Il grande musicista, da poco scomparso, è stato la mente geniale dei Beach Boys. Un’icona la cui eredità è profondamente intrecciata con un’opera incompiuta e leggendaria, Smile. Questo album, concepito come il successore del rivoluzionario Pet Sounds, è una storia fatta di ambizioni artistiche sfrenate, genio tormentato, collaborazioni intense e, infine, un crollo che ha segnato tutta la sua carriera. La genesi e la lunga gestazione di Smile non sono solo la cronaca di un disco, ma il racconto di un’anima delicata alle prese con la sua visione più coraggiosa.
Premiamo il tasto di un ipotetico registratore a cassetta su fast forward e andiamo avanti velocemente nel tempo. È il 1976. Al Saturday Night Live, John Belushi e Dan Aykroyd fanno impazzire milioni di americani con i loro sketch. I Beach Boys erano ancora popolari negli States, anche se per molti soltanto una band del passato. Il sound del tempo era completamente diverso e già – nell’underground – il punk prendeva forma compiuta. In uno speciale televisivo sui Beach Boys, intitolato The Beach Boys: It’s OK, Belushi e Aykroyd irrompevano nella stanza di Wilson, appesantito, sdraiato sul letto, con un accappatoio indosso, capelli e barba lunga. Lo sketch si chiamava Surf Police e i due futuri Blues Brothers, vestiti da poliziotti, prendevano Wilson e lo costringevano a surfare fra le onde della California, con risultati a dir poco disastrosi. In realtà, Wilson non ha mai imparato a fare surf. Non gli è mai piaciuto. Non ne ha mai avuto il tempo. Il suo tempo, la sua testa erano impegnati ad immaginare canzoni. Bellissime canzoni.
Nel 1976 i Beach Boys erano impegnati a tener viva l’attenzione sulla band, fra mille difficoltà. Pochi mesi dopo, Wilson sarebbe tornato al Saturday Night Live per eseguire qualche brano dal nuovo album della band (in realtà, l’album era tutta farina del suo sacco), ossia Beach Boys Love You. Nonostante la sua natura a tratti bizzarra, Love You è un’opera affascinante. Rappresenta un’espressione pura e non filtrata della mente di Brian Wilson in un periodo di ritrovata creatività. È un album che divide: considerato da alcuni un capolavoro per la sua onestà e originalità, per il pubblico del tempo sembrò troppo eccentrico o incompiuto. Era l’onda lunga di Smile….
La scintilla: dopo Pet Sounds
Dopo il successo critico e l’influenza innegabile di Pet Sounds nel 1966, Brian Wilson si trovò in un crocevia artistico. L’album aveva ridefinito il suono dei Beach Boys, spingendoli oltre le spiagge e le automobili per esplorare territori emotivi e orchestrali complessi. Wilson, riconosciuto come un produttore visionario al pari di Phil Spector, sentiva la pressione di superare se stesso. Desiderava creare una “sinfonia adolescente a Dio”, un’opera che andasse oltre i confini del pop e del rock, abbracciando influenze classiche, jazz e persino folk americano.
Il primo assaggio di questa nuova direzione fu il singolo Good Vibrations, una “sinfonia in tasca” che richiese mesi di registrazione e una tecnica di composizione modulare innovativa. Wilson registrava piccole sezioni musicali, quasi “frammenti” o “moduli”, e poi le assemblava, strato su strato, creando arrangiamenti di incredibile complessità e ricchezza. Questo approccio, che aveva portato a sette mesi di lavorazione per un solo brano, sarebbe stato il pilastro della produzione di Smile su scala album. Per comprendere la difficoltà di questo modus operandi, occorre ricordare che le tecnologie del tempo non offrivano a Wilson che la possibilità di sincronizzare due registratori a quattro piste.
La collaborazione cruciale: Brian Wilson e Van Dyke Parks
Per dare voce a questa ambizione senza precedenti, Wilson cercò un nuovo collaboratore lirico. La sua scelta ricadde su Van Dyke Parks, un musicista, compositore e poeta talentuoso che condivideva la sua visione eclettica. La chimica tra i due fu immediata e profonda. Mentre i Beach Boys erano in tour per promuovere Pet Sounds, Wilson e Parks si immergevano nella scrittura, spesso nella casa di Wilson a Beverly Hills, trasformata in un vero e proprio laboratorio creativo. Si racconta che Wilson arrivò persino a far scaricare otto camion di sabbia attorno al suo pianoforte, per poter “sentire” la spiaggia mentre componeva, cercando ispirazione in un ambiente che evocasse sia le sue radici, sia la sua nuova, più spirituale, direzione.
I testi di Parks erano un mondo a parte: criptici, onirici, ricchi di immagini surrealiste e riferimenti all’America, alla storia e alla natura. Erano poesie più che semplici strofe, e si sposavano perfettamente con le melodie complesse e stratificate di Wilson. Il progetto, inizialmente intitolato Dumb Angel, fu presto ribattezzato Smile, un titolo che evocava un senso di innocenza, gioia e, forse, una leggerezza superficiale che nascondeva profondità inaspettate.
Il processo di registrazione: una sinfonia modulare
Le sessioni di registrazione di Smile iniziarono nell’agosto del 1966 e si protrassero fino al maggio del 1967, generando oltre cinquanta ore di nastro in circa ottanta sessioni. Wilson e Parks lavoravano su frammenti musicali, che venivano poi sovrapposti e uniti in un mosaico sonoro. Questo metodo era radicalmente diverso dalle tradizionali registrazioni pop e creò un suono unico, spesso definito come “orchestral pop”, “art pop” o “psychedelic pop”.
Ogni canzone era un’esplorazione, con sezioni che potevano sembrare scollegate ma che, nelle intenzioni di Wilson, si sarebbero fuse in un’unica, grande opera. Brani come Heroes and Villains, Surf’s Up, Vega-Tables, Cabin Essence e Wonderful emersero da queste sessioni, mostrando un’innovazione melodica e armonica senza precedenti. Wilson spingeva i musicisti di sessione al limite, cercando il suono perfetto, sperimentando con effetti sonori, rumori e persino dialoghi parlati, come nel bizzarro Barnyard o Mrs. O’Leary’s Cow (alias The Elements: Fire), che si dice fosse ispirato a un incendio avvenuto a Chicago.
Le tematiche liriche spaziavano dall’America, con riferimenti alla storia e alla cultura degli Stati Uniti (Heroes and Villains, Do You Like Worms [Roll Plymouth Rock], Cabin Essence), all’innocenza e alla spiritualità (Child Is Father of the Man, Surf’s Up), alla salute e alla natura (Vega-Tables). C’era anche un inedito elemento di umorismo, lungo tutta la scaletta. Wilson, infatti, credeva potesse essere utile ad abbassare le difese dell’ego e aprire gli ascoltatori a nuove esperienze. Una sorta di tentativo lisergico di “aprire le menti”.
I conflitti e le pressioni: la spirale discendente
Nonostante la brillantezza creativa, la lavorazione di Smile fu tormentata da crescenti tensioni e problemi personali per Brian Wilson. La sua salute mentale, già fragile, subì un forte deterioramento. L’uso di droghe – in particolare LSD e marijuana – divenne più frequente, contribuendo a un’accentuazione della paranoia e dell’isolamento. Wilson era sempre più recluso, e il suo comportamento in studio era imprevedibile.
Le tensioni all’interno della band aumentarono. Mike Love, in particolare, si oppose ferocemente alla direzione artistica di Smile e alla collaborazione con Van Dyke Parks. Love, abituato ai testi più diretti e commerciali, trovava i testi di Parks troppo astratti e lontani dallo stile consolidato dei Beach Boys. Questo strappo portò ad accese discussioni e minò il morale di Wilson. L’etichetta discografica, Capitol Records, premeva per l’uscita di un nuovo album, ma Wilson era incapace di dare una forma definitiva al progetto. La complessa struttura modulare rendeva difficile anche per gli altri membri della band comprendere la sua visione finale.
La pressione esterna, le aspettative esorbitanti e i conflitti interni si sommarono ai demoni personali di Wilson, portandolo a un esaurimento nervoso. Si convinse che il progetto fosse “maledetto” e non fu più in grado di completarlo. Nel maggio del 1967, dopo mesi di lavoro intenso e sfibrante, Brian Wilson abbandonò ufficialmente Smile. Ciò nonostante, lo spettro di questo lavoro incompiuto, iniziò a perseguitarlo per quasi tutta la carriera.
Le ceneri di Smile: Smiley Smile e l’eredità
Il ritiro di Smile fu un colpo devastante per i fan e per l’industria musicale. Per non lasciare un vuoto, i Beach Boys, sotto la guida di Brian ma con un coinvolgimento ridotto, registrarono rapidamente Smiley Smile, un album molto più scarno e minimalista, che includeva versioni semplificate di alcune canzoni di Smile, come Heroes and Villains e Vegetables, insieme a nuovo materiale. Smiley Smile fu accolto con perplessità, incapace di reggere il confronto con le aspettative generate dal capolavoro incompiuto. Nonostante il suo mancato rilascio, Smile divenne subito un album leggendario, un “Santo Graal” per gli appassionati di musica. I bootleg delle session circolarono per decenni, alimentando il mito di ciò che avrebbe potuto essere. Molti brani di Smile furono, comunque, riutilizzati in album successivi dei Beach Boys, tra cui Surf’s Up (in Surf’s Up del 1971) e Cabin Essence (in 20/20 del 1969), mostrando la sua influenza duratura.
La rinascita: Brian Wilson presents Smile
Nonostante la dolorosa interruzione di Smile, il rispetto e l’affetto tra Wilson e Parks rimasero intatti. Dopo anni di silenzio creativo tra i due, la loro collaborazione rifiorì nel 1995 con l’album Orange Crate Art. Questo lavoro, un progetto più intimo e meno ambizioso dei loro sforzi precedenti, vedeva Parks scrivere tutti i testi e la maggior parte delle musiche, con Wilson che forniva le voci. L’album era un omaggio all’America rurale e ai suoi miti, offrendo un suono più acustico e riflessivo, e dimostrando che la loro intesa artistica era ancora forte.
Ad ogni modo, per quasi quattro decenni, Smile rimase un’ombra nel passato di Brian Wilson, un promemoria doloroso di un progetto fallito e di un periodo di profonda crisi personale. Ma nel 2004, contro ogni previsione, Wilson decise di riprendere in mano il suo capolavoro. Con l’aiuto di Van Dyke Parks e della sua band dal vivo, Brian Wilson registrò e pubblicò Brian Wilson Presents Smile, una versione finalmente completa e coerente della sua visione originale.
Il processo di ricostruzione fu un’impresa emotiva e complessa. Wilson e Parks si basarono sui nastri originali, sui testi e sugli appunti per assemblare l’album nella forma che Brian aveva sempre inteso. Diviso in tre “movimenti” sinfonici, Brian Wilson Presents Smile rivelò finalmente la struttura e la grandezza dell’opera. L’accoglienza fu trionfale, sia da parte della critica che del pubblico. Per Wilson fu un momento di catarsi e di redenzione, una liberazione da anni di tormento. Come lui stesso affermò dopo un’esibizione live dell’album, visibilmente commosso: «Ce l’abbiamo fatta!».
Un esempio di genio e follia
Smile rimane una delle storie più affascinanti e tragiche della musica popolare. È la testimonianza del genio musicale incommensurabile di Brian Wilson, della sua capacità di spingere i confini della composizione e della produzione, creando paesaggi sonori che erano anni luce avanti rispetto al loro tempo. Ma è anche un monito sui pericoli delle pressioni artistiche e industriali e sul tributo che la creatività può esigere da una mente sensibile. Il fatto che Smile abbia visto la luce solo molti anni dopo il suo concepimento non ne diminuisce l’impatto. Al contrario, ha cristallizzato il suo status di opera leggendaria, un capitolo essenziale nella storia della musica che continua a ispirare e ad affascinare, un ponte tra il sogno incompiuto di un giovane genio e la sua trionfale resurrezione. La genesi travagliata e la lunga gestazione di Smile sono il cuore pulsante di un album che, pur non essendo stato completato nel suo tempo, ha finalmente sorriso al mondo, rivelando la sua bellezza eterna.
Simone Bardazzi
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