Chick Corea (p), Chris McBride (p), Brian Blade (dr) – Registrato Live febbraio/marzo 2020 – Candid records – Qobuz 24/96

Il trio di Corea ha rappresentato per una ventina d’anni, nelle sue diverse declinazioni, l’altro, rispetto a quello arcifamoso di Jarrett, proponendosi in una chiave meno congestionata dalla personalità del leader, ego-centrata quella di Jarrett, più solare e auto-ironica quella di Corea.

Questo Trilogy 3 chiude, per il momento, la serie di documenti live delle performance di un sodalizio fruttuosissimo che vide impegnato il pianista di Chelsea con due ritmi della caratura di Chris McBride e di Brian Blade. E la chiude in una maniera che definiremmo gloriosa, sia per il vertice artistico raggiunto che per la modalità interpretativa messa in gioco.

Si apre con un meraviglioso Humpty Dumpty, composizione del leader, che distilla le note introducendo il tema con grazia fino all’irruzione dei metronomi viventi, che lo accompagnano swingando con un’intensità sbalorditiva. 

Windows, altro brano di Corea, è introdotto con una delle sue proverbiali escursioni armoniche, in solitudine, con dentro gli echi di quello spanish tinge a lui tanto caro. Il tema, costruito su un grazioso tempo dispari, era già contenuto nel seminale Now He Sings Now He Sobs, dove era proposto in una formula più asciutta, essenziale. Qui è invece arricchito da un lessico florido, stracolmo di inflessioni europee, e sorretto da una trama ritmica stupefacente.

In scaletta c’è anche Monk, con i suoi Ask Me now e Trinkle Tinkle, il primo graziato da una superiore capacità di estrarre dalla struttura tematica di tipo geometrico (tipica di Monk), l’essenza melodica del suo genio; il secondo rivelandosi come una dimostrazione di cosa sia lo swing allo stato germinale.

In You’d Be So Easy to Love, di Cole Porter, l’intro è affidata ai colori di Blade, in un congegnatissimo quadro dentro il quale il piano di Corea si posa con soavità.

L’omaggio a Scarlatti, Sonata in D Minor, si sostanzia in una lenta inesorabile trasformazione di un tema della tradizione barocca in una infernale macchina di swing dal groove possente.

Spanish Song, sempre di Corea, è una scrittura angolosa di difficile percorrenza. 

Infine, se si vuole partecipare a una travolgente lezione di jazz, basterà concentrarsi sulle capacità demoniache del trio di esaltare l’anima bebop di gran parte del jazz contemporaneo, con un Tempus Fugit che ci viene direttamente da uno dei sacerdoti di quello stilema, Bud Powell.

L’edizione proposta da Qobuz è ancora una volta una chiara dimostrazione dell’enorme progresso raggiunto dallo streaming in termini di ampiezza dello stage, profondità, ricchezza timbrica. Gli strumenti respirano e si dispongono in maniera coerente e netta lungo le tre dimensioni. Una menzione speciale va al dettaglio della batteria di Blade, mai invadente, sempre equilibrata. Il basso di McBride è scolpito ma insieme rotondo, il suo suono non è un taglio netto (come sarebbe tipicamente da un’ottima registrazione digitale) ma si percepisce con le sue tessiture timbriche. Il piano di Corea è musicalissimo, a volte pieno di grazia altre irruente, sempre realissimo.

La dimensione live dell’evento, infine, è esaltata da una ripresa estremamente rispettosa dello spazio ambientale.

Sandro Vero

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