Personaggio e artista unico del palcoscenico rock inglese dell’ultimo mezzo secolo, il cantante di Birmingham ci ha lasciati recentemente. Il nostro collaboratore Simone Bardazzi ne tratteggia le sua inimitabile vita, fatta di eccessi e provocazioni, ma anche scandita dal desiderio di comunicare con la musica i suoi disagi e il suo bisogno di amore

Antefatto

Sono in spiaggia. Mi chiama il nostro direttore e mi chiede: «Senti, Simone, hai saputo che è morto Ozzy Osbourne. Ti andrebbe di confezionare un articolo che lo ricordi?». Sarà un caso, ma prima di rispondere, alzo lo sguardo e, poco distante da me, c’è un famiglia sotto l’ombrellone. Figli piccoli. Il padre ha la faccia di Ozzy tatuata sul braccio destro. Sarà il destino, chissà… «Sì, certo, lo faccio!».

Ora, c’è qualcosa di più buffo della nipotina di Ozzy Osbourne che balla e sorride guardando in televisione il nonno cantare un brano dei Black Sabbath, agghindato da principe delle tenebre? Non proprio il nonno rassicurante, che ti chiama in un angolo del salotto per allungarti un paio di euro per il gelato. Eppure, proprio di queste contraddizioni è fatta la vita di Ozzy. Quando si parla di lui, è inevitabile che l’eco dei Black Sabbath risuoni in sottofondo. Tuttavia, oltre il mito fondativo dell’heavy metal, c’è un Ozzy solista che ha tracciato un cammino personale unico, visionario, e spesso autodistruttivo, che ha saputo reinventarsi, sopravvivere a se stesso e diventare una delle figure più iconiche della cultura pop globale. Questa è la storia di John Michael Osbourne dopo i Sabbath: un uomo in guerra con i suoi demoni, ma anche un artista instancabile, un padre di famiglia, e un’icona transgenerazionale.

Il giovane Ozzy

John Michael Osbourne nasce nel 1948 a Birmingham. Infanzia e adolescenza sono segnate dalla povertà e dalle difficoltà scolastiche. Crescere nel dopoguerra in una famiglia operaia nel quartiere di Aston non fu facile. I genitori lavoravano sodo per mantenere ben sei figli in una piccola casa. Ozzy stesso ha spesso raccontato di come la sua infanzia fosse priva di lusso, ma ricca di affetto familiare, anche se il rapporto con il padre non era fra i migliori. La scuola repressiva della Gran Bretagna post-bellica fu per lui un’esperienza frustrante. Soffriva di una severa dislessia (che al tempo non veniva diagnosticata), che gli rendeva difficile leggere e scrivere. Gli insegnanti lo consideravano svogliato e ribelle, e spesso lo punivano perché non seguiva le lezioni. Ozzy odiava la scuola, che lasciò – senza alcun diploma – all’età di quindici anni, più o meno come tanti inglesi al tempo, essenzialmente per lavorare. Così, la dislessia rimase una delle cause della sua insicurezza e della sua fame di attenzione.

Ozzy Osbourne bambino, cresciuto nella povertà nel quartiere operaio di Birmingham.

Per un breve periodo, Ozzy fece i più disparati lavori: operaio in una fabbrica, idraulico, e addirittura in un mattatoio, esperienze che probabilmente hanno contribuito a formare il suo lato oscuro e la sua sensibilità macabra. La musica, in particolare la nascente scena rock britannica, divenne il suo rifugio e la sua speranza. In quel momento, per un giovane senza soldi e prospettive, vi erano due possibili “ascensori sociali”: il calcio e il rock. L’ispirazione per il secondo ascensore gli arrivò dall’ascolto di She Loves You dei Beatles alla radio. I quattro di Liverpool erano stati come lui giovani figli della guerra, senza prospettive. Ora viaggiavano per il mondo sfuggendo a una vita di povertà e di anonimato.

La sua carriera musicale iniziò a prendere forma negli anni Sessanta. Si comprò un impianto voce, e iniziò a cercare una band. Suonava in diversi gruppi locali, ma non riusciva a trovare la propria cifra stilistica. La sua voce, potente ma con un timbro unico e gutturale, non era adatta a tutti i generi. La svolta arrivò nel 1968, quando rispose a un annuncio su un giornale locale scritto da un batterista di nome Bill Ward. Bill e Ozzy si conobbero e si misero alla ricerca di altri membri. A loro si unirono ben presto il chitarrista Tony Iommi e il bassista Geezer Butler. Tutti quanti condividevano il medesimo background operaio.

I Black Sabbath, quindi, nascono – come un migliaio di altre band inglesi del tempo, ispirati dal blues e dal beat. Ma quale fu – brevemente – il momento scatenante per la nascita del loro sound? Secondo quanto riportato dal bassista Geezer Butler, tutto nacque dopo aver visto i King Crimson esibirsi al Mothers Club, mentre suonavano una loro straniante versione di Mars, the Bringer of War dalla suite The Planets del compositore Gustav Holst. Un ascolto catartico dato che, il giorno dopo, la band si mise al lavoro su un suono che ne seguisse la falsariga: potente, trionfale, super distorto e lentissimo. Gli ingredienti principali del suono doom che hanno affascinato, in seguito, band diversissime.

Ancora Ozzy in una foto del 1975, ai tempi del suo sesto album con i Black Sabbath, Sabotage.

Un salto in avanti nel tempo: l’uscita dai Sabbath e la rinascita solista

Nel 1979, i Black Sabbath diedero il ben servito ad Ozzy Osbourne. Droghe pesanti, alcol e un caratteraccio ai limiti dell’inaffidabilità i motivi principali. Fu la fine della sua carriera? Ovviamente no. Come nelle migliori favole – in questo caso nere, anzi nerissime – c’è sempre un deus ex machina. In questo caso, fu sua moglie Sharon Arden, figlia del potentissimo manager Don Arden, che decise di credere in lui. Da lì, la sua totale rinascita: non solo una nuova carriera musicale, ma anche un matrimonio destinato a durare tutta la vita. 

Nel 1980 esce Blizzard of Ozz, il primo album solista di Ozzy. Un debutto folgorante, contenente brani come Crazy Train, Mr. Crowley (leggendaria la sua intro di synth) e Suicide Solution. L’album miscelava tematiche oscure ed esoteriche con riff trascinanti e una produzione moderna. Al suo fianco, un giovane chitarrista destinato a diventare leggenda: Randy Rhoads. Il sodalizio tra Ozzy e Rhoads avrebbe definito il suono dei primi anni Ottanta. Il virtuosismo classico di Rhoads e la teatralità vocale di Osbourne erano un connubio perfetto. Con i suoi riff incisivi e i suoi assoli virtuosistici, Rhoads non è un semplice chitarrista di supporto, ma un vero e proprio co-protagonista. La sua tecnica, influenzata sia dal metal che dalla musica classica, dà vita a brani complessi, ma al contempo orecchiabili, perfetti per il mainstream.

Il secondo disco, Diary of a Madman (1981), confermò il successo del primo e mostrò un lato più maturo e riflessivo di Ozzy. Tuttavia, la tragedia colpì presto: nel 1982, Randy Rhoads morì in un incidente aereo. Fu un colpo devastante per Ozzy, che cadde in una spirale autodistruttiva da cui solo l’amore di Sharon sembrava poterlo salvare.

Ozzy Osbourne e Sharon Arden nel giorno del loro matrimonio, celebrato alle Hawaii il 4 luglio 1982 (© Kelly Osbourne).

Gli anni Ottanta: eccessi, successi e scandali

Nonostante la tragedia, Ozzy continuò a pubblicare dischi. Bark at the Moon (1983) segnò il ritorno sulle scene, con Jake E. Lee alla chitarra. Con il suo paraphernalia horror, il trucco teatrale, i videoclip spinti, Ozzy divenne ben presto una figura centrale della nuova MTV generation. I suoi tour – sempre più spettacolari – contribuirono a costruire il mito. In quegli anni, però, emersero anche i suoi lati più controversi. Ozzy divenne il bersaglio delle associazioni cristiane conservatrici americane. Fu accusato di istigare al suicidio con canzoni come Suicide Solution e di adorare Satana. In realtà, Osbourne affrontava spesso, seppur con ironia, i temi dell’alienazione, della depressione e dell’autodistruzione.

Nel 1986 uscì The Ultimate Sin, disco controverso, troppo levigato per alcuni, ma contenente la hit Shot in the Dark, che ampliò il pubblico di Ozzy. Un anno dopo, pubblicò Tribute, album live dedicato a Randy Rhoads, che servì da celebrazione e da catarsi personale. Con No Rest for the Wicked (1988), Ozzy introdusse un nuovo prodigio alla chitarra: Zakk Wylde, che divenne una colonna portante della sua band nei decenni a venire. L’album segna un ritorno a un sound più aggressivo e heavy, pur mantenendo le melodie tipiche dello stile sabbathiano. Lo stile grezzo, imbevuto di southern rock, infatti, faceva di Wylde un comprimario perfetto per la voce di Osbourne. Più rock, più intenso e più immediato. Un sound che alle soglie degli anni Novanta, ben si sposava con i rinnovati gusti del pubblico, che stava prendendo le distanze dalle produzioni plastificate degli anni Ottanta.

Gli anni Novanta

Negli anni Novanta, Ozzy pubblicò alcuni dei suoi album più solidi: No More Tears (1991), probabilmente il suo capolavoro solista, contiene brani che oggi sono classici assoluti, come la title track, Mama, I’m Coming Home e Road to Nowhere. La ballata Mama, I’m Coming Home è particolarmente significativa: scritta per Sharon, rappresenta una delle prime dichiarazioni d’amore sincere nella discografia di Ozzy. Il brano segnò anche un riavvicinamento a un pubblico mainstream, lontano dall’immaginario metal classico. I testi, si facevano via via più introspettivi e meno teatrali. Nel 1992 Ozzy annunciò il suo ritiro con un tour intitolato No More Tours. Durò poco. Il bisogno del palco era troppo forte. Negli anni successivi pubblicò Ozzmosis (1995) e fondò l’Ozzfest, festival itinerante che diventò un punto di riferimento per la scena metal e alternativa, dando spazio a nuove band come Slipknot, System of a Down, Limp Bizkit, Tool, Mastodon, Incubus, Marilyn Manson e Rob Zombie, ma anche veterani come Judas Priest, Iron Maiden, Metallica, Slayer, Pantera, Megadeth. Dopo il trionfale tour di No More Tours – che, ironicamente, non fu dunque l’ultimo – Ozzy pubblica, come già ricordato, Ozzmosis. Uscito nel 1995, questo album è un progetto più sperimentale e riflessivo, caratterizzato da un sound più moderno, ma dalle fosche tinte gotiche. Con lui, il chitarrista Zakk Wylde, il bassista Geezer Butler, storico sodale, il batterista Deen Castronovo e persino Rick Wakeman, leggendario tastierista degli Yes. Il risultato? Una miscela unica di heavy metal, rock progressivo e atmosfere cupe.

Ozzy per le famiglie, fra ironia e reality

Il vero colpo di genio arrivò però nei primi anni 2000, quando Ozzy divenne protagonista del reality The Osbournes su MTV, al fianco di Sharon e dei figli Jack e Kelly. Il programma mostrava il lato più umano, disfunzionale e bizzarro della famiglia, con un Ozzy spaesato, in difficoltà, ma irresistibilmente autentico. Ozzy, preoccupato per i figli, un po’ ansioso e un po’ rockstar in declino, che litiga con la moglie e si occupa dei cani, teneva incollate al video migliaia di persone in tutto il mondo. «Non raccolgo la merda dei cani», sbraitava, «sono una rockstar!».

La famiglia Osbourne ai tempi del famoso reality The Osbournes trasmesso da MTV; con Ozzy e la moglie Sharon, i figli Jack (a sinistra) e Kelly.

Le telecamere lo riprendevano mentre si lamentava dei vicini e affrontava i drammi adolescenziali dei propri figli, il tutto condito dalla sua inconfondibile voce bofonchiata, dal suo incancellabile accento british e un umorismo involontario. Il reality lo trasformò da icona metal a una vera e propria celebrità pop globale. Ma per quale motivo The Osbournes piacevano tanto, a grandi e piccini? Difficile spiegarlo in poche battute. Tanto per fare un esempio, in una scena divenuta leggendaria, Ozzy se la prendeva con il telecomando della televisione. Confuso dai numerosi pulsanti, finiva per rimanere bloccato sul canale del meteo. «Sono un uomo semplice», urlava «adesso hai bisogno di un computer per accendere e spegnere la cazzo di TV! Schiaccio un pulsante e parte la doccia!».

La vita privata: amore, dipendenze e redenzione

L’abuso di sostanze ha segnato ogni fase della sua vita. Dalla cocaina all’alcol, dai farmaci agli psicofarmaci, Ozzy ha più volte dichiarato di non sapere come abbia fatto a sopravvivere. Ma accanto a questa autodistruzione c’è sempre stata Sharon, non solo manager e moglie, ma la sua ancora di salvezza. I due hanno vissuto momenti drammatici, non privi di episodi di violenza domestica – come quando nel 1989 Ozzy tentò di strangolarla sotto l’effetto di droghe – ma sono sempre rimasti insieme.

I figli di Ozzy hanno avuto carriere intermittenti, ma spesso al centro della narrazione familiare. Jack, dopo varie dipendenze, è diventato documentarista e conduttore, mentre Kelly ha intrapreso una carriera musicale e televisiva.

Il nuovo millennio

Nel 2001, Ozzy fa uscire Down to Earth. L’album segna un nuovo capitolo, con una line up rinnovata che include il chitarrista Zakk Wylde e il batterista Mike Bordin dei Faith No More. Il sound è più diretto e meno stratificato rispetto a Ozzmosis, con un ritorno alle radici heavy metal in grande stile. Black Rain del 2007 rappresenta un momento significativo nella carriera solista di Ozzy. Dopo sei anni dal fortunato Down to Earth, ritorna con un album che mescola l’aggressività del metal classico con sonorità più moderne e accessibili. Prodotto da Kevin Churko e scritto assieme al chitarrista Zakk Wylde, il disco è un crocevia di generi, con brani che passano da riff potenti e veloci a ballate struggenti e profonde.

The last show: Ozzy Osbourne durante l’ultimo concerto, tenuto con i Black Sabbath il 5 luglio di quest’anno al Villa Park di Birmingham, esattamente diciassette giorni prima di morire.

Il 2010 si apre con la pubblicazione di Scream, un punto di svolta nella sua carriera. Dopo una pausa di quasi sei anni da Black Rain del 2007, Ozzy torna con una formazione rinnovata. L’album è il primo a non vedere la partecipazione di Zakk Wylde alla chitarra, al suo posto subentra Gus G., un talentuoso chitarrista greco che apporta una ventata di freschezza al sound. Gli anni successivi a Scream sono dominati da un evento epocale: il ritorno dei Black Sabbath. Nel 2013, la formazione storica (Ozzy, Tony Iommi e Geezer Butler) pubblica 13, un album di inediti acclamato dalla critica, seguito da un tour mondiale trionfale. Questo progetto assorbe gran parte delle energie di Ozzy, mettendone in pausa la carriera solista per qualche anno. Il tour di addio dei Black Sabbath, soprannominato The End, si conclude nel 2017. Questo evento segna un momento di profonda riflessione per Ozzy, che sembra pronto a ritirarsi dalle scene. Tuttavia, la sua natura di “performer” non gli permette di stare fermo a lungo. L’annuncio del tour di addio alla carriera solista, No More Tours 2, crea grande entusiasmo tra i fan, ma viene poi interrotto a causa di una serie di problemi di salute.

Vecchiaia e fragilità

Dopo una diagnosi di Parkinson nel 2019, interventi chirurgici alla colonna vertebrale e numerose complicazioni fisiche, Ozzy interrompe la sua attività live, ma non smette di pubblicare album. Nel 2020 è il turno di Ordinary Man, prodotto da Andrew Watt, con ospiti come Elton John, Post Malone e Slash. Album acclamato per la sua sincerità e il tono crepuscolare. Seguito da Patient Number 9 (2022), che vede la collaborazione di Jeff Beck, Eric Clapton e del vecchio partner Tony Iommi, dimostrando che Ozzy, pur con un corpo fragile, è stato un gigante creativo fino alla fine.

Oltre il personaggio

Ozzy Osbourne non è stato solo un cantante, ma un autentico simbolo di resilienza, follia e autenticità. Ha attraversato decenni di cambiamenti musicali, sociali e culturali mantenendo un’identità inconfondibile e diventando un’ispirazione per quanti abbiano suonato in una band. È diventato una figura familiare anche per chi non ascolta metal. È stato parodiato nei cartoni animati (South Park e Simpsons fra i tanti), citato nei talk show, amato da doomers, metallari, punk, goth, rapper, fan della musica classica e del jazz. Ma soprattutto Ozzy è stato un alacre lavoratore. Non si è mai veramente fermato, neanche nei periodi più bui, dimostrando, sino al celebrato concerto di addio, pochi giorni prima della sua scomparsa, che la volontà è superiore a qualsiasi avversità.

Il tributo floreale lascito da centinaia di fans davanti all’abitazione di Ozzy Osbourne nei giorni successivi alla sua scomparsa.

Simone Bardazzi

 

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