Stefano Rossi ha intervistato John Petrucci, il chitarrista della celebre band americana che recentemente si è esibita anche nel nostro Paese. Una chiacchierata, la loro, che evidenzia l’entusiasmo, le speranze e le certezze di un gruppo che ha festeggiato i quarant’anni di attività.

Il 1985 ha segnato un anno di svolta per il progressive metal, con la nascita di una delle band che hanno reso questo genere musicale interessante, dando nuova linfa e nuove caratteristiche a quel new prog che stava rinascendo proprio in quel periodo grazie a moltissime formazioni. I Dream Theater però hanno messo assieme due tipologie rock assai particolari: quella sinfonica e quella metal, caricando di significati la poetica musicale progressive.

Senza dubbio per quanto riguarda i Dream Theater è difficile restare indifferenti: da un lato ci sono coloro che li amano alla follia, dall’altro quelli che… non li sopportano. Questo è dovuto anche al fatto che i componenti della band sono tutti musicisti di grande levatura e ciò li può far apparire un po’ distaccati. Ma, a volte, si tratta puramente di invidia: con le loro capacità tecniche, James LaBrie (voce), John Petrucci (chitarra, cori), Jordan Rudess (tastiere), John Myung (basso) e Mike Portnoy (batteria, percussioni, voce) sarebbero in grado di eseguire praticamente qualsiasi cosa venisse loro in mente per esprimere il proprio feeling.

Il nucleo iniziale della band è stato fondato a Boston da Petrucci (figlio di italiani negli Usa), Myung e Portnoy che, dopo alcuni cambi di formazione, furono affiancati da LaBrie nel 1991 e da Rudess nel 1999 a comporre la formazione classica, quella più stabile che ha prodotto una lunga serie di assoluti capolavori.

Nel 2010 per gli appassionati della loro musica un tuffo al cuore: Mike Portnoy lascia lo sgabello della batteria dei DT e viene sostituito per tredici anni da Mike Mangini, degno interprete e ottimo musicista; ma forse viene a mancare un pezzettino di quell’anima che aveva costituito l’ecosistema musicale Dream Theater fino a quel momento. Nell’autunno del 2023 l’annuncio che molti aspettavano: Portnoy rientra nei DT. E si sente subito, sin dal primo singolo pubblicato un annetto dopo, Night terror, che anticipa l’uscita nel febbraio scorso dell’album Parasomnia, un singolare concept sui disordini del sonno. Diciamolo subito: il disco ha molti alti e qualche basso (come un po’ tutti i sedici lavori ufficiali della band), ma senza dubbio ripresenta quella poetica musicale tipica dei Dream Theater. Certo, LaBrie non ha più la voce dei vent’anni (ma neanche quella dei quarant’anni…) ma riesce a cavarsela, soprattutto (sorprendentemente) dal vivo. Abbiamo potuto verificarlo nei mesi scorsi anche in Italia, toccata da alcune date del loro “40th Anniversary Tour” che ha ripercorso una carriera di tutto rispetto.

Proprio l’arrivo in Italia della formazione è stata l’occasione giusta per fare quattro chiacchiere con l’“italiano” John Petrucci (la madre è siciliana, il padre napoletano), funambolico chitarrista rivelatosi persona assai disponibile a parlare anche fuori dai canoni consueti. Ecco il risultato della nostra “chiacchierata”.

John, sa che non possiamo non chiederlo. Com’è stato ritrovarvi di nuovo in sala prove con Mike Portnoy dietro alla batteria per il nuovo album? Avete suonato assieme alcune volte negli anni scorsi, ma stavolta c’era un cartello “Dream Theater” fuori dalla porta…

È stato grandioso, fantastico, proprio come riavere tuo fratello nella band; ci siamo incontrati quando avevamo 18 anni, siamo anime gemelle, molto legate; quindi, essere di nuovo nella stessa stanza, scrivere musica e provare è stata una sensazione fantastica.

Parasomnia sembra essere un ritorno alle sonorità dei Dream Theater di un tempo. È stato intenzionale?

Penso che sia stato naturale, ora che siamo di nuovo tutti insieme. E la musica che ne è uscita è grande; volevo produrre un album che fosse in qualche modo nostalgico, ma in altri modi che andasse avanti e fosse più moderno. Penso che abbiamo trovato un buon equilibrio.

La cover dell’ultimo disco dei Dream Theater, Parasomnia.

Ascoltando il primo singolo uscito a ottobre, Night Terror, si è subito notato un grande impatto. E… c’è più chitarra in questo album o siamo noi che ci siamo lasciati trasportare?

Beh, c’è sempre molta chitarra nei dischi dei Dream Theater. È così che mi piace. Penso che questo album sia molto di impatto, tratta un argomento molto dark. E tornando a comporre con Mike tendiamo a scrivere insieme qualcosa di più heavy. Quindi ci sono un sacco di riff, la scrittura è basata sui riff; quindi, la chitarra ha decisamente assunto un ruolo da protagonista.

Quarant’anni di Dream Theater. L’avreste mai pensato, all’inizio dell’avventura?

Oh, man. Lo so, sembra impossibile, vero? Non riesco a credere che siano passati quarant’anni. La cosa grandiosa è che non solo abbiamo una storia così lunga alle spalle, con tutta la musica che abbiamo creato e tutte le esperienze in tour e nei concerti, ma amiamo ancora farlo così tanto. E siamo felici quando usciamo ogni sera sul palco in questo tour e vediamo i sorrisi dei fan e le persone cantare, piangere e semplicemente amare la nostra musica. Adoro questa sensazione di passione e divertimento che proviamo nel fare questo, anche dopo quarant’anni. Lo so che è pazzesco, è incredibile. Molti ricordi del passato sono ancora molto vividi. Ricordo ancora la prima volta che abbiamo suonato in Italia. Non lo dimenticherò mai: siamo venuti a Roma, era la prima volta che suonavamo qui. Ed è stato incredibile. Ci piace sempre venire in Italia, amiamo il vostro Paese e amiamo i fan in Italia.

Lei oltretutto ha radici qui in Italia…

Sì, la mia famiglia, mia madre e mio padre, sono entrambi italiani. Quindi per me è sempre molto speciale. Mia mamma è siciliana, di Sciacca, mio padre dell’area di Napoli.

Tutti i musicisti dei Dream Theater hanno grandi capacità tecniche ciascuno per il proprio strumento. E questo vi permette di esprimervi completamente. È giusto?

Sì, sono d’accordo. Quando ero giovane e mi esercitavo molto con la chitarra, ho sempre voluto essere in grado di suonare qualsiasi cosa sentissi nella mia testa. Un po’ come nella musica classica; se ascolti musica classica ti porta davvero in un viaggio e ci sono così tanti diversi livelli di abilità di cui un musicista classico ha bisogno per suonare; passaggi tecnici, ma anche passaggi emozionali e cose del genere. Penso che avere un livello più alto di abilità tecnica mi abbia permesso di avere una migliore espressione.

Infatti, imbraccia la chitarra come un musicista classico, appoggiandosi alla gamba sinistra…

Sì, per me è il modo più comodo per suonare correttamente. La cosa più importante è che mette il mio braccio destro davanti al corpo senza torcere il busto per suonare.

Una recente immagine dei Dream Theater (© Mark Maryanovich).

Pensa che alcuni dei vostri brani abbiano creato ricordi nelle persone?

Certo. Penso che la musica in generale sia la colonna sonora di molte delle nostre vite. Ogni giorno, quando siamo in tour, incontro persone che mi dicono esattamente questo, che sono cresciute ascoltando la nostra musica fin da quando erano bambini e che è stata la colonna sonora delle loro vite; alcune persone hanno avuto momenti davvero difficili e la nostra musica li ha aiutati a superarli. Altre persone hanno avuto momenti gioiosi e celebrativi nella loro vita di cui la nostra musica ha fatto parte. Quindi è davvero meraviglioso farne parte. È incredibile.

Come vede il panorama attuale? Il rock, in senso lato, è ancora vivo e sopravviverà a computer e intelligenza artificiale?

Well… penso che il rock sia sicuramente ancora vivo. Quando abbiamo iniziato a suonare non lo chiamavano progressive metal e ora nel mondo ci sono così tante diverse sfaccettature e frammenti di quello stile che si sono espansi così tanto. Ma dirò questo: non possiamo lasciare che l’intelligenza artificiale inizi a creare arte, a creare musica; questa non è sicuramente la strada da seguire. La musica deve essere creata da persone vere, esprimendo emozioni vere e creando connessioni vere con altre persone. Non è cosa per intelligenza artificiale o computer.

Stefano Rossi

A colloquio con Jordan Rudess, il tastierista dei Dream Theater

Il tastierista dei Dream Theater, Jordan Rudess.

Ottobre 2007, sono passati quasi diciotto anni da un’intervista uscita ai primi di quel mese sul periodico Tam Tam (Teatro Arte Musica) de Il Giornale di Vicenza, realizzata con il tastierista Jordan Rudess dei Dream Theater. In quell’anno i DT avevano partecipato a giugno al Gods of Metal di Milano, per poi tornare in Italia per una serie di concerti in autunno. Fu la prima occasione per noi di ascoltare dal vivo i brani del nuovo album del gruppo, Systematic Chaos, uscito poco prima dell’estate del 2007. E già allora scrivevamo della voce di James LaBrie: «Il cantante è apparso ai più negli ultimi anni migliorato negli acuti, soprattutto dal vivo (e chi era a Stra un paio di anni prima capisce cosa intendiamo, n.d.r.). Secondo i bene informati, ha sviluppato una tecnica per sfruttare il falsetto unendolo alla potenza che gli è caratteristica, riuscendo così a supplire al… passare degli anni».

Quel lontano autunno, dopo aver “inseguito” i Dream Theater per alcune settimane, riuscimmo ad agganciare Rudess per un’intervista telefonica. La ripropongo adesso, in quanto continua ad essere valida e attuale, anche alla luce di quella che ho fatto pochi giorni fa a John Petrucci.

In pochi mesi è la seconda volta che i Dream Theater sono in Italia nel 2007 dal vivo. Ve ne siete proprio innamorati?

Personalmente io amo l’Italia. Quando venimmo alcuni mesi fa partecipammo al Gods of Metal Festival, ma era ora di tornare con uno show tutto nostro, per presentare l’ultimo album. È diverso, è molto importante per noi portare un concerto del genere anche in Italia. È stato molto bello suonare per intero Images and Words nell’anniversario dell’album, ma ora è il momento di portare anche altre parti della nostra musica.

Gli ultimi due album, Octavarium e Systematic Chaos, sono più melodici, meno duri, meno “heavy” di quanto non fosse il precedente Train of thoughts

Sì e no. Sia Octavarium che Systematic Chaos hanno molti elementi piuttosto “heavy”, anche se in effetti Train of thoughts era interamente focalizzato sul “metal”, molto duro nel sound. Sì, penso che Systematic Chaos abbia molte parti piuttosto dure, ma è vero, anche altre più melodiche.

A quel tempo erano ormai otto anni che Rudess faceva parte della band. Come erano trascorsi? Come si trovavano in quel 2007, dopo aver passato tanto tempo assieme?

Ritengo che abbiamo sviluppato un ottimo rapporto l’uno con l’altro. Si è creato un ambiente che funziona molto bene fra noi. Stiamo molto bene assieme, penso che i Dream Theater non siano mai stati più forti.

S.R.

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