Per ricordare i primi tre decenni di vita della sua etichetta, il patron della casa discografica ha voluto pubblicare un trittico di registrazioni di altissimo valore artistico e tecnico dedicate alla classica orchestrale, al jazz e al blues. Andiamo a scoprirle e a raccontare qualche curiosità che le riguarda
Velut Luna compie trent’anni di attività, un traguardo che, tenuto conto dei tempi e della crisi che coinvolge anche il mondo della musica e, parallelamente, delle case discografiche, deve soddisfare non solo lo stesso Marco Lincetto, ma anche tutti coloro che ascoltano le riproduzioni sonore in nome della qualità artistica e di quella tecnica. E per festeggiare questi tre decenni di vita, il patron veneto ha deciso di farlo attraverso tre dischi che intendono riassumere i suoi contributi nei confronti della musica classica orchestrale, del jazz e del blues. Quindi, dei sampler di assoluta eccellenza che possono dare un’idea, a chi non conosca il catalogo della Velut Luna, della filosofia di registrazione che Lincetto ha voluto dare alla sua casa discografica.
Le tre registrazioni in questione, intitolate rispettivamente Orchestra, Jazz e Blues, sono disponibili in vinili audiofili a 33 giri e in modalità “liquida” HD 88.2 kHz / 24bit (acquistabili collegandosi alla piattaforma Reference Music Store, sito web: www.referencemusicstore.it) e sono state ottenute, per ciò che riguarda Orchestra, dal master analogico da ¼” a 38 cm/sec, realizzato presso VLS Studio, Naquera (Spagna), nel maggio 2025, partendo da registrazioni digitali originali PCM wav 88,2 kHz / 24 bit realizzate in diverse località in Italia, da settembre 2000 a giugno 2016, mentre Jazz e Blues da ¼” master analogico realizzato nello studio VLS di Naquera (Spagna), partendo dalle registrazioni originali sia analogiche che digitali, queste ultime realizzate in alta risoluzione nativa, PCM wav 88.2kHz / 24bit.



Cominciamo ad esplorarle partendo proprio dall’incisione dedicata a Orchestra. Per comprendere meglio la filosofia non solo tecnica, ma anche quella artistica perseguita da Marco Lincetto per il genere della cosiddetta musica classica, lascio a lui la parola, trascrivendo quanto ha voluto riportare, in un preciso passaggio, nelle note di accompagnamento a questa registrazione: «Una volta un celebre negoziante specializzato nella vendita dei dischi mi disse che lui deve sapere subito e senza esitazioni a che genere appartiene ogni disco che vende, perché banalmente deve sapere su che scaffale metterlo… perché il pubblico deve sapere cosa sta comprando. Non è un caso se ho sottolineato il verbo “deve”; e perdonatemi se scatta inevitabile la mia azione di pensiero critico, ma… perché “deve” sapere? Perché forse la facoltà di pensare con la propria testa, di creare autonomamente le categorie della conoscenza è ormai diventato un atto troppo rivoluzionario per una società occidentale moderna ormai schiava delle regole del controllo a tutti i costi, dell’indirizzamento moralistico dell’essere umano da parte di un potere vessatorio e sempre più teso al dominio dei sudditi, piuttosto che al servizio dei cittadini. E in questo contesto ecco che non si può lasciare nulla al caso, meno che meno la capacità di pensare in autonomia nell’ambito di contenuti “pericolosamente” culturali, come è appunto anche la Musica. La definizione “musica classica” è stata quindi associata a tutta una serie di stilemi convenzionali, tipicamente referentisi alla musica del passato che ci è stata tramandata come “classica” dai soliti dotti e sapienti del tempio. Ma in realtà, ad esempio e dal mio punto di vista, “classica” si può intendere quella musica che trae ispirazione, che non dimentica, da quelle pagine composte nel corso della storia dell’Umanità che hanno in sé il senso dell’assoluto, ovvero rientrano in categorie assolute di valore e bellezza, che sanno trascendere e superare il corso del tempo. Ecco, quindi, che il percorso di questo disco vuole proporre un vero e proprio concept riassuntivo di questi concetti appena espressi».
Parole che, da parte mia, non posso che condividere pienamente e totalmente. Seguendo la tracklist del vinile, nel lato A Lincetto ha voluto inserire tracce relative a pagine oltremodo famose del repertorio orchestrale, vale a dire l’Ouverture da Le Nozze di Figaro di Mozart, in una ripresa live de I Solisti dell’Olimpico diretti da Giovanni Battista Rigon, effettuata al Teatro Olimpico di Vicenza nel giugno del 2016, il frizzante Saltarello dalla Sinfonia n. 4 “Italiana” in la maggiore, op. 90 di Mendelssohn-Bartholdy, registrata nell’Auditorium Pollini di Padova nell’agosto del 2000 con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Giancarlo Andretta, la celeberrima Sinfonia in do maggiore detta “dei giocattoli” di Leopold Mozart, in un live, sempre con I Solisti dell’Olimpico sotto la direzione di Giovanni Battista Rigon, fissato al Teatro Olimpico vicentino nel giugno 2004, lo struggente Intermezzo da Cavalleria Rusticana di Mascagni, con l’Orchestra Cesare Pollini del Conservatorio di Padova diretta da Giuliano Medeossi, in una registrazione fatta all’Auditorium Pollini Padovano nel maggio del 2015, e concludendo con il possente Hallelujah dal Messiah, HW 56 di Händel, in una ripresa dal vivo fatta nel dicembre 2009 nella Basilica di San Felice a Vicenza con la Schola S. Rocco & Archicembalo Ensemble sotto la bacchetta di Francesco Erle.
Al contrario, il lato B presenta una selezione di composizioni musicali che appartengono al Novecento, quasi esclusivamente di matrice italiana, assai poco conosciute dal grande pubblico. Si comincia con una pagina di Adriano Lincetto, il padre di Marco, l’Allegro con spirito dalla Suite per Paer, eseguito da I Solisti di Venezia, con Giovanni Guglielmo direttore e primo violino, e registrato nella Sala della Biblioteca dell’Abbazia di Carceri d’Este nell’aprile 2004. Segue poi il Rondò dal Concerto per violoncello, archi e pianoforte del compositore padovano Silvio Omizzolo, che il patron della Velut Luna ha saputo far riscoprire grazie ai dischi da lui registrati, con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Fabio Framba, e che vede Damiano Scarpa al violoncello e Pierluigi Piran al pianoforte, fissato all’Auditorium Pollini nel settembre 2009. Anche l’unica pagina di musica straniera, francese per la precisione, è assai interessante e particolare, ossia la Danse profane pour harpe chromatique avec accompagnement d’orchestre à cordes di Debussy, con Davide Burani all’arpa, accompagnato dall’Orchestra da Camera di Ravenna sotto la direzione di Paolo Mainetti, in una registrazione fissata al Teatro Incontro di Formigine, in provincia di Modena, nel dicembre 2012. Da ultimo, un cammeo a dir poco straordinario, il Moto Velocetto Perpetuo del grande e compianto Giorgio Gaslini, con il quale Lincetto ha avuto un profondo rapporto professionale e d’amicizia, in una ripresa dal vivo risalente al febbraio 2007, con lo stesso autore dirigere l’Orchestra del Teatro Marrucino di Chieti.
A proposito del legame che c’è stato tra Marco Lincetto e Giorgio Gaslini, non deve quindi stupire il fatto che il patron della Velut Luna abbia voluto dedicare il disco del 30° anniversario consacrato al jazz proprio al grande musicista milanese. Anche in questo caso, Lincetto ha voluto spiegare i motivi della scelta che hanno dato vita a questa raccolta sonora, frutto delle sue registrazioni dedicate a questo genere musicale, evidenziando come una tale operazione rappresenti non solo un motivo di orgoglio, ma soprattutto la sofferenza nel dover escludere autori, interpreti e brani che non lo avrebbero di certo meritato. Ecco che cosa ha scritto, a tale proposito, nelle note di accompagnamento a questa incisione: «È sempre difficile realizzare una raccolta di brani musicali, pur essi appartenendo al medesimo genere; e lo è ancora di più se a doverlo fare è colui che li ha voluti, li ha prodotti, li ha registrati: ovvero qualcuno che alla fine si considera diviso fra il ruolo di “papà” e di “co-autore”, in questo caso io stesso che sto scrivendo queste brevi note. La difficoltà sta nello scegliere brani che abbiano un senso uno dopo l’altro, ma anche nel dover escludere, per fisica mancanza di spazio, tantissimi altri non meno belli, non meno interessanti. Anche nella consapevolezza di dove tralasciare con lo strazio nel cuore tanti musicisti meravigliosi a cui mi sento sempre legato da un laccio indissolubile per la comune passione che ci ha unito nell’amare la musica che proponiamo. È dunque per questo che ogni raccolta che io realizzo ha implicitamente, a fianco del titolo, quella definizione fondamentale che non può che essere “Volume 1”, nella convinzione che presto o tardi altri volumi seguiranno, perché veramente mi è impossibile stilare una classifica di merito fra i tantissimi brani, tutti quanti, che ho prodotto in 30 anni di carriera. E qui viene dunque la nota fondamentale di cui mi sono reso conto soprattutto negli ultimissimi anni, ovvero che TUTTE le mie produzioni, per me, sono assolutamente equipollenti: stanno tutte sullo stesso piano. Perché io ho sempre fatto una incredibile selezione PRIMA di andare in produzione e, una volta iniziato il viaggio con i musicisti prescelti, è sempre stato chiaro che il lavoro non sarebbe che potuto diventare una perla di una lunghissima collana che oggi ne conta complessivamente trecentottant’otto. Il Jazz secondo me, ovvero secondo Velut Luna, ha sempre significato ricerca e tradizione, calore e umanità, immediatezza e simbolo dell’inafferrabile “Hic et Nunc” del momento delle registrazioni, che sono tutte state realizzate in presa diretta, senza tagli di editing, spesso mixate direttamente su master stereofonico».
Dunque, dobbiamo considerare con grande attenzione, e anche partecipazione emotiva, la scelta che Lincetto ha fatto in Jazz, selezionando nove brani, distribuiti nel vinile con cinque nel lato A e i restanti quattro nel lato B, offrendo all’ascolto degli appassionati interpreti e brani a dir poco “di razza”. A cominciare dal primo pezzo, quell’All Of Me, scritto nel 1931 da Gerald Marks e Seymour Simons, portato al successo da artisti quali Billie Holiday, Louis Armstrong, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Django Reinhardt ed Ella Fitzgerald, e che in questa registrazione, effettuata nel giugno del 2003, vede la partecipazione della Royal Big Band, con Fabrizio Bosso alla tromba e Gianni Basso al sax tenore. Il secondo brano scelto rappresenta un perfetto mix di ciò che una grande voce riesce a fare con l’accompagnamento di due strumenti; in questo caso si tratta di una canzone, The Nearness Of You, composta da Hoagy Carmichael e con il testo di Ned Washington, portata al successo dall’orchestra di Glenn Miller e dalla voce di Ray Eberle. Qui, la voce, inconfondibile e da brividi, è quella di Lucia Minetti, accarezzata dalla chitarra di Pietro Ballestrero e dal contrabbasso di Stefano Profeta, in una registrazione fissata nel settembre 2017.
Anche le musiche per i film possono essere codificate attraverso il linguaggio del jazz, basta avere a disposizione una canzone con tutti i crismi e degli interpreti all’altezza, capaci di trasformarla in un momento sonoro irripetibile. Ed è proprio quanto avviene con una canzone di Nicola Piovani, Le mamme ci asciugavano i capelli, composta per la colonna sonora del film Palombella rossa di Nanni Moretti, che l’ensemble SaxFourSan e il flicorno di Paolo Fresu hanno registrato nel maggio 2002, sviscerando un sound accattivante e graffiante. Lo stesso discorso vale per il musical, qui rappresentato da un classico del genere, ossia The Lady Is A Tramp, tratta dal musical Babes in Arms di Richard Rodgers e Lorenz Hart del 1937, una canzone che ha rappresentato un “cavallo di battaglia” per divi come Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Shirley Bassey e che nel side jazzistico in questo disco viene magistralmente resa da un trio, con Paolo Birro al pianoforte, Sandro Gibellini alla chitarra e Mauro Negri al sax tenore, che Lincetto ha registrato nel marzo del 1997. A concludere il lato A, un brano che vuole essere un tributo per il grande Leon Bix Beiderbecke, tratto dall’album Bix che la Tiger Dixie Band ha registrato nel marzo 2003, esattamente Minor Bounce, arrangiato dal pianista Stefano Caniato, e che vede la presenza alla tromba di Markus Stockhausen, figlio di uno dei maggiori compositori della seconda metà del Novecento, Karl-Heinz Stockhausen.
Il lato B si apre nel nome di Giorgio Gaslini e del suo pianoforte, fissati in live nel marzo 2003 nel brano Alabama Blues, che rappresenta un’ennesima esternazione creativa del grande musicista milanese sul tema immaginifico, geografico, emotivo, sensoriale trasmesso dal concetto di Alabama. Un ritorno a un jazz in un certo senso più “classico” viene poi offerto dal brano Tanghesi, confezionato da Gianni Coscia, con il medesimo artista alla fisarmonica e accompagnato da Gianluigi Trovesi al clarinetto basso, Stefano Bertoli alle percussioni e dalla sempre affascinante voce di Lucia Minetti. Il pezzo successivo sta molto a cuore di Marco Lincetto, non solo per il particolare accostamento strumentale, ossia chitarra, clarinetto e quartetto per archi, ma anche per il risultato tecnico della presa del suono, effettuata nell’aprile del 2012 nello studio Velut Luna di Preganziol con pochi e mirati microfoni. Si tratta di Vos, scritto da Pietro Ballestrero, che si dipana con la sua chitarra, con il magico clarinetto di Gabriele Mirabassi e con il PB Strings Ensemble. Infine, ancora Giorgio Gaslini al pianoforte preparato, ossia posizionando dei fogli di carta fra i martelletti e le corde dello strumento, in un iconico finale dato dal brano Millacamilla, che vede la presenza anche della voce di Tiziana Ghiglioni, fissato nell’aprile del 2000.
L’ultimo tributo dedicato al trentesimo anniversario della Velut Luna Marco Lincetto ha voluto consacrarlo al Blues, un disco che prende le mosse anche da un’esperienza diretta fatta dal patron dell’etichetta discografica in America nell’estate del 2009, quando in compagnia di altri amici decise di recarsi a Clarcksdale, sul delta del Mississippi, considerata la capitale morale del Blues. La loro meta era precisa: visitare, arrivando nella John Lee Hooker Lane, al Delta Blues Museum, il tempio del Blues. Ecco come Lincetto, nelle note di accompagnamento al disco, ricorda quell’esperienza: «Una palazzina di mattoni rossi, bassa, discretamente manutenuta, costruita a fianco di una vecchia linea ferroviaria abbandonata, con i binari arrugginiti, e con una tettoia con sotto la scritta “Delta Blues Museum”, pure lei arrugginita. […] Nessuno. Solo noi. L’esposizione era tutta articolata all’interno di un percorso dentro a un unico grande salone, dal soffitto non così alto come ti aspetteresti. E quello che era esposto erano memorabilia comuni: qualche strumento “appartenuto a”, qualche ninnolo, tantissime fotografie, storiche e non, molto belle, devo dire. E poco altro. […] A un certo punto, sento il suono cadenzato di una batteria, tipo qualcuno che sta provando qualche passaggio. Viene dalla zona dell’ingresso, ma lontano, dal basso, forse da qualche oscura cantina. Non scoprirò mai chi e dove era. A quel punto però mi accorgo di un vecchio, ma proprio vecchio, afroamericano, seduto dietro al banco di quello che sembra un bar; sta leggendo, distrattamente, un giornale sgualcito, mentre assapora una mefitica sigaretta, dall’odore, il puzzo, decisamente forte per uno come me, che non fuma. Mi viene immediato e naturale, dal profondo, la voglia, la necessità, di fargli una domanda, che mi ronza dentro da tanti anni, relativa a una delle più famose leggende del blues, che racconta di come un bel giorno alla fine degli anni ’20 del ‘900, Robert Johnson, che era un povero raccoglitore di cotone senza arte né parte, nella campagna vicino a Clarcksdale incontrò il Diavolo – sì, proprio quello lì – che gli propose un patto: lui, il Diavolo, gli avrebbe garantito il successo in cambio della sua anima. E Johnson accettò. E il resto della storia è noto. Beh, ecco allora che mi viene la domanda e aprendo bocca con fare incerto, chiedo al vecchio: “Mi sai dire dov’è il Crocicchio del Diavolo e di Robert Johnson?”. Il vecchio non batte ciglio… ma lo alza, impercettibilmente, mentre contemporaneamente abbassa il giornale, squadrandomi, in silenzio. Un silenzio durato qualche eterno secondo, in cui in realtà il tempo si era fermato. Poi, socchiudendo le labbra bagnate dal sudore e arse dal fumo, mi disse: “Ehi guy… It’s Everywhere…!”. E in quel momento, per la prima volta nella mia vita, compresi cosa significava la parola “Blues”».
Credo che lo spirito che anima le otto tracce che compongono Blues rappresenti l’incarnazione di questo aneddoto vissuto e riportato da Marco Lincetto, un viaggio simbolico, a 360 gradi di ciò che incarna questo genere musicale, nelle sue sfaccettature e nelle sue esplorazioni sonore. Così, l’avvio dell’album, con il brano So Long, fissato nel marzo 2008 e frutto del pianista e organista Fabio Ranghiero e del chitarrista e cantante Flamiano Mazzaron, con la presenza dell’ensemble Four Fried Fish & Flyin’ Horns, si parte proprio dai profumi e dall’umidità di quel delta del Mississippi dove tutto ha avuto inizio. Poi, inizia l’esplorazione e l’adesione del blues contaminato con altri generi, come il folk rock di Jim Croce e la sua canzone Five Short Minutes, tratta dal suo quinto e ultimo disco, I Got a Name, prima che un tragico incidente aereo, avvenuto nel 1973, lo strappasse alla vita a soli trent’anni e che qui è riproposto ancora dal Four Fried Fish e dalla voce di Barbara Belloni in una registrazione che risale al luglio del 2012.
La terza traccia è un tributo, risalente all’ottobre 2000, che la Tiger Dixie Band ha voluto dedicare a un brano in cui il blues sposa meravigliosamente il jazz eroico degli anni Venti, quel Tin Roof Blues, frutto della collaborazione di Paul Mares, Ben Pollack, Mel Stitzel, George Brunies e Leon Roppolo, membri del leggendario New Orleans Rhythm Kings, che lo scrissero nel 1923. E, tanto per restare nel culto delle band e delle orchestre, come non poter ricordare anche il Duca, ossia Duke Ellington? Ecco, allora, che la voce di Cristina Sartori, accompagnata dal contrabbasso di Stefano Lionello, in una presa del suono dell’ottobre 2005, propone una versione “intimista” di I Ain’t Got Nothin’ But The Blues, canzone che Ellington compose nel 1937.
Il lato B si apre ancora con il Four Fried Fish che, nel marzo 2008, ha proposto un altro immancabile classico come Rollin’ Stone, brano composto da Muddy Waters, pseudonimo di McKinley Morganfield, considerato il “padre del blues di Chicago”. Non manca poi il blues bianco, rappresentato da Freedom, brano tratto dall’album Tiger Walk di Robben Ford, che con le sue Fender fa ciò che vuole, e che è stata riproposta in una registrazione del marzo 2018 dalla chitarra di Michele Giacomazzi, dal basso elettrico di Francesco Giacomelli e dalla batteria di Diego Vergari. Che il sound dei Beatles sia stato influenzato anche da venature blues è a dir poco pacifico e per ricordarcelo Lincetto ha voluto inserire un loro classico quale Come Together, capolavoro firmato dalla premiata ditta John Lennon & Paul McCartney, nella riproposizione squisitamente blues fatta da Yasmina and Bad Songs e fissata nel gennaio 2010.
Ora, se ho voluto inserire la testimonianza di Lincetto sulla leggenda dell’incontro tra il diavolo e Robert Johnson è anche per il fatto che il patron della Velut Luna non poteva non dare fine a questo viaggio nel mondo del blues senza un brano del celebre chitarrista di Hazlehurst, morto tragicamente e misteriosamente nel 1938, a soli ventisette anni. Così, per ricordarlo, Lincetto ha voluto dargli voce attraverso uno dei suoi pezzi più celebri, quelli che hanno segnato in modo indelebile questo genere musicale, la mitica Cross Road Blues, in una registrazione del luglio 2023 fatta dalla voce e dalla chitarra di Max Prandi e dalla chitarra di Enrico Merlin.
Andrea Bedetti
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