L’ingegnere trevigiano, fondatore e proprietario della Infinity Studio, è uno dei maggiori esperti a livello internazionale nella registrazione discografica in chiave audiofila. Oltre ad aver affinato e migliorato il sistema 3D, il cosiddetto 2+2+2, ideato da Werner Dabringhaus, patron dell’etichetta tedesca MDG, il tecnico veneto ha anticipato di fatto il Dolby Atmos, portando le sue prese del suono, diverse delle quali per l’etichetta elvetica Divox, a un livello di realismo a dir poco impressionante. Ecco che cosa ci ha raccontato in questa intervista a tutto tondo

Ing. Paolo Carrer, quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a diventare un ingegnere del suono? Inoltre, che doti bisogna possedere per riuscire in questo ambito professionale?

Dobbiamo andare molto indietro nel tempo. Premetto che sono stato un bambino molto fortunato perché sono nato in una famiglia dove la cultura era un fondamento imprescindibile. I miei genitori avevano la passione per l’ascolto della musica. Mio papà, già dalla fine degli anni Cinquanta, non solo aveva una radio (con tanto di antenna montata sul tetto di casa), con la quale si sintonizzava per ascoltare i concerti di musica classica che venivano trasmessi dalla BBC, ma si era fornito anche di un registratore a bobine con il quale amava registrarli e archiviarli. Poi nacqui io e la sua passione più grande divenne quella di registrarmi mentre abbozzavo le prime parole o quando poi, un po’ più cresciuto, gli raccontavo le fiabe che la mamma mi narrava la sera prima di addormentarmi. Quel congegno incredibile che peraltro non potevo assolutamente toccare, appoggiato sul tavolo della sala da pranzo con quelle bobine che giravano e che era in grado di riprodurre ciò che dicevo segnò l’inizio per me di un percorso che mi ha portato fin qui. La passione per l’ascolto della musica arrivò poi, grazie a mio zio (il fratello di mio padre). Era una persona incredibile. Viveva e lavorava come ingegnere chimico presso le industrie Pirelli in Brasile. Ogni estate, quando tornava in Italia per le vacanze, mi portava un cofanetto di dischi che poi ascoltavamo insieme rigorosamente in silenzio e in penombra per non avere nulla che ci potesse distrarre. Poi ci si confrontava sulle sensazioni, su ciò che quel brano che avevamo appena sentito ci aveva trasmesso e mi guidava spiegandomi le caratteristiche di quella composizione musicale. Furono, insomma, degli ascolti guidati molto seri ed estremamente interessanti che mi insegnarono realmente ad apprezzare e ad amare la musica per la sua capacità intrinseca di trasmettere emozioni. Uno dei dischi più belli che ricordo di aver ricevuto e che ancora oggi, di tanto in tanto, torno ad ascoltare è la registrazione dei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach diretti da Karl Richter e prodotta dalla Archiv. A tutto ciò, nel periodo dell’adolescenza, si aggiunsero anche una passione smisurata per l’alta fedeltà perché per me era fondamentale la qualità dell’ascolto e l’elettronica (le mie “paghette” finivano sempre o nell’acquisto di dischi o nelle riviste specializzate). Insomma, era chiaro che non avrei mai potuto fare il farmacista nella mia vita. Ne consegue che, per riuscire in questo ambito professionale, oltre a una grande passione e a una buona preparazione tecnica, sono sicuramente fondamentali anche alcune doti naturali, come una buona percezione uditiva, una certa sensibilità artistica e una buona memoria. Non devono altresì mancare tantissima dedizione sia per musica ma, più in generale, per il lavoro in sé, perché questo tipo di professione tante volte si svolge in occasione di festività e molto spesso con orari ben lontani da quelli “canonici” di un lavoro tradizionale. Inoltre, bisogna avere spirito di intraprendenza e capacità nel saper risolvere problemi che in modo inaspettato si possono incontrare nel processo lavorativo, trovando soluzioni che portino al risultato voluto e che gli altri si aspettano.

Un ricordo d’infanzia di Carrer: il “mitico” registratore a bobine degli anni Cinquanta appartenuto al padre, grazie al quale si è appassionato fin da bambino alla magia del suono registrato e riprodotto.
La “sala macchine” dell’Infinity Studio, cuore nevralgico di tutte le registrazioni effettuate da Paolo Carrer.

Andiamo avanti. Nel 1989 a Treviso ha dato vita all’Infinity Studio. Quali sono le problematiche, oltre all’investimento economico, che si devono affrontare da un punto di vista tecnico e logistico quando si decide di avviare uno studio di registrazione?

Indubbiamente, avviare uno studio di registrazione comporta una serie di problematiche di natura tecnica e logistica che vanno ben oltre il mero investimento economico. Ovviamente dall’89 ad oggi moltissime cose sono cambiate, la tecnologia si è evoluta in modo strabiliante e anche i materiali che oggi sono a disposizione per il trattamento acustico non sono nemmeno paragonabili a quello che c’era allora. Bisogna, prima di tutto, capire qual è il target che si vuole raggiungere. Un conto è fare uno studio di registrazione pensato per la musica pop, rock o jazz, un altro se ci si vuole specializzare nell’ambito della musica classica. Di conseguenza, uno degli aspetti primari da prendere in considerazione è la scelta degli spazi e la metratura della sala di ripresa piuttosto che quella della regia anche in relazione alle apparecchiature che si vogliono installare. La selezione dell’attrezzatura (hardware e software) deve essere coerente con il tipo di produzione musicale che si intende realizzare. Un altro aspetto estremamente complesso riguarda l’adeguato isolamento acustico per evitare interferenze con l’ambiente esterno e, parallelamente, l’intervento sul trattamento acustico interno per garantire una resa sonora il più possibile neutra. Spesso si pensa che lo studio di registrazione sia composto solo da una regia e dalla sala di ripresa ma ci sono molti altri spazi che si rendono necessari per il corretto funzionamento di tutta la struttura come, ad esempio, un posto adeguatamente ampio e facilmente accessibile per il deposito del materiale tecnico che di volta in volta si utilizza per una produzione (microfoni, aste microfoniche, cavi, flight-case per il trasporto in esterna, pannelli acustici divisori ecc.). Una volta, la “sala macchine” era un luogo di primaria importanza in uno studio. Al suo interno trovavano posto i voluminosi registratori a bobine multitraccia, gli alimentatori del mixer, gli amplificatori dei monitor, i computer e tutto ciò che faceva rumore o che richiedeva il mantenimento di una temperatura e un’umidità costante nel tempo. Oggi le attrezzature sono completamente cambiate e tutto ciò non è più necessario, ma avere un posto adatto per conservare le apparecchiature più delicate o gli hard disk preposti al backup di tutto il materiale di lavoro è altrettanto essenziale. Un’altra componente da non sottovalutare è la possibilità di un facile accesso alla sala di ripresa nel caso si debbano posizionare strumenti pesanti e di grandi dimensioni come, ad esempio, un pianoforte. A volte dei banali gradini o una porta relativamente stretta possono trasformarsi in ostacoli difficilmente aggirabili.

L’angolo di regia dell’Infinity Studio, nel quale troneggia la coppia di diffusori B&W 801 pilotata dalla coppia di Jeff Rowland Model 7.

Lei, parallelamente al lavoro presso il suo studio, per sei anni, dal 2016 fino al 2023, è stato anche responsabile tecnico per le registrazioni e la gestione dei progetti audio/video del Conservatorio di Musica Giuseppe Tartini di Trieste. Quanto è stata importante questa esperienza? Mi riferisco soprattutto alla sfera artistico-musicale…

È stata un’esperienza estremamente significativa, sia dal punto di vista tecnico che artistico. Mi ha dato l’opportunità di lavorare a stretto contatto con una comunità musicale di altissimo livello, in un ambiente dinamico e stimolante come quello del Conservatorio Tartini. Dal punto di vista tecnologico, è stato un periodo molto fertile: ho potuto sperimentare e implementare nuove soluzioni grazie all’accesso a strumenti avanzati e a progetti innovativi come LOLA (LOw LAtency AV Streaming System), una piattaforma, di proprietà del Conservatorio Tartini, che consente performance musicali in tempo reale tra musicisti geograficamente distanti. Un’esperienza affascinante, che ha unito musica, tecnologia e ricerca, portando il suono in una dimensione completamente nuova. Ma al di là della parte tecnica, ciò che più mi ha arricchito è stato il contatto quotidiano con i giovani musicisti. Ho avuto la possibilità di ascoltarli, affiancarli e, quando possibile, consigliarli anche su aspetti legati alla produzione e alla resa sonora delle loro esecuzioni. In un certo senso, ho avuto il privilegio di vivere il “dietro le quinte” del loro percorso formativo e artistico, contribuendo, anche se in minima parte, alla loro crescita professionale.

Il Mitsubishi digital multitrack recorder utilizzato da Paolo Carrer.

Lei è diventato un preciso punto di riferimento per artisti e case discografiche a livello internazionale, creando un sistema di registrazione 3D, il cosiddetto 2+2+2, denominato “Aurofonia”, che ha utilizzato per le sue leggendarie prese del suono dell’etichetta elvetica Divox di Wolfram M. Burgert, specializzata nella musica antica (tra l’altro, una sua registrazione, più precisamente il CD Dolcissimo sospiro, Divox CDX-70202-6, si è aggiudicato il Midem Award 2007 come “Migliore registrazione di musica antica”). In che cosa consiste esattamente questo sistema di registrazione?

Premetto che, il sistema 2+2+2 non è un’idea mia. Nasce grazie a Werner Dabringhaus, fonico tedesco originario di Detmold e proprietario dell’etichetta MDG. Io venni a conoscenza del sistema grazie a Wolfram che, nel lontano 2000, mi telefonò e mi chiese di andare a trovarlo a Basilea per sentire delle registrazioni “tridimensionali” incredibilmente realistiche realizzate appunto da Werner e che necessitavano di un sistema audio con sei diffusori per poterle ascoltare. Dopo quell’incontro estremamente illuminante in un negozio di Hi-Fi del centro che aveva appositamente installato il sistema per farmelo sentire, Wolfram mi chiese testualmente: «Sei in grado di capire come si fanno le registrazioni per ottenere questo risultato? Io, d’ora in poi, voglio produrre solo dischi che restituiscano questa esperienza sonora». Mi misi subito al lavoro sperimentando delle tecniche di registrazione che potevano essere compatibili con il risultato che avevo sentito e che stavo cercando e fu così che, circa sei mesi dopo, agli inizi del 2001, ritornai in Svizzera per realizzare la prima registrazione per Divox in 2+2+2 (Giorno e Notte. Concerti per flauto del Signor Vivaldi – CDX70407-5). L’Aurofonia è stato il passo seguente e rappresenta il vero punto di partenza dell’audio immersivo (Auro3D e Dolby Atmos) dei giorni nostri. In quegli anni si sfruttavano le caratteristiche del DVD Audio e del SACD (capaci di 6 canali audio in qualità non compressa e a banda passante piena) per fornire all’ascoltatore un sistema di ascolto basato su quattro canali surround (Left, Right, Surround Left e Surround Right) con l’aggiunta di due altri speaker posizionati a una certa altezza sopra i diffusori principali (con un rapporto 2:1 calcolato sulla distanza tra il canale sinistro e quello destro). I supporti dell’epoca però, con la possibilità di avere solo sei canali audio, erano comunque limitanti per un ascolto realmente immersivo sebbene il sistema, così come era stato concepito, già desse ottimi risultati. Werner, soddisfatto per ciò che il 2+2+2 offriva, non proseguì nella ricerca di ulteriori miglioramenti. Al contrario, io tentai di andare oltre e fu così che, nel 2006, cominciai a sperimentare e realizzare registrazioni audio svincolandomi dal limite dei sei canali dei supporti commerciali utilizzando dapprima un sistema a otto vie (composto da quattro diffusori posizionati sopra le quattro casse principali del surround) e poi successivamente dieci (per avere una piena compatibilità con l’esistente 5.1) aggiungendo quindi il canale centrale e il canale dedicato al sub. Già a quell’epoca, quindi, io in studio avevo installato un sistema di monitor in configurazione 5.1.4 (che è tutt’ora quello che ancora utilizzo) e la prima produzione fatta sempre per Divox e di comune accordo con Wolfram fu Viaggio a Venezia con I Virtuosi delle Muse e Stefano Molardi alla conduzione (CDX70602). Ma eravamo troppo in anticipo con i tempi e considerando che solo quasi dieci anni dopo sarebbe uscito un supporto (l’UltraHD Bluray) capace di supportare tutti i canali audio necessari per quel sistema, quella produzione (come molte altre da me realizzate in quegli anni) uscì solo in versione stereo. Non so se si trovi ancora o se qualche appassionato audiofilo ne sia mai venuto in possesso ma, quando ci fu la presentazione ufficiale del “nuovo” sistema Auro3D, venne prodotto un sampler con all’interno alcune registrazioni dimostrative del sistema. In quel sampler è presente una mia registrazione ambientale che io feci molti anni prima dove si sentono e si riescono a localizzare perfettamente nello spazio circostante il canto degli uccellini, un asino di una fattoria che raglia e soprattutto il passaggio di un trattore che si avvicina dal lato posteriore sinistro, dando quasi la sensazione di venire addosso all’ascoltatore, e poi se ne va. Oggi mi viene qui po’ da sorridere pensando che ci sono voluti quasi vent’anni per arrivare all’affermazione su larga scala di un sistema come il Dolby Atmos che peraltro, a mio modesto avviso, senza delle linee guida molto chiare, ha creato e sta creando, sia nel mondo di chi produce registrazioni sia tra coloro che le ascoltano, una grande confusione con risultati sonori spesso molto deludenti. Tristemente devo constatare che molte delle registrazioni immersive di oggi (seppur blasonate e premiate) mettono al centro dell’attenzione il sistema in sé lasciando poco spazio alla vera emozione derivante dalla composizione musicale e dall’interpretazione dei musicisti.

Tra i microfoni usati per la presa del suono, l’ingegnere trevigiano impiega anche questi Telefunken a valvole.

Per quanto la riguarda, come ha risolto, se lo ha fatto, il dilemma tra la filosofia analogica e quella digitale nell’ambito delle sue registrazioni?

In modo molto sereno. Non bisogna mai aver paura delle innovazioni tecnologiche. L’importante è cercare di conoscerle approfonditamente per poter apprezzare aspetti positivi ed eventualmente negativi per poterle sfruttare a proprio vantaggio. Il supporto della tecnologia digitale ha fatto passi da gigante in questi decenni. Se utilizzato in modo corretto e con apparati di qualità, offre indubbiamente dei grandi vantaggi. La componente analogica presente nei convertitori analogico/digitali traccia il carattere del convertitore stesso. È l’anello di congiungimento tra il dominio analogico e quello digitale. Certi stadi di ingresso si adattano meglio di altri nell’accettare il segnale proveniente dai preamplificatori microfonici. È una scelta che va fatta in modo accurato ma, se si trova il corretto abbinamento, il segnale analogico ne ha solo da guadagnare. Inoltre, l’aver tolto un supporto meccanico nella catena di salvataggio dei dati digitali, ha eliminato tutto quel complesso processo di correzione dei dati non sempre esente da errori e che presentava il rischio di restituire un suono finale degradato e non veramente corrispondente all’originale. Oggi siamo almeno certi che le informazioni provenienti dalla catena analogica arrivino praticamente inalterate fino al supporto finale, CD, DVD o Bluray che sia. Personalmente, quasi tutte le registrazioni che seguo nell’ambito della musica classica vengono effettuate in esterna, teatri, chiese, auditorium ecc. In queste situazioni, per evitare il più possibile interferenze, disturbi e degrado nel trasporto del segnale, dispongo il rack dei preamplificatori microfonici e dei convertitori molto vicino ai microfoni in modo da preservare l’informazione analogica con cavi microfonici di qualità (solitamente uso cavi Mogami), ma molto corti. In questo modo, il trasporto del segnale fino alla postazione di regia (che normalmente posiziono in una stanza adiacente alla sala o nelle sacrestie delle chiese ma a volte anche molto distante dalla postazione di ripresa) viaggia in modo sicuro in formato digitale e arriva direttamente alla workstation. Il materiale così registrato non subisce più alcuna manipolazione se non quella necessaria in fase di editing e di missaggio in studio. Nella mia catena analogica per la presa del suono come preamplificatori microfonici uso la serie a rack derivata dalla famosa consolle Amek 9098 progettata da Rupert Neve a cui collego i convertitori Apogee AD16X. Le registrazioni normalmente sono effettuate a 192KHz. 

Una postazione di registrazione organizzata all’interno di una chiesa.

Quanto è necessaria, per un ingegnere del suono, la conoscenza e la competenza nel campo del linguaggio musicale? Glielo chiedo poiché molti potrebbero pensare che per intraprendere questa professione ci sia bisogno solo di una specializzazione tecnica in sé, ossia “ingegneristica”…

Direi fondamentale. Non è pensabile andare a registrare un’orchestra di musica barocca, un quintetto per archi o un organo storico, senza conoscere le caratteristiche timbriche degli strumenti impiegati e senza aver fatto degli ascolti a priori della registrazione per conoscere ciò che si va a registrare e per sapere esattamente quello che si vuole ottenere o, al contrario, ciò che invece si vuole assolutamente evitare. Così come altrettanto indispensabile è avere una conoscenza delle composizioni musicali e del linguaggio musicale espresso nelle varie epoche senza per questo invadere il territorio dell’espressività e dell’interpretazione propria del musicista. Durante una registrazione, io non faccio mai la direzione artistica. Lascio questo complesso lavoro solitamente a una persona di fiducia degli interpreti. Sicuramente mi interfaccio con loro ed esprimo anche le mie opinioni se necessario, ma normalmente lascio che siano loro a gestire questo importante quanto impegnativo aspetto della registrazione. Quando devo realizzare una nuova produzione discografica, la scelta del luogo dove fare la registrazione è fondamentale. Normalmente faccio un sopralluogo con il musicista, vado a “sentire” come suona l’ambiente e verifico tutto ciò che, agli occhi (e soprattutto alle orecchie) di una persona normale, sebbene preparata musicalmente, può sfuggire o apparire non determinante per la buona riuscita del progetto. Rumori di fondo, tempo di riverberazione e risonanze anomale dell’ambiente possono rovinare completamente e irreparabilmente una registrazione. La buona acustica di una chiesa piuttosto che di una sala, tra l’altro, oltre a far sentire a proprio agio i musicisti che vi devono suonare e dare il meglio di sé, offre la possibilità di utilizzare in fase di missaggio la riverberazione naturale senza doverne aggiungere in modo artificiale. Moltissime mie registrazione sono fatte solo ed esclusivamente utilizzando l’ambientazione naturale del luogo dove sono state registrate. Non sempre ma, a volte, ci sono degli ambienti “magici” dove l’acustica è talmente perfetta per la musica che devo registrare che basta posizionare pochi microfoni ed è già tutto fatto. Non serve correggere o aggiungere nulla. È bellissimo.

Quali sono le sue preferenze personali in fatto di musica? Inoltre, si ritiene un audiofilo a tutti gli effetti, ossia abituato ad ascoltare la musica con un impianto audio confacente a soddisfare i requisiti della cosiddetta “alta fedeltà”?

Ascolto di tutto. Mi lascio incuriosire per il piacere di ascoltare, conoscere, imparare dal lavoro degli altri, cogliere degli aspetti che poi potrebbero tornarmi utili e, più in generale, per potermi fare una mia opinione e un mio pensiero in merito. La mia discografia? Tolto tutto il repertorio classico che ovviamente occupa una cospicua fetta, ho un’ampia collezione di vinili, CD e Super Audio CD che spazia in quasi tutti i generi musicali e nelle produzioni degli ultimi cinquant’anni. Purtroppo, per la professione che faccio, confesso che sono anche molto attento alla qualità del prodotto che ascolto. Un disco inciso male con me fa una brutta fine a prescindere. Per quanto riguarda l’aspetto “audiofilo” direi abbastanza di sì. In studio c’è l’ascolto analitico al banco collegato con le Genelec 1038 in configurazione stereo o con il sistema audio Immersivo 5.1.4 che utilizza le Genelec 1030. Poi c’è l’ascolto “master” dove, partendo da un lettore Oppo 105, mi collego alle B&W 801 (Matrix III) che, collegate con dei cavi AudioQuest, sono pilotate da due Jeff Rowland Model 7. 

La microfonatura adottata da Paolo Carrer per il suo sistema Auro3D.

Un’ultima domanda: a che cosa sta lavorando adesso all’Infinity Studio?

Durante l’anno ho degli appuntamenti fissi per quanto riguarda la registrazione dei concerti dal vivo di due Festival organizzati dalla Fondazione trevigiana Antiqua Vox. Il primo, Pagine d’Organo, si svolge da febbraio ad aprile ed è un festival dedicato esclusivamente alla musica per organo (Treviso e la sua provincia sono ricchissime di chiese, alcune con organi originali perfettamente restaurati e funzionanti, altre con strumenti che sono copie filologiche di organi storici d’Oltralpe). Per questo festival, proprio da quest’anno, oltre alla registrazione degli eventi, curo anche la diretta streaming che viene trasmessa sul canale YouTube della Fondazione. Il secondo, Baroque Experience, è un festival dedicato alla musica barocca. Oltre a questo, si è aggiunto un nuovo progetto discografico di musica contemporanea con Maximiliano Amici che andrò a registrare entro fine anno a Shangai e un altro progetto che verrà realizzato in tempi più lunghi e che dovrebbe vedere la luce a fine 2026 con il coro Tridentum di Trento.

Andrea Bedetti 

 

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