Simone Bardazzi, esperto di musica rock e di quella crossover, ci parla dell’ultimo disco del grande songwriter inglese, End of the Middle, un concept album nel quale affronta il succedersi generazionale nelle famiglie e il ripetersi dei loro modelli di comportamento, raccontando il tutto con un mix di delicatezza, lucidità e candore.
Richard Dawson è quello che in molti definirebbero un artista di culto. Un musicista che pubblica album con una certa assiduità, per un pubblico di pochi, ma buoni, costantemente in crescita. Un pubblico che lo venera e lo ama, non si perde un’uscita e non ha problemi a saltare in macchina e percorrere chilometri per un suo spettacolo, come nel caso dei suoi prossimi e annunciati concerti nel nostro Paese.
End of the Middle è il suo ottavo album, in una discografia priva di smagliature e di lavori minori, caratterizzata da brani intensi e sempre ricchi di ispirazione. Il disco, prodotto da Sam Grant (dietro la consolle con lui già da quattro album) e lo stesso Dawson, vede la partecipazione del batterista e abituale collaboratore Andrew Cheetham, con l’aggiunta del clarinetto di Faye MacCalman e la voce e il synth di Sally Pilkington, la sua compagna. Un ruolo quasi sempre discreto, quello dei musicisti che incidono con Dawson, perché i veri protagonisti sono la voce e la chitarra, che da soli hanno il potere di riempiere spazi, dare completezza e senso, senza mai far avvertire la mancanza di qualcosa. Un senso della misura raro, ma che non manca mai di stupire l’ascoltatore.
Tentare di centrare, con riferimenti, la cifra stilistica di Dawson è assai difficile. È di certo un ascoltatore onnivoro e un artista che si lascia ispirare da fonti diverse, dalla musica, così come dal cinema. Si citano Cpt. Beefheart e Nick Drake, David Thomas dei Pere Ubu (recentemente scomparso), ma anche Syd Barrett, Daniel Johnston, Neil Young, Mike Waterson e Jandek. Per tutta risposta – negli anni passati – lui ha ammesso una gioventù da heavy metal kid e un amore inossidabile per i Faith No More, ha definito importanti per lui gli Iron Maiden e chi gli ha chiesto chi fosse il suo chitarrista preferito, si è sentito rispondere Henry Makobi, chitarrista kenyota e creatore di una afro-music acustica a metà fra la sperimentazione e l’high-life. Recentemente ha citato le musiche di Badalamenti e il cinema di Tarkovskij. Il suo stile chitarristico è parimenti ricco di ispirazioni poliedriche, ma si avverte un punto di contatto con chitarristi acustici e sperimentatori come il celebrato John Fahey e lo straordinario chitarrista folk britannico Davy Graham.
La carriera solista di Richard Dawson è ufficialmente iniziata nel 2013, con la pubblicazione di The Glass Trunk, subito accolto con favore, prima dalla stampa specializzata britannica e poi europea. In realtà Dawson pubblica dischi dal 2008, sotto il moniker Eye Balls, assieme a Hen Ogledd, con il quale ha realizzato un folto numero di uscite, spesso solo digitali, di natura elettronica. Nei suoi album, tuttavia, il nostro suona chitarre acustiche ed elettrica, concedendosi ogni tanto qualche tocco di synth (spesso utilizzando una app dell’IPhone). Il resto della sua discografia si dipana fra splendidi lavori come Nothing important del 2014, Peasant del 2017, 2020 uscito nel 2019, The Ruby Cord del 2022. Menzione a parte, per l’album Henki del 2021 realizzato assieme alla band di black metal finlandese The Circle, e che – di black metal – non ha assolutamente niente, ma suona come un lavoro di Dawson più “popolato” di musicisti. C’è chi ha definito lo stile di questo musicista avant-folk, chi progressive folk. Poco conta la ricerca di una definizione, il nostro sembra rifuggire a regole e catalogazioni. In fondo, lui stesso, qualche anno fa ha partecipato a un thread sulla piattaforma di forum Reddit, in cui ha regolarmente risposto ai suoi ascoltatori, invitati a porgli domande e le risposte non sono mai state banali.
Accolto, come sempre, con favore dalla critica europea, The End of the Middle è stato introdotto nei mesi precedenti dalla pubblicazione di alcuni singoli online, accompagnati da video: Polytunnel, Boxing Day Sales e Gondola. Tre splendide tracce, che avevano gettato uno spiraglio allettante sulla qualità dell’intero lavoro. Ascoltando tutta la tracklist non siamo rimasti affatto delusi. Tutt’altro! Si tratta ancora una volta di un capolavoro, che necessita di più ascolti per coglierne appieno tutta la sua profondità. Il disco, infatti, presenta una scaletta coesa e ben strutturata, priva di cedimenti e passi falsi, dove ogni brano svolge la sua funzione. Non si tratta, certamente, di un ascolto accessibile a tutti, ma di un’opera destinata, ancora una volta, a colpire al cuore (e alla testa) numerose persone, dato che il numero di fan del nostro sembra crescere di pubblicazione in pubblicazione.
Le parole per un songwriter sono sempre importanti e lo sono – a maggior ragione – per Dawson, che racconta storie piccole, per così dire “domestiche”, ma importanti. Scrive di sé stesso, di quello che prova e sperimenta, della società che lo circonda e dei sentimenti di una generazione di inglesi, schiacciata fra l’estinzione delle controculture, dell’underground, della multiculturalità e la Brexit, con le ricadute economiche sui ceti meno abbienti. L’aspetto psicologico, nella narrazione del nostro, è rilevante, soprattutto in questo End of the Middle.
L’album – nelle parole dello stesso Dawson – è infatti un concept album incentrato sulle «diverse generazioni di una famiglia e su come i modelli di comportamento si ripetono». È la prima volta, tuttavia, che Dawson si avventura apertamente in un concept album, benché i suoi dischi precedenti avessero le medesime velleità. Sotto analisi ci sono le dinamiche familiari. «Penso che la famiglia sia una metafora utile per esaminare come le cose vengono trasmesse generazionalmente con le medesime dinamiche», e ancora «il tutto riguarda questi malsani cicli di violenza o sfiducia, e queste cose che vengono tramandate di generazione in generazione. I personaggi sono molto tristi, ma spero che ognuno, in ogni canzone, abbia un momento in cui in qualche modo interrompe quel ciclo o almeno inizia a scuotere la spirale». I percorsi generazionali, a tratti, toccano momenti personali dello stesso Dawson, come la sua uscita dalla depressione, raccontata nell’album 2020 nel brano Jogging, e la sua nuova passione per la coltivazione di un orto sociale nei pressi della sua città natale Newcastle Upon Tyne. Polytunnel è infatti un brano sereno, che racconta di condivisione e di riscoperta di una pratica green che contribuisce alla ricostruzione del sé. Tracce di esperienze personali, mischiate a un avvincente racconto generazionale, si trovano in Bolt, More than real e The Question. Menzione d’onore a Gondola, una struggente piccola perla.
Non ci sono state occasioni di vedere dalle nostre parti Richard Dawson, ma ci sono ora ben due date in programma, anche se tutte nel nord Italia: il 10 luglio allo Spazio211 di Torino e il 12 a Gardone Val di Trompia, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli. Date da segnarsi e da non perdersi, anche se ancora non è chiaro con quale formazione si presenterà sul palco, se da solo, o accompagnato da basso e batteria, come è stato visto fare negli anni passati, soprattutto in Gran Bretagna.
Simone Bardazzi
Richard Dawson – End of the Middle

CD Weird World/Domino
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