In questa intervista, Stefano Pio, autore del libro Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte, rievoca, anche attraverso ricordi personali di gioventù, il rapporto tra il geniale musicista siciliano e la fondamentale figura del padre, rimarcando come l’eccelso violinista e compositore veneto non sia stato un semplice collaboratore, bensì determinante nel creare ed elaborare le melodie di tantissimi brani che sono entrati nell’immaginario di milioni di ascoltatori
Maestro Pio, ha voluto scrivere questo libro per restituire a Cesare quel che è di Cesare, ossia il giusto riconoscimento dovuto a suo padre Giusto Pio nell’aver fatto progredire musicalmente Franco Battiato, al punto da considerare tutta la produzione artistica che va grosso modo spalmata in un ventennio, tra il 1976 e il 1996, equamente suddivisa e condivisa tra loro due, oppure ci sono altri motivi che le stavano particolarmente a cuore nel dare vita a Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte?
Grazie per questa domanda. I motivi sono senz’altro molteplici; in primis vi è quello di ricordare l’opera di mio padre, la cui memoria, lungo il corso del tempo, è andata progressivamente scemando. Ma sicuramente tra i motivi principali desidero annotare anche l’intento storico di questo libro, volto a riaffermare la totale indipendenza dell’opera di Franco Battiato dal mondo accademico musicale degli anni Settanta e Ottanta, dal quale sia il musicista siciliano che mio padre amavano sottolineare il loro totale smarcamento. A tale proposito, ho voluto dare al mio libro il titolo di Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte riallacciandomi proprio a un pamphlet che Franco scrisse in occasione della première della sua prima opera lirica, Genesi, rappresentata al Teatro Regio di Parma nel 1986. In questo scritto marcava le sue distanze dal mondo accademico, un mondo accademico che ultimamente ho notato interessarsi particolarmente all’opera di Franco, anche se sostanzialmente non condivido questi tentativi ideologici “subliminali” di ricondurre l’opera di Battiato e di mio padre all’interno del loro steccato. Quindi, proprio per questo motivo e per rimarcare la totale estraneità, anzi la palese contrapposizione dell’opera avanguardistica sperimentale sia di Franco Battiato sia di Giusto Pio, ho voluto scrivere questo libro.
Ciò che colpisce, almeno in coloro che conoscono sia il periodo cosiddetto sperimentale di Battiato, sia la sua conversione a una forma di musica pop colta, se così possiamo definirla, è come tale cambiamento sia apparentemente repentino. Nel senso che l’ultimo lavoro sperimentale di Battiato, il più maturo e profondo, L’Egitto prima delle sabbie, risale al 1978, mentre quello che segue, L’era del cinghiale bianco, che dà avvio alla fama popolare di Battiato che culminerà in La voce del padrone, è appena dell’anno successivo, ossia il 1979. Ciò ci fa comprendere un aspetto spesso sottovaluto, vale a dire come il lavoro d’insegnamento fatto da suo padre nei confronti del musicista siciliano sia stato oltremodo efficace, così come la fase di apprendimento e di assimilazione da parte di Battiato. Penso che questo rappresenti un assoluto unicum in tutta la storia della musica italiana popolare…
Sì, è senz’altro un unicum, ma la sua domanda è plurima e richiede alcune premesse. Mio padre iniziò a collaborare con Franco nel 1976, collaborazione che nacque in seguito alla richiesta del musicista siciliano, avanzata tramite un amico comune, che era il celebre pianista Antonio Ballista, di prendere lezioni di violino. E congiuntamente con le lezioni di violino i due, cioè Franco e mio padre, iniziarono ad avviare anche discussioni di estetica musicale. condividendo molti punti e una visione comune sull’argomento. Tant’è che iniziarono dapprima a collaborare nel corso di concerti di musica sperimentale improvvisati, per poi allargare questa collaborazione producendo anche dei dischi. Venendo a quello che lei mi ha chiesto, per ciò che riguarda L’Egitto prima delle sabbie risalente al 1978, quanto viene raccontato in merito a questo disco non è particolarmente esatto o, meglio, non è completo, nel senso che la ricerca sonora sottesa a questa registrazione è comune e condivisa con un altro disco che invece è passato in second’ordine, vale a dire Motore immobile. All’epoca, L’Egitto prima delle sabbie uscì a nome di Franco Battiato, mentre Motore immobile fu firmato da Giusto Pio e fu pubblicato l’anno dopo, nel 1979, non tanto per il fatto che la sua creazione fu successiva a L’Egitto prima delle sabbie, ma per via di una valutazione di tipo commerciale che sia mio padre, sia Franco fecero al tempo visto che, avendo prodotto insieme entrambi i dischi, pensarono che la loro uscita in contemporanea avrebbe potuto così decimare le vendite in quel magro pubblico di estimatori di questo genere musicale, per cui decisero di rimandare l’uscita di Motore immobile all’anno successivo, fermo restando che nel periodo in cui fu pubblicato L’Egitto prima delle sabbie i due fecero nell’hinterland milanese dei concerti di musica sperimentale in cui proposero brani di entrambi i dischi. Ebbene, se si va ad ascoltare il lato B di Motore immobile, rappresentato dal brano Ananta, con chiaro riferimento alla cosmologia induista, e lo rapportiamo a L’Egitto prima delle sabbie, si avrà l’immediata comprensione e percezione di come le due opere siano state fatte congiuntamente e contemporaneamente.
Su Motore immobile voglio ricordare un piccolo aneddoto: Battiato non volle apparire in prima persona, perché avendo più notorietà di mio padre ritenne che potesse risultare lesiva la sua esplicita partecipazione al progetto; pertanto, si limitò al ruolo di produttore, mentre utilizzò lo pseudonimo di Martin Kleist in qualità di cantante. Ora, per ciò che concerne L’era del cinghiale bianco anche qui ho da aggiungere un particolare che ai più è sconosciuto. Ovvero fra L’Egitto prima delle sabbie e L’era del cinghiale bianco prima di tutto vi è un altro disco, ossia Juke Box, ma vi è anche un’altra registrazione che non è stata mai pubblicata e che è sconosciuta a tutti, che si intitolava Cigarettes. Juke Box è un disco frutto della collaborazione a quattro mani tra Battiato e mio padre, lo si può capire dall’utilizzo della sezione degli archi, composta dai colleghi che mio padre aveva richiamato dalla Rai per l’esecuzione e anche per dei passaggi compositivi di mio padre, come nel caso del brano Telegrafi per violino solo che chiude il disco, in quanto si tratta di un’improvvisazione che Giusto Pio aveva fatto al Punto Rosso a Palermo, circa dieci mesi prima dell’uscita di Juke Box, che viene riproposto nel disco che esce con la sola firma di Franco Battiato.
Così, successivamente a Juke Box vi fu un ulteriore passaggio, con l’avvicinamento alla musica pop colta. Franco aveva deciso di approdare nel campo della cosiddetta “musica leggera” perché si era reso conto che la musica cosiddetta avanguardistico-sperimentale era in Italia, in quegli anni, esclusivo retaggio del mondo accademico che gli era totalmente ostile. Quindi, comprese che sarebbe stato per lui molto difficile sbarcare il lunario vivendo di brani che venivano pubblicati in dischi con una tiratura limitatissima. La mamma di Franco era molto preoccupata per il futuro del figlio e quindi non perdeva mai occasione di sollecitare mio padre a prestare una particolare attenzione nei confronti del figlio, perché vedeva nella figura più matura e con più esperienza di mio padre la possibilità di un’evoluzione professionale di Battiato. Mio padre prese con grande serietà questa richiesta della madre, al punto, per esempio, che in Juke Box Giusto Pio non risulta come autore, perché i due avevano pensato che i proventi di questo disco sarebbero stati così limitati che era meglio farli convogliare solo a vantaggio di Franco. Venendo poi al disco successivo, ossia Cigarettes, si può assistere a un ulteriore passaggio in avanti verso il mondo della musica pop colta, un passaggio che però all’epoca non fu compreso dalle case discografiche che decisero di non pubblicare questo disco. In realtà, Cigarettes è molto interessante perché, accanto alle influenze dei brani sperimentali del periodo precedente, vi sono chiari influssi dei maggiori gruppi musicali europei dell’epoca, rielaborati secondo la concezione elettronica di Franco, che era un genio al riguardo, e attraverso l’aspetto compositivo classico di mio padre, il quale era perfettamente a conoscenza, grazie ai suoi studi compositivi e al suo lavoro di professore d’orchestra, di tutta la cultura classico-sinfonica. Quindi, c’è questa contaminazione di generi che risulta molto interessante e che è prodromica al successivo L’era del cinghiale bianco. Sfortunatamente questo disco è rimasto nei cassetti ed è un po’ un anello mancante fra Juke Box o L’Egitto prima delle sabbie e L’era del cinghiale bianco.
Maestro, parto da un’esperienza del tutto personale, quando negli anni Settanta e Ottanta, ascoltando dapprima i lavori sperimentali di Battiato e poi quelli creati in binomio con suo padre, ci sia, a mio modo di vedere un punto di collegamento. Personalmente, leggendo e ascoltando i testi delle canzoni, che sovente presentavano parti in francese, in inglese, in tedesco e perfino in arabo, oltre a innumerevoli citazioni testuali da libri, a cominciare dai testi di Gurdjieff, e famose canzoni italiane e straniere del passato, mi sono accorto che si potevano definire i brani di Battiato e Giusto Pio come delle “composizioni modulari”, ossia come se si stesse ascoltando allegoricamente una persona che, giocando con la manopola del tuning di un sintonizzatore, passasse da una frequenza all’altra di varie stazioni radio italiane e straniere. La stessa cosa, in termini più fattivi e reali, avviene prima in Battiato, quando in alcuni suoi album sperimentali registra effettivamente sul nastro magnetico momenti nei quali si sintonizza con una radio su diverse frequenze, come a dire che noi non siamo altro che una radio che cammina e che con i nostri pensieri, i nostri ricordi, le nostre emozioni diamo vita a diverse frequenze, quelle che un altro collaboratore di Battiato, Francesco Messina, definì efficacemente “passaggi di livello”. Condivide questa mia analisi?
Sì, però la integrerei forse in un modo diverso e un po’ più particolare. Prima che Franco entrasse in contatto con mio padre e iniziasse la loro collaborazione, aveva già operato in modo assai interessante nel campo della musica sperimentale, creando capolavori assoluti come Fetus, Pollution e Click, utilizzando gli strumenti elettronici in maniera molto personale. È proprio in quel periodo che Franco sviluppò la cosiddetta tecnica del “collage”, cioè quella di inserire accanto a suoni di tipo tradizionale elementi derivati, come registrazioni di passaggi radio o di suoni naturali, per poi abbinarli a passaggi musicali propriamente detti. Del resto, questo tipo di operazione non fu, diciamo così, monopolio esclusivo di Franco, ma un qualcosa che all’epoca venne proposto anche da altri diversi sperimentatori. Battiato sviluppò queste idee ascoltando e confrontandosi con i lavori di alcuni collettivi musicali del tempo, come i MEV e gli M&M, operanti rispettivamente a Londra e a Roma, che vedevano raggruppati valenti artisti sperimentatori che usavano i cosiddetti suoni concreti, ottenuti con l’utilizzo di lastre, lamiere, vetro e quant’altro, abbinandoli con l’uso di sintetizzatori.
A tale proposito, mi deve consentire una piccola parentesi che riguarda Karlheinz Stockhausen, perché l’attuale critica musicale insiste particolarmente sul collegamento di Franco con questo compositore tedesco; quindi, colgo l’occasione di questa intervista per ribadire che invece Battiato non è mai stato influenzato dal lavoro di Stockhausen. Stockhausen si concentrava sulla musica seriale, ossia sulla dodecafonia, e sulla lezione della Scuola di Darmstadt, vale a dire tendenze musicali che Franco non condivideva assolutamente. L’unico punto in comune tra i due è che erano degli sperimentatori di percorsi inediti nel campo della musica; quindi, si possono trovare qua e là delle analogie nei risultati, ma che sono più che altro frutto di casualità e non di scelta condivisa. Inoltre, a quell’epoca, come studente avanzato di violino, ogni tanto sentivo o prendevo parte alle discussioni musicali che intercorrevano fra Franco e mio padre e devo dire che entrambi erano accomunati dalla condanna della serialità. Semmai, la circostanza che Battiato sia stato accostato a Stockhausen deriva unicamente dal fatto che il compositore tedesco invitò Franco a partecipare a una sua composizione, ma l’artista siciliano fu costretto a rinunciare a questo progetto comune in quanto Stockhausen gli chiese la conoscenza della notazione musicale e della tecnica compositiva, ambiti teorici che a Battiato fino a quel momento non erano serviti come sperimentatore elettronico. Ecco perché Franco poi si rivolse a mio padre, il quale non era solo un valentissimo violinista, come sempre i soliti critici musicali tendono ad affermare in questi anni, ma un musicista completo che aveva studiato composizione a Venezia con Malipiero, uno dei componenti della gloriosa generazione degli anni ’80 insieme con Respighi, Pizzetti e Casella, i quali cercarono di portare avanti una tradizione musicale italiana che si ricollegasse al gusto del belcanto operistico italiano dell’Ottocento, a partire da Bellini, Donizetti, Rossini, fino a Verdi. Mio padre, ovviamente, seguendo l’insegnamento di Malipiero, sposò appieno questa linea compositiva, linea che determina i cosiddetti motivi musicali che contraddistinguono quei loro brani a partire da L’era del cinghiale bianco in avanti, brani che sono diventati iconici e rappresentativi dell’immaginario di tutti noi italiani.
Un altro aspetto che il suo libro mette in evidenza, e che quasi nessuno conosceva, è come suo padre abbia potuto “sintonizzarsi” idealmente con Franco Battiato non solo in termini artistici e professionali, ma anche umani e spirituali, visto che anche Giusto Pio s’interessò, ancor prima di conoscere il musicista siciliano, a temi legati alla mistica e all’Oriente. Così, quando i due s’incontrarono e presero a conoscersi meglio, il loro fu davvero un reciproco specchiarsi e riconoscersi l’uno con l’altro.
Mio padre, più che essere legato a Franco nei temi della mistica o dell’Oriente, lo fu nella concezione del suono. Il suono PURO per entrambi è un qualcosa – io lo definisco impropriamente in questo modo perché non sarebbe il termine giusto – che va differenziato dalle costruzioni sonore che solitamente i compositori, nel campo avanguardistico o della musica di maggiore consumo, propongono. Entrambi erano attratti dalle componenti del suono puro, quello che nella cultura indiana viene particolarmente studiato e analizzato e attraverso il quale si manifesta il creato, il mondo fenomenico della materialità. Nella cultura indiana questo suono viene rappresentato e condensato dal sacro Om, questa vibrazione infinita che espandendosi nel nulla determina il mondo fenomenico. Sia mio padre, sia Franco erano attratti proprio dal suono puro perché ritenevano che effettuando un percorso al contrario, attraverso il suono fosse possibile trascendere il mondo fenomenico della materialità per arrivare alla realtà primaria e originaria. Ricordo ancora come mio padre, quando ero piccolo, mi insegnava sempre ad ascoltare nel battito delle campane i suoni armonici che lo componevano, oppure quando mi raccontava che da bambino infilava i pezzetti delle lamette da barba rotte su dei legni e con il pollice le faceva vibrare perché si sentiva attratto dalle vibrazioni che le lamette producevano. Questo è lo stesso concetto che Franco ha tentato di affrontare quando ne L’Egitto prima delle sabbie suona quei cluster, e poi abbassando e variando le dita, sollevandole dalla tastiera, crea quelle alterazioni delle risonanze che si producono dopo la percussione dei tasti.
Ovviamente, poi, nell’ambito delle loro conoscenze, i due sono progrediti perché, per esempio, anche mio padre per qualche anno si interessò al lavoro di Gurdjieff, ma se in seguito Franco si dedicò al sufismo e poi al buddismo, mio padre al contrario si dedicò allo spiritualismo squisitamente cristiano, che Battiato riscoprì nell’ultima parte della sua vita, con la lettura di tutti i testi mistici cristiani. Quindi, è indubbio che nel corso delle loro vite ci sia sempre stato anche un confronto su queste tematiche spirituali. Franco era un vulcano e perennemente alla ricerca di testi che gli permettessero di approfondire le proprie conoscenze, mentre mio padre privilegiava una crescita spirituale di tipo pragmatica, rendendosi conto che spesso l’intelletto può diventare ostacolo nel raggiungimento di queste consapevolezze. Ad ogni modo, sia Franco, sia mio padre, con le proprie peculiarità di ognuno, fecero sì di aiutare l’altro nel proprio progresso spirituale.
Un’ultima domanda, Maestro Pio. Nella copertina del volume ha voluto inserire una frase che suo padre dedicò a Franco Battiato e che recita testualmente: “Sicché Franco mi è figlio e padre, amico e fratello. È parte di me, la migliore”. Forse, alla luce di quanto si può leggere nel libro e attraverso ciò che ci ha detto finora, sarebbe stato più corretto che tali parole fossero state proferite dal musicista siciliano nei confronti di suo padre…
Franco non perdeva occasione di riconoscere e di ringraziare mio padre per tutto quello che aveva fatto. Le parole di mio padre sono da interpretarsi come le parole di una persona che, arrivata all’ultima parte della sua vita, guarda indietro nel suo passato e vede la presenza di Franco, artista e persona spiritualmente elevata, come determinante al proprio progresso e di questo si sente particolarmente riconoscente, perché proprio in queste parole si vede come il ruolo che abbia giocato Franco nella crescita spirituale e artistica di mio padre sia stato plurimo, sia come un padre, sia come un fratello o come un figlio, a seconda di come lo si voglia analizzare. Comunque, un ruolo senz’altro importante, decisivo e determinante anche per la carriera professionale e il progresso spirituale di Giusto Pio è stata la presenza di Battiato.
Un libro, un atto d’amore
Ci sono dei libri che, oltre a raccontare e a fornire preziose informazioni su cose e personaggi, rappresentano dei veri e propri atti d’amore. E quello che Stefano Pio, violinista e appassionato ricercatore, ha scritto, intitolandolo Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte e pubblicato da Antiga Edizioni, è veramente un tributo denso di affetto e di ammirazione nei confronti di due artisti come Franco Battiato e il padre, Giusto Pio, capaci di segnare in modo indelebile un’epoca musicale che, vista e considerata con gli occhi e le orecchie di oggi, risulta essere semplicemente irripetibile. Per vent’anni, dal 1976 fino al 1996, ossia quanto è durata la loro a dir poco fruttuosa collaborazione, il compositore siciliano e il musicista veneto hanno dato vita una cosmogonia sonora di assoluta originalità, fatta di una commistione in cui melodie di chiara derivazione classica si andavano a coniugare con sonorità elettroniche, dando vita a un humus musicale che ha emozionato e coinvolto intere generazioni (ricordo che l’album La voce del padrone raggiunse un milione di copie vendute).
Ma lo scopo di questo libro, come si va a chiarire nell’intervista che lo stesso Stefano Pio ci ha rilasciato, è anche un altro, altrettanto importante e determinante, quello di chiarire un aspetto a lungo disatteso e ingiustamente “dimenticato”, ossia la fondamentale importanza che Giusto Pio ha avuto per la musica di Franco Battiato, e il cui lavoro non è stato soltanto quello di contribuire in fatto di arrangiamento, come si è sempre pensato erroneamente, ma di creare congiuntamente al geniale artista siciliano decine di capolavori, in termini di assoluta parità compositiva, sia nel campo della cosiddetta musica pop (termine che sinceramente considero inadeguato rispetto alla ricchezza e alla profondità dei loro testi e delle loro musiche), sia in quello, ancora pochissimo conosciuto dai più, del genere sperimentale.
Così, con il contributo di testimonianze, molte delle quali inedite, di particolari curiosi, di racconti narrati anche attraverso i ricordi dello stesso Giusto Pio, di un ricco apparato iconografico, il figlio Stefano riporta i fatti e la collaborazione artistica nei corretti binari della verità, restituendo al padre quella parte di merito che la storia e uomini di corta memoria avevano relegato in un ambito del tutto inadeguato e distorto. Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto da giovane quegli anni a dir poco irripetibili, la lettura di questo libro rappresenta una cavalcata nostalgica e sentimentale, un riappropriarsi di sapori musicali che non erano mai stati dimenticati e, soprattutto, la possibilità di conoscere meglio, non dalla facciata, ma dal cortile, le coordinate artistiche, intellettuali, spirituali di una coppia in cui hanno convissuto genialità e rispetto, fratellanza e amicizia, collaborazione e totale e reciproca dedizione.
(a.b.)

Stefano Pio – Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte
Antiga Edizioni, 2023, pagg. 248
Correlati
Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato.

