Simone Bardazzi, anche attraverso l’apporto di nuovi studi e di un recentissimo libro pubblicato in Inghilterra, traccia la vicenda del grande e sfortunato musicista morto esattamente vent’anni fa, il quale, leggendo le sue missive indirizzate alla fidanzata Jenny Spires, ci appare come un giovane artista fragile, emotivo, delicato, cancellando l’idea del “genio maledetto” che erroneamente ci eravamo fatti di lui
La riscoperta di Syd Barrett sembra non arrestarsi mai e l’ultimo tassello è un libro, uscito da poco, che aggiunge nuovi colori a un ritratto già complesso: la raccolta delle lettere che il giovane Roger Keith Barrett inviò alla sua fidanzata dell’epoca, un corpo di scritti privati che rivelano un ragazzo capace di una dolcezza inaspettata, lontano dall’immagine ormai mitizzata dell’artista in fuga dal mondo. Leggendole, si intravede la personalità di un ventenne ancora prima che venisse inghiottito dalla creatività febbrile e dalle pressioni che lo avrebbero cambiato per sempre: un giovane pieno di curiosità, humour, affetto, ma anche di una sensibilità estrema che avrebbe inciso profondamente sulla sua parabola artistica. Il testo di cui parlo è stato scritto da Mark Blake e si intitola Pink Floyd Shine On: The Definitive Oral History. Si tratta di una raccolta di lettere, racconti, interviste sui Pink Floyd, in cui la parte dedicata a Barrett è piuttosto rilevante. Pubblicato a ottobre in Gran Bretagna per la New Modern, il testo ancora attende la traduzione in italiano.
Quelle lettere a cui mi riferisco – scritte con una calligrafia tonda e quasi infantile – sono il punto di partenza ideale per riavvolgere il nastro della vita di Syd Barrett e proiettarci il film di un ragazzo che non nacque come genio maledetto, bensì come un bambino fortunato e talentuoso, circondato da affetto e stimoli culturali. È solo più tardi, negli anni più intensi della sua carriera, che la fragilità nascosta nelle sue parole emergerà, trasformando per sempre la storia dei Pink Floyd e della musica del Novecento.
“Vi scrive Roger”: le lettere ritrovate e un ragazzo di Cambridge
Nell’ottobre del 2025, l’uscita del testo di Blake ha acceso quindi di nuovo la luce su un aspetto delicato e umano di Syd Barrett: una serie di lettere inviate tra gennaio e settembre 1965 dall’allora diciannovenne Roger Keith Barrett alla sua ragazza dell’epoca, Jenny Spires. In queste lettere – scritte quando Syd era ancora studente d’arte, immerso tra pittura e sogni sonori – si trovano confessioni private, entusiasmi da ragazzo in formazione, ansie e speranze. Per Blake, sono “nuovo materiale d’intervista”: «tutti parlano di lui – ma qui lo sentiamo parlare con la sua voce vera», spiega. Un estratto di quelle missive, riportato nel libro, racconta di una sera a Cambridge: Syd scrive di “nuove registrazioni”, di una “band appena nata”, e lascia trasparire la sua eccitazione per un futuro che appare possibile, reale, accessibile. È la voce di un ragazzo che non sa ancora quanto terreno pericoloso sta per calpestare – un ruolo da fondatore, un nome che diventerà leggenda, ma anche una scelta che in poco tempo lo metterà di fronte a un bivio.
Cambridge, non soltanto l’università!
Quando si parla degli anni formativi di Syd Barrett, il genio luminoso e fragile che segnò l’inizio dei Pink Floyd, il nome di Jenny Spires ritorna spesso. Non era solo una fidanzata: fu una presenza discreta ma decisiva nella fase più creativa della sua vita, un frammento fondamentale del mondo che circondava Barrett prima del declino. Jenny Spires conobbe Syd Barrett nel dicembre del 1964, a Cambridge, quando lei aveva 15 anni e lui 18. Si incontrarono all’Union Cellar, un locale frequentato da giovani artisti e musicisti della città. Durante gli anni in cui Syd stava per diventare il leader visionario dei Pink Floyd, Jenny era una presenza costante. Quando lei si trasferì a Londra, andò a vivere con Syd nella casa che i futuri Pink Floyd usavano come base. Ricorda quegli anni come un periodo febbrile: Barrett dipingeva, scriveva, componeva canzoni, sperimentava. In questo contesto le scriveva anche molte lettere, alcune delle quali sono oggi conservate e pubblicate in libri dedicati alla sua vita. Si tratta di documenti preziosi, che mostrano un Syd affettuoso, immaginifico, spesso poetico: un ragazzo pieno di entusiasmo creativo prima che la pressione e le fragilità psicologiche lo schiacciassero.
Un’infanzia ordinaria e la semina di un talento visionario
Syd nacque il 6 gennaio 1946 a Cambridge, quarto di cinque figli. Suo padre, anatomista attivo all’Addenbrooke’s Hospital e musicista dilettante nella Cambridge Philharmonic Society, coltivava anche la pittura e fu lui a trasmettere al giovane Roger un primo amore per le arti – visuali e sonore. Fino ai quattordici anni, Syd coltivò soprattutto la scrittura, il disegno e i giochi di parole. Solo dopo, attratto dalla musica – prima grazie all’ukulele, poi alla chitarra folk – iniziò a costruire un linguaggio che univa fantasia, colore e suono. Cambridge – con le sue antiche strade, i college, le colline tranquille – restava lo sfondo del suo mondo interiore. Un luogo di normalità, che avrebbe in seguito contrastato violentemente con le luci psichedeliche, le folle e il caos delle rock-band: un contrasto che avrebbe alimentato la sua creatività e, allo stesso tempo, la sua fragilità.
Dalla “cellar band” alla nascita di un nome – e di un sogno: i primi Pink Floyd
È nel tardo 1964 che Syd si trasferisce a Londra per studiare arte, immerso in un clima di fermento giovanile, sperimentazioni sonore e sogni nuovi. È lì che, insieme con vecchi amici di Cambridge come Roger Waters e occasionalmente con David Gilmour, inizia a suonare in piccole band. Quando il gruppo cominciò a prendere forma, fu Barrett a suggerire il nome che sarebbe diventato celebre: Pink Floyd – un accostamento creativo tra i nomi di due bluesman americani, Pink Anderson e Floyd Council, che incarnava già quella miscela di nostalgia rurale, suono urbano e immaginazione lisergica. La citazione dei due artisti americani non fu casuale. Gli ascolti dei primi Pink Floyd oscillavano fra il blues e il folk, il nascente beat e un pizzico di jazz. La prima fase della band fu fatta di concerti nei club londinesi, improvvisazioni, feedback, contaminazioni blues-psych e voglia di sperimentare. Syd era la calamita: la sua chitarra, tagliente e imprevedibile; la sua voce, fragile e sognante; i suoi testi, visioni infantili, mitologie personali, sogni e strane fiabe. Il pubblico ne era affascinato e Barrett, controvoglia, incarnava un riferimento per la scena londinese, con un seguito femminile non irrilevante.
Il volo breve e luminoso: The Piper at the Gates of Dawn
Nel 1967, la band pubblicò il suo leggendario album d’esordio, The Piper at the Gates of Dawn, un disco che cambiò i connotati della musica rock: psichedelia, sperimentazione sonora, improvvisazione – e l’anima di Syd Barrett al centro. Brani come Astronomy Domine, Lucifer Sam, Bike (tutt’essi in buona parte scritti da Barrett) non sono semplici canzoni: sono fughe, sogni acidi, racconti da una mente che guardava lontano. Il sound è un caleidoscopio: chitarre trattate con echi e feedback, organi orientali, improvvisazioni che sembrano suonare al di fuori del tempo. Fu una delle prime e più radicali dichiarazioni di ciò che sarebbe diventata la psichedelia britannica.
Il riflesso di Jenny nelle canzoni
La presenza di Jenny Spires è riconoscibile anche nella musica di Barrett.
Brani come Bike, dal primo album dei Pink Floyd, nascono direttamente dal loro rapporto. Egli stesso affermò di averla scritta per lei, che al tempo era una splendida ragazza dagli occhi e i capelli neri, dal profilo acqua e sapone, ma dalle medesime fascinazioni artistiche e psichedeliche di Barrett. Anche Lucifer Sam contiene, secondo molte interpretazioni, un riferimento alla figura di Jenny attraverso il personaggio di Jennifer Gentle citato nel testo. Nonostante questi omaggi musicali, la Spires ha sempre mantenuto una grande discrezione nel corso degli anni, evitando di sfruttare il legame con Barrett.
La fine della relazione e la vita successiva
La relazione finì intorno al 1966, mentre i Pink Floyd stavano entrando nel loro periodo di ascesa definitiva. Jenny lasciò Syd e, anni dopo, sposò il musicista Jack Monck, bassista dei Delivery e di molte altre band jazz rock e avantgarde. Anche lui fu importante nella vita di Barrett, ma lo scopriremo più tardi…
Fragilità, crisi e l’abbandono dei Pink Floyd
Col crescere della notorietà e dell’attenzione, la pressione su Barrett aumentò: lunghe tournée, aspettative, droghe, confusione. Già negli ultimi concerti con i Pink Floyd i suoi compagni notarono irregolarità: pause improvvise, mancanza di coordinazione, sguardi assenti, incapacità di suonare con continuità. Nel 1968 divenne chiaro che il progetto era insostenibile: Syd non riusciva più a stare al passo. Fu deciso che la band avrebbe continuato senza di lui – e così, seppure dolorosamente, la storia dei Pink Floyd come la conosciamo iniziò senza il suo creatore originario. Quell’abbandono segnò un taglio netto: per lui, per i Pink Floyd, per la musica. L’uso intensivo di LSD e altre droghe allucinogene fu senz’altro il fattore scatenante dei suoi episodi di psicosi e alterazioni permanenti della percezione, ma alcuni biografi suggeriscono che Barrett potesse soffrire di schizofrenia o disturbo bipolare.
Due dischi solisti: The Madcap Laughs e Barrett – confessioni in note sparse
Eppure, subito dopo l’uscita dalla band, Syd non smise né di scrivere né di suonare. Anzi, fra il 1969 e il 1970 realizzò due album solisti – documenti fragili e bellissimi di un’artista sospeso tra lucidità e dissoluzione. The Madcap Laughs fu registrato tra il maggio 1968 e l’agosto 1969, uscito poi nel 1970, con la produzione condivisa (tra gli altri) da lui stesso, da Peter Jenner, dal produttore Malcolm Jones e, in fasi successive, da Gilmour e Waters. L’album è brillante, ma tiene l’ascoltatore col fiato sospeso, e a tratti risulta fragilissimo: la voce sembra oscillare, la chitarra è sfuggente, le accordature traballanti, i suoni lasciati “al naturale”, quasi grezzi. Le canzoni – Dark Globe, Terrapin, Octopus, Love You, No Good Trying – sembrano confessioni sparse, lampi di un’umanità che vacilla. Come disse lo stesso Barrett: «Sono una persona piena di polvere e chitarre». Il lavoro in questione è un manifesto della precarietà dell’esistenza. Pochi mesi dopo uscì il secondo – e ultimo – album solista, intitolato semplicemente Barrett. Qui la struttura è leggermente più ordinata, la produzione un po’ più coerente, gli arrangiamenti un filo più puliti. Brani come Baby Lemonade, Dominoes, Waving My Arms in the Air offrono momenti di malinconia, ironia, dolcezza e disillusione: Syd canta come chi fa l’inventario di un sogno svanito, con la chitarra che taglia l’aria come un pennello su tela – e con quelle stesse parole che sembrano occhi rivolti al vuoto. L’album punta diretto al cuore, senza troppi abbellimenti.
Vale la pena ricordare che nel 1988, la raccolta Opel – pubblicata ad anni di distanza – ha fatto emergere versioni alternative e inedite, materiale che getta ulteriore luce su quel periodo creativo, offrendoci un ritratto più sfaccettato di ciò che Syd stava facendo in quegli anni per lui ed è diventato patrimonio di chi lo ama. Senza questo lavoro, la discografia di Syd Barrett sarebbe quantomeno incompleta.
Le ultime stelle
Syd è sempre più chiuso in se stesso, quasi totalmente assente. Si tenta il tutto per tutto, mettendogli in piedi una sorta di supergruppo dell’underground londinese, per tirarlo fuori dal suo stesso universo. Gli Stars furono una breve esperienza musicale di Syd Barrett del 1972. Il gruppo nacque a Cambridge, quando Barrett partecipò a una jam session con il leggendario batterista Twink, già membro dei Pink Fairies, e il già citato Jack Monck, con l’idea di tornare a suonare dal vivo. La band propose un mix di blues e rock psichedelico, cercando di dare nuova vita all’estro creativo di Barrett. Gli Stars fecero pochi concerti, principalmente in locali e università, ma la scarsa coesione e la fragilità psicologica di Barrett limitarono la continuità della band. Non registrarono album ufficiali, sebbene alcune sessioni siano state documentate da bootleg. L’obiettivo era offrire a Barrett un contesto sicuro per esprimersi musicalmente, lontano dalle pressioni commerciali. La collaborazione fu breve: nel giro di poche settimane la band si sciolse. Tuttavia, gli Stars restano simbolo del tentativo di Barrett di ritrovare sé stesso attraverso la musica dopo i difficili anni con i Pink Floyd. La loro storia testimonia la fragilità e il genio creativo di Barrett in un periodo di isolamento e sperimentazione.
Tra musica e colore: l’uomo che dipingeva il silenzio
Parallelamente alla musica, Syd continuò a coltivare la pittura e il disegno, come avrebbe fatto per tutta la vita. Uno degli studi visivi più completi esistenti è contenuto nel volume Barrett: The Definitive Visual Companion to the Life of Syd Barrett, di Russell Beecher e William Shutes, pubblicato nel 2010. Il libro raccoglie centinaia di immagini – fotografie, disegni, pitture, collage, appunti, lettere illustrate – molte delle quali inedite: un archivio visivo che restituisce Syd non solo come musicista, ma come artista totale, fragile e concreto. Le lettere a Jenny Spires e a un’altra sua giovane fidanzata, Libby Gausden-Chisman, datate tra il 1962 e il 1965, fanno parte di questo archivio. In esse, Syd confida sogni, disegna bozze, traccia linee, immagina canzoni e dipinti. Non ci sono ancora effetti, amplificatori, hall ricolme di luci psichedeliche. C’è solo un ragazzo, che si prova – con la matita in mano, con la chitarra, con la voce – a vedere fino a che punto poteva spingersi.
Rientro a Cambridge, silenzio e solitudine: la vita dopo la musica
Dopo il 1972 – quando, secondo fonti biografiche, firmò l’uscita dalla sua casa discografica e dal mondo musicale – Syd decise di chiudere con la musica. Tornò a Cambridge, nella sua città natale, e visse una vita ritirata. Discografici, incisioni, canzoni, concerti: niente di tutto ciò. Lo scambio con la fama e la creatività era finito. Iniziò una quotidianità fatta di passeggiate, giardinaggio, pittura – sempre pittura – e silenzio. Le sue opere visive, spesso distrutte, ripensate, ridipinte, restano l’unica traccia di un animo troppo sensibile per sopportare il mondo. I pochi contatti con ex compagni e amici – parenti: sorella, madre, qualche conoscente – erano discreti, rispettosi. Negli anni Settanta lo ricordano spesso come “un ragazzo diverso”, “un uomo fragile”, “uno spirito che non volle più appartenere a nessun copione”. Quando nel 1975, durante la registrazione di Shine On You Crazy Diamond, entrò negli studi di registrazione degli Pink Floyd ci fu un momento carico di tensione emotiva. I membri stentavano a riconoscerlo, appesantito e assente. Ascoltò qualcosa delle registrazioni e gli piacque, ma era distaccato e lontano. Quel mondo non gli apparteneva più. Dopo quella visita, sparì. Tornò alla sua solitudine, al suo silenzio, alla sua pittura. Gli altri Floyd, in particolare Gilmour, continuarono a informarsi presso la famiglia e in segreto e, con molta discrezione, ad essergli vicino.
Un’eredità fatta di luce e crepe: la memoria di Syd Barrett oggi
Barrett muore nel 2006 per un arresto cardiaco, ad appena 60 anni. Rileggere oggi quelle lettere – quelle di “Roger” a Jenny Spires, prima del sogno, prima del caos – significa incontrare l’essere umano dietro il mito. Un giovane artista che voleva essere semplicemente se stesso, con la matita in mano, con la chitarra, con una voglia lucida di esplorare il suono e il colore. Le parole, i dipinti, le note – tutti elementi spezzati, diversi, incompleti – formano insieme un mosaico che appare fragile, ma anche potentissimo. È un’eredità che non vive di certezze, ma di spazi: spazi mentali, spazi emotivi, spazi creativi. Oggi, grazie al lavoro di ricostruzione di storici, biografi e familiari – e grazie alla scoperta pubblica delle lettere giovanili – possiamo tornare a guardare Barrett con occhi nuovi: non come un “genio maledetto”, e nemmeno come un’icona romantica, ma come un ragazzo vero, vulnerabile, capace di amare, di creare, di sognare. In quelle righe ingiallite, in quei disegni instabili, in quelle note sussurrate, c’è una verità che resiste: la verità di un’anima fragilissima ma intatta. E forse, questo è il lascito più importante di Syd Barrett.
Un epilogo per Jennifer Gentle
Oggi Jenny Spires è considerata una figura centrale per comprendere chi fosse Barrett prima della crisi: il Syd innamorato, brillante, ironico, ancora “intero”. Le sue testimonianze, rare e misurate, restituiscono un’immagine autentica del giovane artista e della scena culturale di Cambridge e Londra a metà degli anni Sessanta. I suoi amici, Twink e Monck, così come Gilmour, Mason e Waters non hanno mai rilasciato interviste che potessero intaccare la privacy di Barrett. Finché è stato in vita, ci è pure parso che lo tutelassero umanamente ed economicamente, così come fecero con Robert Wyatt. Le lettere che Barrett le scrisse – pubblicate in alcune raccolte ufficiali – sono tra le poche tracce dirette di quel periodo, e permettono di avvicinarsi alla sua voce così com’era: semplice, pura, e spesso sorprendentemente dolce.
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