Il nostro nuovo collaboratore Stefano Rossi ha intervistato il compositore e pianista vicentino, ripercorrendo con lui la sua storia e il suo cammino artistico all’insegna di un eclettismo creativo nel quale il genere classico si mescola e si arricchisce con altri linguaggi e altre sensibilità.

Senza dubbio Roberto Jonata non è superstizioso, visto che la presentazione live del suo ultimo album Life, per pianoforte solo, si è tenuta di venerdì 13. Ma è certamente dotato di un’anima bella, intensa ed espressiva nel panorama di grande confusione che caratterizza questo periodo. Un rifugio sicuro per le nostre anime, un porto tranquillo dove attraccare e vivere le nostre emozioni, i nostri ricordi e creare atmosfere. L’ultimo album, il settimo, pubblicato come i precedenti da solista e compositore da Velut Luna, è un disco che ben rappresenta le diverse sfaccettature della vita, da quelle allegre a quelle più complesse e difficili, volando sul filo dell’emozione.

Già da bambino, la musica è stata una parte importante della vita di Jonata, fino alla decisione: si è diplomato a pieni voti al conservatorio e contemporaneamente ha conseguito anche la laurea in Economia e Commercio. Però, aveva già deciso che la sua vita doveva essere fatta di musica. Da qui, parte la nostra chiacchierata.

Ma Roberto Jonata è un… bambino prodigio?

Non proprio, anche se il mio interesse per la musica è nato proprio fin da piccolo; i miei genitori avevano già notato questo mio interesse. Un ricordo interessante ed esemplificativo: una sera mi hanno trovato, avrò avuto al massimo cinque anni, davanti al televisore che guardavo rapito Madama Butterfly di Puccini. L’ho seguita tutta e sono rimasto incantato. Anche da lì la decisione di farmi provare. Diciamo non ancora a studiare musica. E man mano mettevo da parte tanti piccoli interessi, quelle passioni che di solito avevano i ragazzini della mia età, dallo sport in primis, a favore della musica. In un certo senso, avevo già deciso che in qualche modo la musica doveva far parte della mia vita e allora anni dopo ho intrapreso gli studi classici al Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza. Man mano che procedevo, notavo i progressi che facevo, le conoscenze che approfondivo nella cultura musicale, ma anche sotto l’aspetto tecnico che migliorava sempre di più e questo mi permetteva di cimentarmi in brani sempre più complessi per i quali tuttora trovo molta soddisfazione. Parallelamente, i miei interessi musicali come adolescente non si sono limitati alla musica classica, per la quale diciamo nutrivo un rispetto immenso; ma comunque, da buon figlio della mia epoca, ascoltavo altra musica, dal rock al pop.

Deep Purple e Jon Lord in particolare su tutti…

Sì, è vero. Mi sono appassionato al rock dei Deep Purple, senza ovviamente disdegnare Iron Maiden, Van Halen e altri gruppi che hanno tracciato la storia del rock degli anni Settanta e Ottanta fino ai giorni nostri. Certo, avevo una passione per Jon Lord, al quale ho dedicato un pezzo nel mio ultimo album, un brano che è stato scritto dal suo carissimo amico ed ex collega chitarrista Ritchie Blackmore, il quale in occasione della sua morte ha scritto questa favolosa ballata, dal titolo Carry on… Jon, che ho, diciamo, interpretato così al volo senza neanche pensaci troppo. L’ho tradotta sul pianoforte inserendo anche un mio solo personale che richiamasse un po’ quello di Blackmore.

Rientrava già nelle sue corde quello stile, era già qualcosa di cui si era artisticamente nutrito.

Senza dubbio. Ma negli anni ho ascoltato molto anche la musica elettronica, il progressive rock e altro. Ecco, il mio interesse spaziava.

Si potrebbe dire che tutte queste esperienze ad ampio ventaglio le abbiano dato una marcia in più?

Certo queste esperienze, questa tendenza all’apertura verso altri generi musicali, nella vita accademica mi hanno portato a comprendere ancora meglio cosa volevo fare. Oltre alla musica colta è proprio l’apertura mentale che ti consente di spaziare. Su questo tema ho un bell’aneddoto. Il corso di armonia in conservatorio si fa prettamente in forma classica. Si studiano le regole armoniche e molto altro, è una materia anche abbastanza tosta, diciamo ricca di regole da ricordare e soprattutto di esercizi da svolgere. Io quell’anno ho avuto la fortuna di essere stato da solo a frequentare il corso. Normalmente viene svolto a livello collettivo, io invece mi sono trovato da solo con l’insegnante, il sassofonista Marco Lasagna, del quale ho un ricordo bellissimo. Questo fatto ci ha consentito di avanzare col programma in modo molto spedito; quindi, avanzava tempo e ci siamo messi ad analizzare brani diversissimi tra loro, oltre a tutto il programma didattico classico da svolgere. Ovviamente, siamo arrivati a brani di musica pop e rock. È stata un’esperienza fenomenale. Potrei dire che da lì, forse, si è accesa la miccia, la volontà di creare musica mia, è partito questo mio percorso e ho deciso che non volevo limitarmi a eseguire brani di classica nel senso stretto del termine; non mi bastava più, volevo comporre, avevo l’esigenza di sentire qualcosa di mio esplodere e di comunicare le mie emozioni. Per quanto io abbia un rispetto totale della musica classica, che tuttora studio e insegno. È un legame per la vita, ma è diventata primaria l’esigenza di comporre, di comunicare perché solo in questo modo io riesco a sentirmi libero.

Il particolare gioco di luci che il musicista vicentino adotta nei suoi concerti.

Ha avuto mille influenze, insomma.

Sì, influenze. Il quadro è composto da tutte le mie esperienze musicali e sull’approfondimento di svariati generi musicali che ho praticato anche con collaborazioni esterne. Sono comunque collaborazioni che afferiscono a musica seria, dal mondo classico al mondo pop, dal mondo rock al mondo delle musiche da film. Tengo sempre a precisare un aspetto importante: è un’influenza che io reputo positiva, perché è un’influenza che parte da me stesso. Oggi siamo abituati a sentir parlare di influencer e confondiamo l’essere influenzati da qualcuno con fare tesoro delle proprie esperienze. Reputo spesso l’esistenza di questi influencer, che ci abbindolano con il loro linguaggio, con le loro scelte, un’esperienza alquanto negativa per l’essere umano per la propria mente; c’è il rischio di imparare a essere incapaci di scegliere. Come l’avvento dell’intelligenza artificiale: tutte queste cose dovrebbero essere strumenti che ci aiutano a focalizzare i nostri pensieri, ma a volte questi strumenti possono prevalere su quelle che sono le nostre scelte. Quindi, va sempre presa con molta critica l’esistenza di qualcuno che ti dice cosa devi fare, cosa non devi fare, o di un’intelligenza artificiale che addormenta la mente. Perché ci abitua a una vita comoda. Ci invita a non pensare: pensiamo solo anche quanto tempo passavamo a scrivere una lettera, perché stavamo lì a pensare alle parole e alle frasi giuste. Adesso vai online e in quattro e quattr’otto trovi la soluzione. Ma non è tua, perdi tutta la capacità creativa umana. Quindi va bene, è comodo per certi aspetti per la sua velocità ma non bisogna abusarne, bisogna continuare a pensare con la propria testa. È come se una penna iniziasse da sola a scrivere di testa sua… Bisogna sempre distinguere questo concetto di influenza. Io sono padrone di me stesso. Sono io che decido cosa mi piace e cosa non mi piace.

Roberto Jonata in un momento di riflessione. Con la sua musica, non per nulla, ci fa comprendere come un atto creativo sia anche lo spunto per capire che gli altri non devono pensare per noi.

Torniamo al Conservatorio…

Mi sono diplomato con il Maestro Antonio Tessoni, tra l’altro ex allievo di Bruno Canino, grandissimo concertista a livello mondiale, col quale poi mi sono perfezionato. Ho dapprima conosciuto Tessoni come un fantastico insegnante, una persona d’oro col quale sono ancora in contatto. C’è un rapporto di stima e di amicizia meraviglioso, anche perché proprio lui mi ha portato a maturare come studente; oltre che con Bruno Canino, ho avuto l’occasione di perfezionarmi con il Trio di Trieste per la musica da camera. Il conservatorio ti prepara la via, ma dopo c’è la vita lavorativa, tu devi creartela e quindi c’è bisogno di entrare in contatto con un mondo che fa musica. Il vero musicista che era in me è uscito dopo gli studi del conservatorio; finire il percorso è solo l’inizio di un qualcosa che tanti finiscono, ma poi magari intraprendono un’altra carriera.

L’incontro con Marco Lincetto è stata una svolta.

Sì, l’ho conosciuto proprio in occasione della registrazione del mio primo CD classico di musiche di autori del Novecento, da Skrjabin a Bartók e Prokof’ev, perché mi sono rivolto a lui per la registrazione. Nulla di più, Lincetto ha registrato e il disco è uscito per un’altra etichetta discografica. Dopo alcuni anni, quando ho cominciato a pensare di produrmi, l’ho contattato per chiedergli se potesse registrarmi Colors, che io considero il mio primo vero e proprio CD, e Marco ha colto l’occasione per proporsi come produttore e uscire per Velut Luna, che era già un’etichetta affermata. È, nel suo circuito di mercato, l’etichetta con la “E” maiuscola, a mio parere. Aver avuto questa proposta da Marco Lincetto per me è stato un inizio col botto perché comunque non me l’aspettavo; io pensavo semplicemente ad autoprodurmi, mentre invece lui ci ha visto lungo e da lì è nato questo sodalizio che tanto mi ha dato, è stato il mio esordio che è sfociato e si è rafforzato ancora di più col passare del tempo. Prima con Infinity, il gradino successivo che ha segnato, lo posso dire, un’affermazione notevole. In questo disco è contenuto un brano che è arrivato ormai a oltre dieci milioni di streaming da quando è stato pubblicato, ossia Blu profondo. È stata un po’ una sorpresa, però è stato ovviamente piacevole.

E poi è arrivato Shape, il concept…

Sì, un omaggio a quello che è il fautore dell’intera città di Vicenza: Andrea Palladio. Da vicentino, mi sono sentito spinto a omaggiare il grande architetto, mi sono raffigurato ogni luogo che lo riguardava, sono andato a visitare diversi posti, mi sono lasciato ispirare. Non è la storia di Palladio, non è quella delle sue opere, ma sono le mie sensazioni visitando i luoghi di Palladio. Non per niente il video del singolo Red shape è stato girato nella sua prima opera, a Villa Godi Malinverni di Lugo di Vicenza, grazie alla grande ospitalità di Christian Malinverni, custode di questa grande opera.

Ma poi è arrivato il Covid…

E anche il mondo artistico si è fermato, io in primis come quasi tutti gli artisti. Questo mi ha segnato, mi ha portato a uno stop, uno stop molto lungo. Dico la verità, questo periodo mi ha messo un pochino in crisi. Mi ha trasmesso incertezza per il futuro, paura, ansia e sicuramente questi sentimenti non sono adatti per me a portare un artista a comporre. Anche quando il Covid è passato, ci ho messo un po’ a riprendermi.

Anche perché nel frattempo si è messo a dirigere un’Accademia, la Kroma Music Academy, a Camisano Vicentino.

Sì, dopo le fatiche di tenere lezioni online durante il lockdown, anche il post Covid mi ha costretto a ridisegnare il modo di gestire la mia scuola. In più, c’è stato anche il discorso che… mi sono sposato con Nadia, la mia compagna. Ma sentivo la necessità di illustrare questo periodo, anche se c’è voluto tempo per ridisegnare le sensazioni. Avevo tutto nel cassetto, finché ho trovato la volontà di aprirlo. Mi sono guardato indietro e mi sono detto: “Quale miglior termine può definire il mio passato recente dall’ultimo disco, che è stato Shape a oggi?” ed è stata appunto la parola “vita”, “Life”. Volevo esprimere il ritorno alla vita, la mia vita che è tornata, ma al tempo stesso quella di tutti noi, con tutta la disperazione del periodo, l’ansia del rinnovamento, i momenti tragici ma anche meravigliosi che ne sono venuti. È un viaggio personale, ma anche universale, a mio parere. Parla di me, ma parla anche di tutti. Parla della vita semplice di tutti noi, di tutti i giorni, cose che vedi incontrando le persone, parlando, confrontandoti.

Roberto Jonata con il suonatore di cornamusa asturiano Hevia, con il quale ha dato avvio a una fruttuosa collaborazione musicale.

Apriamo un altro capitolo: le collaborazioni.

Sono sempre stato molto aperto alle collaborazioni, come artista ho ricevuto e ricevo molte richieste, ma non le accetto tutte, perché sono abbastanza selettivo: il progetto deve convincermi oppure è uno parallelo che nasce da una mia iniziativa, come quello dei Kinéma, un quartetto d’archi e pianoforte, col quale ho pubblicato un album di soundtrack; abbiamo rielaborato per questa formazione le classiche musiche da film e dei colossal cinematografici. I Kinéma esistono ancora, sono… latenti perché ogni elemento ha preso strade separate, ma siamo ancora in contatto, ci vediamo, ci sentiamo. Ma prima o poi…

Un discorso a parte merita il lavoro con Hevia.

Sì, senza dubbio. Sono entrato in contatto con il famoso suonatore di cornamusa asturiano tramite il suo manager italiano e da lì è nata un’amicizia, prima di tutto, poi una stima lavorativa reciproca e infine una collaborazione che sta andando avanti ancora adesso. A quel tempo, i suoi live erano orientati all’utilizzo della chitarra elettrica. Con il mio avvento, il gruppo è cambiato perché lui non aveva un tastierista, aveva appunto un chitarrista e quindi ho dovuto riprendere in mano i suoi brani e traslarli verso le tastiere e il pianoforte. Della full band dei tour che si tengono in Italia, fanno parte anche altri due artisti vicentini, Giulio Zanuso alla batteria e Andrea Balasso al basso, con i quali abbiamo costruito il live set insieme con Maria José, la sorella di Hevia, alle percussioni. Ho partecipato anche alla realizzazione del suo ultimo album di qualche anno fa, Al son del indianu, nel quale ho registrato al pianoforte Volver al Bolero e anche arrangiato Asturias Chachachá, brano ispirato ad Asturias (Leyenda) di Isaac Albéniz.

Il prossimo passo di Roberto Jonata quale potrebbe essere?

Ci sto sinceramente pensando: il prossimo passo probabilmente vedrà la partecipazione di più musicisti nel mio prossimo disco, cosa rara perché sono un abitudinario e i miei dischi di solito prevedono il solo pianoforte. Ora sto pensando sinceramente di aprirmi a una formazione. E vediamo, appunto, come si concretizzerà. Probabilmente parliamo dell’anno prossimo per l’uscita, sempre assieme a Marco Lincetto e Velut Luna. E tante sono le fonti di ispirazione, bisogna scegliere quella giusta, almeno quella che tu senti giusta per te. In quel momento.

Stefano Rossi

Box: Life, un viaggio verso un’acquisita maturità

L’ultimo album Life del pianista Roberto Jonata, compositore new classic, denota rispetto ai precedenti un nuovo passo verso una maturità compositiva ed esecutiva, sin dall’apertura con Comeback. Ma non è uno stravolgimento: nel disco si può apprezzare appieno il pianismo di Jonata. Così, Eclipse to dawn e, soprattutto, Destiny, mostrano un’intensità emotiva indirizzata al futuro, che prende al passato per costruire qualcosa di nuovo. Si torna quasi subito al consueto stile con The darkness, per scivolare a occhi chiusi nella successiva Life’s joy. Ma è solo un attimo ed eccoci con Existence a nutrirci di epicità e maestosità. Tra passato e futuro War, mentre Silent streets ci porta sulle strade deserte del periodo Covid. You and me non poteva che essere una delicata dichiarazione per la persona amata, mentre Glass reflections riflette una malinconia autunnale che ci conduce all’invernale Shadows.

Il finale, come in ogni album di Roberto Jonata, ci presenta una personale rilettura di un brano di altri autori. Questa volta si tratta di Carry on… Jon di Ritchie Blackmore, dedicata dal chitarrista all’amico ed ex collega Jon Lord, con il quale ha trascorso un lungo periodo nei Deep Purple. Dal punto di vista musicale ed esecutivo, si apprezza la sensibilità di Jonata nei suoi fraseggi, ben supportata dalla registrazione del produttore Marco Lincetto di Velut Luna, che costringe l’ascoltatore a sedersi accanto al pianoforte a coda (uno Steinway & Sons D274) che si materializza per magia nella sala d’ascolto.

S.R.

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