Sandro Vero ci parla di questo controverso capolavoro di Miles Davis, accolto all’epoca con entusiasmo da Arrigo Polillo in Italia, esaminando anche le varie versioni, dagli LP originari della Columbia fino al magico suono sprigionato dal reel to reel 

1. L’opera

Si è scritto tanto su Bitches Brew: spesso si è elogiata l’opera davisiana, qualche volta la si è anche denigrata, mai si è opposta indifferenza; ciò perché si tratta di un album che si ama visceralmente o si odia, e rimane piuttosto difficile trattarlo con sufficienza, come lavoro minore, non significativo, nello sterminato book di Miles. Si pensi solo a questo: Arrigo Polillo, direttore della storica Musica Jazz dal 1965 al 1984, che detestava il rock e le frequenti contaminazioni col jazz tipiche degli anni Sessanta e Settanta, recensì il disco nella rubrica “Dischi Nuovi” nel dicembre del 1970, dunque poco dopo la sua pubblicazione. Conoscendo i gusti di Polillo ci si sarebbe potuti aspettare una stroncatura netta, nel solco di quelle sue stroncature, cui aveva abituato i lettori, che riguardavano sempre il mondo del rock bianco (una fra tutte quella dell’edizione del 1969 del festival di Newport, che quell’anno aprì a molti fra i principali nomi della scena, dai Jethro Tull a John Mayall, dai Ten Years After a Frank Zappa). E invece?

La cover di Bitches Brew disegnata da Mati Klarwein.

Invece, scrisse, tra l’altro, testualmente: «La verità è che tra questa musica e il rock corre un abisso: lo stesso che corre fra la musica di Parker e quella di Rita Pavone. (…) qui non vi è proprio nulla della superficiale eccitazione che i rockers cercano di suscitare: il beat è quello del jazz, la concentrazione dei musicisti, il grado di civiltà musicale raggiunto è quello dei jazzmen più evoluti». 

Arrigo Polillo, leggendario direttore di Musica Jazz, recensì entusiasticamente Bitches Brew sulle pagine della rivista.

Il resto è una magnifica disamina del capolavoro davisiano, piena di splendide intuizioni («Tutti hanno uno strano potere ipnotico, hanno un’arcana facoltà psicomotoria…»). Per dire quello che dice, Polillo deve scotomizzare ciò che lo farebbe andare in contraddizione con sé stesso: il beat di Bitches Brew non è (solo) quello del jazz, né lo sono molte delle sonorità che contiene: il rock e il funk sono massicciamente presenti nel possente groove, nella scansione metrica, nell’accentazione ritmica, nell’uso poderoso dell’elettrico (le tastiere di Corea, di Zawinul e di Young; la chitarra di McLaughlin). Se si parte da qui, si può poi dire – con assoluta certezza, ma anche con una certa ovvietà – che il Brodo di cagne davisiano non è solo rock: la giungla sonora che prolifera su quel tappeto ritmico, come voci primordiali che si intrecciano, si inseguono, si aggrovigliano, appartiene a una dimensione musicale – ma anche concettuale e perfino pittorica – che travalica e di molto la semplicità e la visceralità (pubica) del rock. Alcune soluzioni geniali, poi, come il timbro scuro e il fraseggio vorticoso del clarinetto basso di Bennie Maupin, accentuano il carattere magico, evocativo dell’Africa, enunciato graficamente già dalla meravigliosa copertina di Mati Klarwein. Dentro la pozione davisiana c’è il rock, c’è il free jazz, c’è il funk. E molto altro.

Il critico Stanley Crouch scrisse malissimo del disco, arrivando a definire la sua musica “da bordello”, sottolineandone il carattere eccessivamente caotico, la mancanza di swing (per lui ingrediente irrinunciabile di qualunque cosa voglia chiamarsi jazz), l’insopportabile suono elettronico. E da lui in poi, le critiche si sono avvalse soprattutto di quegli elementi probanti per tagliare nettamente in due la discografia davisiana: un prima di valore, che termina con In A Silent Way (che pure di rock dentro ne aveva tanto); un dopo, totalmente da cestinare (con dentro opere come Jack Johnson, Big Fun, Decoy).

tra i diversi artisti che presero parte al progetto discografico di Bitches Brew ci fu anche Chick Corea alle tastiere (© Luciano Viti).

2. I suoni

Con il rock Bitches Brew condivide anche un altro aspetto, apparentemente secondario ma che rappresenta invece uno dei valori aggiunti dell’opera: il carattere progettuale. Erano gli anni del nascente progressive rock, dei suoi concept albums, dei dischi costruiti intorno a un tema (musicale o no): i Genesis, i Gentle Giant, gli Yes, i Pink Floyd avevano già e avrebbero ancora dato prova di una certa maestria organizzativa della materia musicale. I dischi partoriti secondo quella logica produttiva erano come pensati per essere ascoltati attraverso una tensione narrativa che indicava l’obbligo di rispettare il piano “concettuale” degli autori. Non si poteva saltare casualmente e arbitrariamente da una traccia all’altra, senza compromettere la coerenza, la compattezza, la leggibilità del messaggio. Bitches Brew nasce probabilmente nel segno di una progettualità di massima (l’africanità primordiale trasportata nell’intrico urbano della metropoli), ma la sua fattura è lontana dall’artificiosità del progressive: durante la sua registrazione i nastri girano senza posa, senza interruzione alcuna, i musicisti sono in possesso di poche, scabre indicazioni, l’incedere sinuoso e insieme poderoso delle esecuzioni è lasciato totalmente alla libertà interpretativa del gruppo.

Ciò in cui si scatena l’aspetto più cinematografico del progetto – con un vero e proprio montaggio fatto di tagli, di loop, di sovrapposizioni – è la fase della post-produzione, di cui prende il timone il produttore Teo Macero, che assurge al rango di secondo demiurgo al fianco di Miles. Il risultato è a dir poco esaltante: i lunghi brani del disco beneficiano di un maquillage perfettamente funzionale alla poetica che sovrintende il lavoro. Dilatazioni temporali (in alcuni casi criticate) che accrescono il mood misterico, numerosi loop che accentuano il respiro profondo, a tratti ossessivo, della musica, tagli e ricuciture che moltiplicano quanto già si era sentito nel propedeutico In A Silent Way. Una dimostrazione di talento anche nell’ambito del lavoro, apparentemente secondario, di post-produzione.

Quello che ne esce e che poi viene pubblicato incontra subito i favori di un pubblico molto più vasto del solito mondo del jazz a cui Miles appartiene: il doppio vinile vende in poco tempo più di mezzo milione di copie, bissando la fortuna dell’altro capolavoro davisiano di undici anni prima, Kind of Blue, e le vendite dimostrano che la generazione di giovani bianchi devoti al rock può interessarsi a una musica infinitamente più complessa e impegnativa. Se dentro ci trova qualcosa di familiare. E Miles ancora una volta dimostra di saper captare l’energia e lo spirito dei tempi.

L’alone di leggenda e le peculiarità uniche di Bitches Brew furono anche merito del famoso produttore Teo Macero, che vediamo nella foto con Miles Davis durante una pausa della registrazione (© Don Hunstein).

3. Il viaggio inizia: i vinili

A giugno del 1971, ancora sedicenne, faccio la mia scorta della musica di Miles presso la storica discoteca Frattina di Roma: in un solo colpo le mie scarse finanze di adolescente si prosciugano con In A Silent Way e Bitches Brew. L’ascolto dei due albums è destinato a entrare all’interno di un diabolico imbuto: al rientro a casa dalla vacanza romana ciò che li aspetta è una fonovaligia Lesa, con il braccio e la testina incorporata a scavare nei solchi e il suono inscatolato dell’unico altoparlante in dotazione nel fianchetto. Ma ciò basta a regalarmi un’esperienza indimenticabile: per giorni, settimane, quella musica mi ronza in testa. Mi riviene, a mo’ di rigurgito alimentare, in qualunque momento del giorno. Mi segue, mi domina, mi colma.

Il doppio vinile di Bitches Brew, pubblicato dalla CBS italiana, è alloggiato dentro una gatefold con le aperture curiosamente all’interno. I dischi hanno una grammatura non eccelsa, i 180 grammi non sono ancora un elemento discriminante, ma ciò che più conta è nella stampa: il suono è compresso, le voci strumentali – il cui intreccio ha bisogno di una trasposizione capace di lasciare aria fra di essi – sono impastate, la dinamica assente. Di tali nefandezze ho prova inconfutabile alcuni decenni dopo, quando già da tempo la fonovaligia Lesa è stata rimpiazzata dal mitico Axis della Linn, provvisto di braccio Akito e di testina MC Denon 103R (con in mezzo, come è ovvio, alcuni altri giradischi). La filiale italiana della Columbia non riserva all’album il trattamento che merita e così per anni chi possiede quella edizione dovrà accettare di restringere la sua esperienza sonica a una matassa inestricabile di suoni che si muovono con la pesantezza pachidermica che li contraddistingue.

Un po’ dopo la pubblicazione, la Columbia sforna anche un’edizione quadrifonica dell’album: era il primo tentativo di proporre un ascolto multicanale (e non più soltanto stereofonico) della musica. Ma si trattava certamente di un prodotto di nicchia, assolutamente non alla portata di tutti, richiedendo per il suo ascolto il possesso di una testina quadrifonica. Vedremo più avanti cosa si fece, in realtà, con il master preparato per l’edizione multichannel.

L’esperienza vinilica naturalmente non si ferma con l’edizione 1970 della CBS italiana. Nel 2010, dopo la fase più acuta della crisi del discone nero, da tempo soppiantato nelle vendite dal CD, la Columbia pubblica un fantastico box per l’occasione del 40° anniversario di Bitches Brew: dentro vi trovano alloggio i due vinili (questa volta a 180 grammi), il CD dell’album, un CD con un live di un gruppo più ristretto rispetto a quello delle sessioni in studio, un DVD con la registrazione di un concerto a Copenhagen, tanti gadget e memorabilia. Una bella soddisfazione per i collezionisti. Ma gli audiofili restano un poco a bocca asciutta: la stampa dei vinili è sicuramente più accurata di quella dell’edizione italiana di quarant’anni prima, il suono è più disteso, intellegibile, si scovano sprazzi di dinamica, ma non si registrano significativi miglioramenti tali da far gridare di gioia.

La gioia arriva, inesorabile, con l’ascolto dell’edizione Mobile Fidelity targata Original Master Recording. I due disconi, pesanti come la loro cover di spesso cartone, sono stampati con una cura certosina: i rumori che accompagnano solitamente la fruizione di un vinile sono pressoché assenti, la giungla metropolitana diventa analiticamente esplorabile, aria e luce si insinuano nella trama sonora, il soundstage si arricchisce di una dimensione quasi tridimensionale, e finalmente compare una capacità di escursione dinamica degna della ricchezza timbrica dell’album. La Mobile Fidelity, recentemente attraversata da una sorta di scandalo puristico per la modalità di organizzazione del processo di masterizzazione dei suoi prodotti, conferma – di fatto –  la qualità altissima delle sue produzioni: il suo Bitches Brew è quanto di meglio il sistema vinile può oggi esprimere.

Anche il grande chitarrista John McLaughlin diede il suo contributo al disco.

4. La fase dei CD

Prima dell’edizione celebrativa del quarantennale, la Columbia aveva proposto, nel 2004, un bel cofanetto contenente i cd delle sessioni complete. In realtà l’operazione ha qualcosa di artificioso, giacché vi trovano posto registrazioni di parecchi mesi dopo rispetto alla sessione dell’agosto del 1969. Gli organici mutano, muta spesso anche il mood (in alcuni brani il sound si carica di colori esotici attraverso l’utilizzo del sitar), ma si può riconoscere una discreta continuità nella temperie musicale che lega le sedute originarie a quelle successive. 

L’ascolto dei dischetti argentati conferma quanto già era prevedibile: rispetto alle stampe viniliche precedenti il CD introduce una capacità di lettura dei dettagli che facilita la microdinamica e scioglie una discreta quantità di impasto timbrico, pagando tuttavia il prezzo di una più probabile stanchezza uditiva, che caratterizza il primo digitale fisico. Non si apprezzano differenze degne di nota fra i CD dell’edizione del 2004 e quello del box celebrativo del 2010. Si conferma invece la superlativa resa del vinile della Mobile Fidelity rispetto a entrambe le edizioni digitali: la robustezza, il calore, la corposità del suo suono restano inarrivabili.

Nel 2018 la Japan Columbia pubblica un piccolo cofanetto contenente l’edizione in Super Audio CD dell’album. Il risultato è sconcertante: il dischetto, un SACD ibrido stereo/multichannel, contiene la traccia red book, ovviamente in stereofonia, che ancora una volta non aggiunge e non toglie quasi nulla a quanto già ascoltato con i CD di cui abbiamo parlato, e le tracce stereo e multicanale in alta definizione (per la precisione in DSD, il formato High Resolution del SACD). E qui le cose diventano interessanti: lo strato stereo in alta definizione vince a mani bassi il confronto con i CD per dettaglio e dinamica, e acquista qualche grado di calore, tipico del formato digitale più “analogico”, il DSD. Lo strato multicanale non è il solito multichannel 5.1 dei SACD, bensì un 4.0 che riproduce esattamente il master quadrifonico di più di quarant’anni prima. Il risultato è un paradosso: delays a go go, compressori del volume che azzerano, in alcuni momenti, le voci di alcuni strumenti, segnali sonori che ruotano nello spazio in modo bizzarro, caotico. Un tentativo, forse, di connotare ulteriormente la musica dell’album in chiave psichedelica, esaltato (in senso negativo) dalla precisione del mezzo tecnologico utilizzato e che fa sorridere, oggi, nel confronto con il multicanale odierno, specie quello immersivo, più quieto, misurato, realistico. 

La cover della versione di Bitches Brew nei due LP della Mobile Fidelity che, con la bobina da 18 centimetri, rappresenta la vetta audiofila di questo capolavoro.

5. Il “Brodo Liquido”

La liquida fa la sua comparsa in maniera fraudolenta: i files mp3 scaricabili gratuitamente dal web saltano a piè pari ogni regola di copyright ma anche – e soprattutto – ogni criterio di qualità. Il suono di ciò che si ascolta è quanto di peggio si possa immaginare, al punto che perfino un prodotto limitato come l’iPod della Apple, che pure tratta i brani con una certa cura migliorativa, sembra alta fedeltà. Le cose cominciano a cambiare man mano che i pacchetti di dati trasmissibili via internet divengono più pesanti, grazie a un miglioramento complessivo della larghezza di banda raggiunta e alle crescenti dimensioni delle memorie utilizzabili. Si rendono disponibili codec sempre più performanti, che consentono la trasmissione e l’immagazzinamento di files più corposi: WAV, Flac, AIFF, sono sigle sempre più presenti nel mondo della digitalizzazione immateriale, vale a dire senza il supporto fisico (CD, DAT, DCC, MiniDisc, ecc.). Così, in poco più di due lustri si giunge all’alta risoluzione, l’Hi Res, che promette (e spesso mantiene) la conservazione e l’esaltazione della purezza dei master digitali originari. Lo streaming e il download di albums storici e attuali rivoluziona il rapporto fra l’ascoltatore e la riproduzione “domestica”: una sterminata libreria di titoli è immediatamente accessibile, rendendo la fruizione più a rischio di saturazione delle possibilità, favorendo la distrazione e la superficialità dell’ascolto compulsivo (il saltare da un brano all’altro senza rispetto per la scaletta e, spesso, senza l’attesa della fine di ogni traccia). Ma anche consentendo un’estensione della qualità riproduttiva anche nell’uso on-the-go dei dispositivi usati, performanti al punto da divenire degni di essere usati anche nell’impianto nobile di casa.

Bitches Brew, come molti altri capolavori, è disponibile nella sua forma liquida a una risoluzione che solitamente è 24 bit e 96 Khz, in Flac o in WAV. L’ascolto del file acquistato da HighResAudio non sconvolge la gerarchia di valori cui siamo rimasti convintamente legati: il suono è pulito, offre un buon dettaglio ma non appassiona. Non ha la robustezza del SACD né il punch del vinile targato MoFi. E non sembra un difetto riconducibile al medium: altre opere, codificate in alta risoluzione, raggiungono vette persino superiori a qualunque formato fisico. Forse i master da cui si parte (che sia quello originario di Macero o quello successivo di Bob Belden) non consentono di estrarre più qualità, nonostante la lunghezza della parola (i bit di trascrizione) e la frequenza di campionamento siano maggiori di quelle del CD.

Il fascino dell’idea che Bitches Brew in DSD (a risoluzioni più alte del DSD64 del SACD, dunque a 5,6Mhz o a 11,2Mhz) suoni meglio di qualunque altro formato si nebulizza nello scontro con la realtà: per ciò che ne sappiamo, non sono reperibili files liquidi in quel formato. Il sospetto è che ciò dipenda da questioni di tutela dei diritti. 

6. La riscoperta: il Reel!

Nel frattempo, cosa accade? Accade che ritorna in auge la vecchia, abbandonata bobina. Che non è mai stata diffusissima, troppo costosa e impegnativa, e ha fatto la sua comparsa più nelle foto dei divi dello spettacolo, negli studi di registrazione, che nelle dimore normali degli appassionati normali. Tornano a rendersi disponibili, a prezzi sostenibili e in condizioni di varia affidabilità, i macchinoni della Revox o della Akai o della Teac che avevano calamitato il desiderio quasi sempre impossibile di tanti: troppo costosi, troppo “oltre”. E così ci ritroviamo ad armeggiare con quegli stupendi oggetti, dal faticoso e lento caricamento, che ci regalano un’esperienza fuori tempo, fatta di assoluta, goduriosa materialità.

Bitches Brew esce in una bobina Columbia da 18 cm., edita a 3,4 ips (inch per second) – proprio il minimo sindacale e quindi sotto la soglia dell’Hi-Fi – subito dopo la sua prima edizione in vinile. Ma chi la compra? Forse lo fanno in USA, forse in Giappone, ma per il resto? Oggi è possibile trovare – nei siti dell’usato – quella edizione a prezzi accettabili, ma si trovano anche pubblicazioni di pregio, di etichette esclusive specializzate nel reel to reel, a cifre esorbitanti. La cosa più sensata è quella di scovare duplicatori privati di master di produzione. Con una spesa di 200 euro ci si porta a casa due bobine da 26 cm., registrate a due tracce e a 15 ips (38 cm. al secondo), con equalizzazione CCIR: il massimo! E la copia che vi apparterrà sarà solo di terza generazione e avrà una perdita della qualità a partire dal master originale che rasenta lo zero!

Proprio quella che ascoltiamo, nel conforto della nostra sala, con le nostre familiari elettroniche: due bobine da 26 cm., 2 tracce e 38 cms., che girano fascinosamente dentro un Revox B77 high speed. Lo diciamo subito: il capolavoro di Davis non lo abbiamo mai sentito così! Gli strumenti respirano, come fossero organismi viventi. L’aria fra di essi non è solo intellegibilità assoluta, diventa lo spazio altrettanto significativo e fruibile di ciò che contiene. Il suono è materia viva, pulsante, tangibile. La scena si articola, si realizza, non è più la rappresentazione di una cosa: è la cosa! Le frasi di Miles, le lame di McLaughlin, il borbottio di Maupin, il brulichio delle tastiere, le iterazioni di Holland, la grevità di DeJohnette sfidano la capacità di distinguere fra realtà e riproduzione della realtà. Insomma, l’analogico nella sua veste regale!

Sandro Vero

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