Ci sono dischi che documentano la storia, e dischi che la restituiscono. Il secondo volume della serie dedicata alle registrazioni del Miles Davis Quintet al Café Bohemia appartiene alla seconda categoria: non è una raccolta, è un viaggio. E come tutti i viaggi nel tempo, richiede di abbandonarsi alla macchina prima di chiedersi dove si stia andando
Il Café Bohemia era un ristorante al 15 di Barrow Street, nel cuore del Greenwich Village. Gestito dall’italoamericano Jimmy Garofalo e aperto nel 1955 – con il nome storpiato in Restraurnt sull’insegna – divenne in pochissimo tempo una Mecca per i modernisti del jazz newyorkese. Art Blakey, Charles Mingus, Kenny Dorham, George Wallington: il Bohemia era il loro quartier generale. Oscar Pettiford, direttore artistico ai tempi d’oro del locale, gli dedicò addirittura una composizione, Bohemia After Dark, come si fa con i posti che si amano davvero. La Mutual Network aveva capito presto il potenziale del luogo e lo aveva scelto come sede ricorrente del programma radiofonico Bandstand U.S.A., condotto ogni settimana dall’emcee, ossia il “maestro di cerimonie”, Guy Wallace. Ogni giovedì sera, Wallace – spesso affiancato da ospiti illustri – registrava e trasmetteva in diretta le performances dal vivo. Miles Davis fu protagonista di queste trasmissioni in otto occasioni tra il settembre 1956 e il maggio 1958. Quelle registrazioni, diffuse via etere e poi dimenticate, sono rimaste sepolte per decenni sotto strati di versioni pirata spesso mal equalizzate, a velocità errata, fuori tono. Il progetto in tre volumi che stiamo completando restituisce finalmente, per la prima volta nella storia, l’intero corpus di quelle performances nella qualità che meritano.
Il secondo volume copre le trasmissioni del 13 e del 20 luglio 1957 ed è il più ricco di sorprese. Proprio nel luglio di quell’anno il quintetto aveva attraversato una trasformazione significativa: John Coltrane aveva lasciato il gruppo – o ne era stato allontanato, a seconda delle fonti – e al suo posto era rientrato Sonny Rollins. Alla batteria, Art Taylor prendeva il posto di Philly Joe Jones. Era, insomma, un Miles Davis in una nuova transizione: il grande quintetto classico era finito, il sestetto non era ancora nato. Eppure, la musica catturata in queste sedute ha una vitalità sorprendente, una qualità di presenza che solo il jazz dal vivo sa produrre.
Il programma del 13 luglio si apre con Four – a lungo attribuita a Miles, ma in realtà composta da Eddie “Cleanhead” Vinson, come il materiale documentale ha definitivamente chiarito – e prosegue con due frammenti di Bye Bye Blackbird, un It Never Entered My Mind affidata alla sordina Harmon (firma inconfondibile di Davis in quegli anni), e una Walkin’ tagliata prima del finale dal montaggio radiofonico.
Il 20 luglio, invece, porta in scaletta Dear Old Stockholm – unica registrazione live nota di Miles su questo brano, con Paul Chambers che cita il secondo tema dell’aria da Votre toast, je peux vous le rendre da Carmen nel suo assolo – e una Bag’s Groove di sette minuti, prima testimonianza live nota di questo standard nel repertorio davisiano. Ma è attorno alla trasmissione del 13 luglio che si concentra la gemma più inattesa di questo volume: la presenza in studio di Jean Shepherd.
Jean Shepherd, il falsario letterario
Shepherd era, nel luglio 1957, una delle voci più note e più sovversive della radio newyorkese. Conduttore notturno su WOR-AM, aveva un rapporto con i suoi ascoltatori – che chiamava affettuosamente “la banda”, i “night people” contrapposti ai conformisti diurni – che assomigliava più a una cospirazione culturale che a un programma radiofonico. Shepherd parlava, raccontava, improvvisava: era un raconteur nel senso più pieno del termine, un narratore capace di trasformare l’aneddoto in metafora e la metafora in atto di resistenza civile.
L’anno precedente aveva messo a segno quello che molti considerano il più brillante scherzo mediatico del dopoguerra americano. Irritato dalla logica perversa delle classifiche dei bestseller – determinate non dalle vendite effettive ma dalle richieste nelle librerie – Shepherd aveva esortato i suoi ascoltatori notturni a entrare nelle librerie di tutta New York e chiedere un romanzo inesistente: I, Libertine, di un certo Frederick R. Ewing, autore altrettanto inesistente. Aveva fornito alla sua “banda” tutti gli elementi necessari: titolo, nome dell’autore, una trama vaga ma abbastanza plausibile. I suoi ascoltatori avevano eseguito con entusiasmo. Il risultato aveva superato ogni aspettativa. In poche settimane I, Libertine compariva nelle classifiche dei libri più richiesti. Accademici citavano il romanzo. Critici sostenevano di averlo letto. Una libreria di Boston ne aveva vietato la vendita – il che, naturalmente, aveva moltiplicato ulteriormente le richieste. Il Wall Street Journal aveva scoperto lo scherzo poche settimane prima che diventasse un segreto di Pulcinella, ma nel frattempo la Ballantine Books aveva già commissionato allo scrittore di fantascienza Theodore Sturgeon – con Shepherd come supervisore dell’outline – il compito di scrivere davvero il libro. Betty Ballantine aveva completato l’ultimo capitolo dopo che Sturgeon si era addormentato esausto sul divano di casa sua, avendo scritto quasi tutto il romanzo in una sola maratona notturna. Il 13 settembre 1956 I, Libertine era in libreria, in edizione rilegata e tascabile simultanee, con Shepherd in copertina nella posa più dissoluta possibile. La quarta di copertina rivelava orgogliosamente l’intera beffa: il libro era al tempo stesso un romanzo satirico e un monumento alla sovversione dei media.
Questa è la persona che Guy Wallace porta nel broadcast dal Café Bohemia la sera del 13 luglio 1957. E Shepherd non delude: il suo intervento si intreccia con le improvvisazioni del quintetto in un modo che sembra quasi inevitabile, come se jazz e narrazione orale avessero sempre avuto qualcosa da dirsi. Mentre Miles e Rollins costruiscono i loro assoli su Bye Bye Blackbird, la voce di Shepherd racconta l’I, Libertine affair – definendolo con il distacco divertito di chi sa di aver fatto una cosa memorabile: “un trionfo del ciarlatanesimo”. La conversazione tocca il rapporto tra jazz e cultura americana, la maggiore apertura europea verso questa musica, la differenza tra spontaneità e istituzione. Wallace guida l’intervista con la competenza del professionista navigato; Shepherd risponde con la libertà di chi non ha nulla da dimostrare. Il risultato è un documento sonoro doppiamente prezioso: da un lato registra uno dei quintetti di Miles Davis in una fase cruciale della sua evoluzione; dall’altro fissa in un momento preciso la figura di Jean Shepherd nel pieno della sua stagione più creativa, quando la radio era ancora un luogo di rischio e di invenzione e la notte newyorkese aveva ancora quella qualità di laboratorio permanente che il decennio successivo avrebbe disperso.
Maynard Ferguson e la continuità del jazz
La trasmissione del 20 luglio porta un ospite di segno completamente diverso: Maynard Ferguson, trombettista virtuoso famoso per i suoi acuti stratosferici e per la sua big band. Ferguson è tutto ciò che Miles Davis non è – spettacolare, estroverso, tecnicamente ostentato – e lo stesso Ferguson non era mai stato un estimatore entusiasta di Davis. Eppure, l’intervista che rilascia a Guy Wallace nel segmento Ask the Stars – rispondendo alla domanda di un ascoltatore sull’evoluzione dal Dixieland al jazz moderno – rivela una lucidità storica inaspettata. Per Ferguson, quella transizione non è stata una rottura ma un processo organico, paragonabile all’evoluzione dell’automobile: nessun momento preciso di cesura, nessun manifesto fondativo, ma una trasformazione continua in cui ogni generazione ha cercato la propria voce senza cancellare quelle precedenti. È una visione inclusiva, quasi ecumenica, che stride piacevolmente con il clima da guerra di religione che spesso caratterizzava il dibattito jazzistico dell’epoca.
Note tecniche e filologiche
Questo secondo volume porta con sé alcune scoperte discografiche di rilievo. La registrazione del 13 luglio contiene la prima testimonianza live nota di Bye Bye Blackbird nell’esecuzione di Miles Davis. Quella del 20 luglio include l’unica registrazione live nota di Dear Old Stockholm, di Nature Boy – registrata in precedenza da Miles con Charles Mingus per l’album Blue Moods – e di S’posin’, quest’ultima in versione definita “reconstructed master”: il pezzo era stato interrotto durante la trasmissione originale e sovrapposto da un frammento di Bag’s Groove, e la presente edizione ha ricostruito la sequenza originale nella misura del possibile.
Nel corso di molti anni sono state raccolte diverse copie degli stessi broadcast e, dopo un certosino lavoro di comparazione e valutazione, sono state selezionate le versioni migliori disponibili nel circuito dei collezionisti più incalliti. Il lavoro di restauro ha richiesto mesi di lavorazione, e spesso sono state utilizzate fonti diverse per la ricostruzione della forma più completa di ogni singola trasmissione radiofonica. Un lavoro reso ulteriormente complesso dal fatto che i nastri originali mono non erano sempre in condizioni ottimali e che diversi materiali già circolati nelle edizioni non ufficiali soffrivano di problemi di velocità e intonazione – derivanti dalla riduzione o dall’accelerazione del nastro nelle fasi di duplicazione – che danneggiavano in modo consistente alcune performances. Il restauro ha corretto questi problemi sui materiali primari disponibili, con l’obiettivo dichiarato di restituire il suono originale nel modo più fedele possibile.
La cronologia degli ingaggi al Café Bohemia ha subito nel corso della ricerca alcune revisioni significative. In particolare, la residenza agosto-settembre 1957 che le fonti precedenti davano per acquisita è risultata non documentata e va dunque considerata cancellata dalla discografia attendibile. La cronologia definitiva conta tredici ingaggi accertati tra il luglio 1955 e il maggio 1958, ciascuno con la formazione documentata.
Le fotografie di copertina sono opera di Marvin Koner, scattate tra il 25 maggio e il 10 giugno 1956 fuori dal Café Bohemia: immagini di una New York notturna che ha la stessa qualità sospesa della musica che contengono.
Miles Davis Quintet – Complete Café Bohemia Bandstand U.S.A. 1956-58 Radio Broadcasts, Volume 2
(GRooVEback Records, GBR00125)
Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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