro, il metallo.

Nel primo brano, Ryland Grace, Cognition Assesment, la tessitura sonora è rarefatta, costruita su armoniche sospese, fragili risonanze e attacchi estremamente delicati. Il tema principale è semplicissimo, composto da quattro note e intonato da un coro etereo, a unire il sentimento di stupore di fronte allo spazio infinito, malinconia per la solitudine, ma anche – come detto all’inizio – di speranza, introdotta dalla glass harmonica. Questo pezzo è forse uno dei più importanti, poiché attraverso di esso il compositore suggerisce lo spirito dell’intera pellicola: l’hope core. 

Pemberton racconta di voler catturare il momento del risveglio traumatico dello scienziato sull’astronave e opta per un suono instabile, qualcosa che possa evocare la vulnerabilità dell’umano: si serve di una registrazione video che aveva fatto qualche giorno prima, in cui un rubinetto che gocciola produce un suono irregolare e acuto. È esattamente quello che cercava, un suono ordinario, che potesse descrivere appieno la fragilità e la vita terrestre. Dopo la campionatura del suono del video, i registi sono stati entusiasti di aver finalmente potuto ascoltare un suono che rappresentasse un concetto che fino ad allora non erano riusciti ad esprimere se non tramite il termine Hope Core: fragilità invece di trionfo, speranza incerta invece di sicurezza. Quel che colpisce del brano è il senso ipnotico, un’idea di staticità apparente.  Una specie di disordine/ordine musicale: la melodia sembra trascurata o assente, ma sono presenti frammenti di essa sotto forma di iterazione, aiutando lo spettatore a raggiungere una concentrazione assoluta.

L’altro protagonista della pellicola di fantascienza, l’alieno eridiano Rocky, fisicamente presente sul set come animatronic

In The Last Man On Ship il compositore si serve delle Ondes Martenot per suscitare un’idea di vuoto e farci immedesimare nella sensazione di perdizione che prova Ryland quando comprendere di essere totalmente solo. In Invalid Operation le percussioni invadono il campo con aggressività, lasciando però anche largo spazio allo strumento più potente di tutti, la voce; il coro, infatti, torna echeggiando al fianco degli strumenti. 

In Box in a Box, vi sono due piani sonori in contrasto e cioè la base ritmica ossessiva e veloce con una sottile linea di suono che sfocia a 1’40’’ in un’elaborazione superiore mantenendo inalterata la percussione sottostante, raggiungendo una stasi momentanea per poi aprirsi improvvisamente verso una luce ampia e un ritorno alle origini. Una specie di scansione ritmica costante permea l’intero brano: impossibile non interpretarla come un richiamo all’orologio, al tempo che scorre inesorabile contro l’umanità. Non a caso, questa traccia commenta il momento di grande concentrazione in cui lo scienziato tenta di comprendere come bloccare l’attacco dell’organismo alieno che minaccia il pianeta Terra. Veniamo quindi letteralmente trascinati in questa missione, trasportati dall’amore per la scoperta e dal tifo che proviamo per il rappresentante della nostra specie.

Un meraviglioso frame del film, quando Ryland Grace esce dall’astronave per avvicinarsi a una stella.

L’impiego di strumenti non convenzionali come la glass harmonica e le Ondes Martenot, non risponde a una semplice ricerca di eccentricità timbrica, si tratta bensì di una scelta ben precisa, che riprende l’idea di quella “speranza incerta” citata in precedenza, veicolata dal suono instabile prodotto da essi.  

Il primo contatto con l’alieno Rocky viene commentato da Entering The Tunnel, un momento importantissimo: si tratta di un avvicinamento fra due specie differenti e Pemberton decide di servirsi di un coro di voci che creano quasi un’atmosfera da film horror. In effetti non abbiamo idea, noi come Ryland, di cosa aspettarci, l’incontro sarà positivo o negativo? La vita del protagonista e così anche di tutta l’umanità è sul filo del rasoio.

Con Barrier Language e Anybody Home? ci rassicuriamo: Rocky non è una minaccia. Con Connection, Clock Numbers e Learning to Communicate iniziamo a capire il linguaggio dell’alieno e a provare simpatia per lui. Ecco il grande potere della musica, che mima perfettamente le emozioni umane: man mano che Ryland Grace impara a interpretare il linguaggio di Rocky, anche la partitura modifica progressivamente il proprio comportamento interno. Le cellule ritmiche associate all’alieno iniziano lentamente a entrare in relazione con il materiale tematico umano. Non si tratta di una semplice sovrapposizione orchestrale: assistiamo a una progressiva integrazione di sistemi sonori inizialmente incompatibili, poiché gli elementi associati a Rocky mantengono la propria unicità anche quando vengono assorbiti all’interno della struttura musicale di Grace. Le differenze tra i due personaggi, quindi, non scompaiono del tutto, diventano semplicemente più decifrabili e possono convivere armoniosamente.

Non mancano poi momenti di stupore contemplativo di fronte al cosmo, come in A Moment, dove lo scienziato si prende letteralmente un momento per contemplare la bellezza dell’universo e il compositore fa quindi affidamento alla grande orchestra e al coro.

Time Go Fishing commenta la più importante sequenza operativa della pellicola – ed è probabilmente la composizione più ambiziosa dell’intero score. Il brano si sviluppa a partire da una singola percussione su blocco di legno, reiterata con ostinazione quasi rituale. Successivamente assistiamo a un’accumulazione progressiva: armoniche di vetro, risonanze metalliche, cori e archi entrano nello spazio sonoro senza interrompere la centralità del pattern originario, una vera e propria piramide sonora. Questo crescendo continuo e le percussioni martellanti, unite in un’esplosione del tema principale, ricordano lo scorrere del tempo, per sottolineare che la missione di Grace non può fallire, per il semplice fatto che non c’è un piano B. 

Nell’ultimo brano, Amaze Amaze Amaze (Life On Erid), le percussioni spensierate e la positività contagiosa della melodia , ci suggeriscono che il personaggio alieno è presente: Rocky non viene mai definito attraverso un tema tradizionale immediatamente riconoscibile – il compositore preferisce sviluppare una grammatica sonora basata su intervalli non temperati, percussioni irregolari e configurazioni ritmiche che destabilizzano la percezione metrica occidentale – in quanto questa volta è perfettamente integrato al tema umano. I due linguaggi sono allora completamente fusi, Pemberton conclude così il suo viaggio emotivo. 

«Volevo creare un paesaggio sonoro organico che toccasse le emozioni che ci si aspetta da una grande esperienza cinematografica, che ti avvolgesse nella meraviglia dell’universo celebrando al contempo la gioia di scoprire una nuova amicizia, anche se con una roccia proveniente da un altro pianeta», ha commentato il compositore.

Il compositore britannico Daniel Pemberton, autore della colonna sonora del film.

Project Hail Mary è in effetti un’esperienza unica, che ci ricorda quanto sia importante saper riconoscere la qualità nei prodotti della settima arte, nonostante il fatto che siamo ormai circondati sempre più spesso da opere di scarsa qualità, disponibili in grande quantità su innumerevoli piattaforme. Forse il cinema ha davvero imboccato una nuova via e chissà, forse questo film è un piccolo seme impiantato nelle menti delle persone per far riflettere su cosa significhi davvero godere di una vera e genuina esperienza cinematografica… perché, in fondo, la speranza non muore mai. Proprio come ci insegna questa stupefacente pellicola.

Beatrice Bassi

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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