Due recenti pubblicazioni della Brilliant Classics e della Dynamic hanno arricchito la già nutrita discografia di questi due capolavori del musicista boemo, la prima con l’incisione risalente al 1985 fatta da Hans Vonk alla testa della Residentie Orkest The Hague e la seconda, assai interessante, con l’Ensemble C@n’t tell it diretto da Andrea Capellari, che hanno proposto la trascrizione per orchestra da camera effettuata da Erwin Stein nel 1921.
Due recenti dischi vanno ad arricchire il nutritissimo catalogo delle incisioni dedicate alle sinfonie di Gustav Mahler. Si tratta di un CD della Brilliant Classics che presenta una registrazione effettuata nel 1985 con Hans Vonk che dirige la Sinfonia n. 2 Resurrezione, alla testa della Residentie Orkest The Hague e de The Dutch Theatre Chor e con la partecipazione del soprano Maria Orán Cury e del contralto Jard van Nes, e di un altro CD della Dynamic con la versione per orchestra da camera, effettuata da Erwin Stein nel 1921, della Sinfonia n. 4 con la direzione di Andrea Cappellari e dell’Ensemble C@n’t tell it.
Partiamo da quel capolavoro assoluto che è la Sinfonia n. 2, composta dal sommo compositore boemo tra il 1888 e il 1894. Il primo tempo che Mahler scrisse fu proprio l’Allegro moderato iniziale, denominato Totenfeier, ossia “Esequie”. Quando il compositore boemo sottopose la partitura al grande pianista e direttore Hans von Bülow, tenuto in somma considerazione da Mahler, il suo giudizio fu nettamente negativo, al punto che il compositore decise di accantonare la stesura della sinfonia per riprenderla solo nel 1893, con l’aggiunta dei tre tempi successivi. Dapprima, l’autore si basò su un suo Lied di qualche anno prima, Des Antonius von Padua Fischpredigt, “La predica ai pesci di Sant’Antonio da Padova”, per elaborare un vasto Scherzo. Poi, si concentrò sugli abbozzi risalenti al 1888 per comporre un tempo lento, Andante moderato, che sarebbe stato il secondo della sinfonia. In seguito, dalla famosa antologia di poesia popolare Des Knaben Wunderhorn (“Il corno magico del fanciullo”), stilata e raccolta da Achim von Arnim e Clemens Brentano, trasse il Lied alla base dello Scherzo, così come anche il testo per il Lied Urlicht (“Luce primordiale”), che divenne il quarto tempo.
A quel punto, rimase da risolvere il problema del finale. Lo spunto avvenne proprio nel 1894, quando morì Hans von Bülow, una scomparsa che colpì profondamente Mahler e che, allo stesso tempo, lo spronò a compiere un passo che sarebbe stato a dir poco audace, vale a dire confrontarsi con la Sinfonia Corale di Beethoven, aggiungendo all’ultimo tempo la presenza del coro, una scelta che, prima del compositore boemo, solo Mendelssohn aveva osato replicare con la Sinfonia Lobgesang. Fu lo stesso Mahler a raccontare qualche anno più tardi che cosa accadde: «In quel periodo Bülow morì e io fui presente ad Amburgo alle sue esequie. Lo stato d’animo che dominava in me mentre me ne stavo là seduto pensando allo scomparso, corrispondeva proprio allo spirito dell’opera che era allora in gestazione. Ecco, il coro intona dall’organo il Corale di Klopstock: «Aufersteh’n!» (“Risorgere!”). Ne fui colpito come un lampo, e tutto appariva al mio spirito in assoluta chiarezza e limpidità!». Fu dunque chiaro a Mahler che la sua seconda sinfonia avrebbe dovuto essere il simbolo di un sentiero che dalle “esequie”, rappresentate dal primo tempo Totenfeier, avrebbe portato fino alla “Resurrezione”, espressa dal testo corale del testo di Klopstock; il tutto sviluppato attraverso la dilatazione temporale data dai tre tempi intermedi, che includeva il bisogno di “ritornare a Dio” manifestato dal Lied contenuto ne Des Knaben Wunderhorn di Arnim & Brentano.
Ovviamente, un simile capolavoro che arriva a superare gli ottanta minuti di durata vanta nella sua discografia registrazioni che rappresentano punti di riferimento ineludibili, a cominciare dalla versione di Bruno Walter con la New York Philharmonic (Sony), proseguendo con quella visionaria di Otto Klemperer alla testa della Philharmonia Orchestra (EMI) e con quella di John Barbirolli con la Stuttgart Radio Symphony Orchestra (IMG). Per ciò che riguarda la registrazione effettuata all’epoca da Hans Vonk, scomparso nel 2004, e ripresentata ora dalla Brilliant Classics, bisogna ricordare che c’è sempre stata una forte empatia da parte della tradizione direttoriale e di quella orchestrale olandesi nei confronti del corpus sinfonico mahleriano. Una tradizione che è iniziata con il leggendario Mengelberg con le sue esecuzioni alla testa della favolosa Concertgebouw di Amsterdam, e proseguita poi anche dalle compagini orchestrali di Rotterdam e dell’Aia. Per ciò che riguarda quest’ultima, Hans Vonk, nato ad Amsterdam, è stato il direttore principale tra il 1980 e il 1991. Però, in questo caso, la lettura fatta dal direttore olandese nella registrazione in questione è alquanto controversa, nel senso che il primo tempo è carente di fantasia, così come nel terzo, che manca dell’elemento fondamentale, ossia il pathos, mentre nel secondo tempo riesce a dipanare abbastanza bene il materiale sonoro, come nel fondamentale e lunghissimo Finale, anche se non riesce a far esprimere alla compagine dell’Aia quell’indispensabile “elettricità” che deve pulsare dalla prima all’ultima nota. Certo, in ciò non aiuta la presa del suono (questa registrazione, originariamente, fu effettuata su vinile come incisione “privata” dell’orchestra), in quanto la dinamica è spaventosamente piatta, senza energia, e in più la ricostruzione della compagine olandese, per ciò che riguarda il palcoscenico sonoro, è fatta con una profondità a dir poco esagerata, che la confina in fondo con un dettaglio drammaticamente approssimativo.
Se dobbiamo dare credito a quanto scrisse Bruno Walter allo stesso Mahler, schematizzando l’intera produzione sinfonica del compositore boemo, allora la Sinfonia n. 4 va a chiudere idealmente la prima fase del corpus sinfonico in questione, quello in cui vengono cantati «i problemi eterni, ricorrendo in parte alla parola espressa, in parte influenzato dalla parola inespressa (ma diventata musica pura)». In effetti, questa sinfonia occupa un posto particolare nella produzione sinfonica mahleriana in quanto se da una parte scrive la parola fine sul cosiddetto ciclo delle Wunderhorn-Symphonien, chiudendo, in definitiva, la prima fase del suo sinfonismo, dall’altra indubbiamente inaugura un nuovo stile, votato essenzialmente al rigore contrappuntistico e meno esposto a dimensioni monumentali (almeno fino alla Settima sinfonia compresa). Composta nelle estati del 1899 e 1900, la Quarta sinfonia in realtà vanta un periodo di gestazione assai più lungo, visto che il celebre finale, incentrato sul Lied Das himmlische Leben, è del 1892, mentre il piano iniziale dell’opera risale al tempo della Sinfonia n. 3. Inoltre, dobbiamo ricordare quanto sia importante in questa Quarta la componente umoristica, come ebbe modo di sottolineare lo stesso Mahler in una lettera indirizzata all’amica Natalie Bauer-Lechner, sebbene vada a toccare temi e argomenti così squisitamente spirituali esposti nel Lied dalla voce pura di un bambino morto prematuramente di fame e che descrive con la sua innocenza e la sua ingenuità le bellezze della vita celestiale.
Quello della Quarta sinfonia, quindi, è un meccanismo che coniuga un sapore umoristico sul quale si dipana una dimensione ultraterrena, ma il cui risultato non può essere definito di certo come un’“eresia” etica e sonora, poiché la struggente leggerezza melodica che attinge da uno straordinario rigore armonico fa sì che l’humour non sia mai controproducente alla visione globale dell’opera, votata, per così dire, a una “metafisica vista dalla parte dell’infanzia”.
Dunque, il motivo d’interesse dato dall’altra registrazione presa in oggetto, quella in cui l’Ensemble C@n’t tell it, diretto da Andrea Capellari, esegue la Sinfonia n. 4 nella versione trascritta da Edwin Stein per orchestra da camera sta nel comprendere come le sonorità ricche e complesse di questo capolavoro, con tutto il carico rappresentato dal côté umoristico e dall’innocenza sprigionati dalla purezza del costrutto mahleriano, siano state efficacemente “liofilizzate” in una trascrizione tesa a essenzializzarne le linee guida mediante un organico assai ristretto e particolare formato da soprano, flauto, oboe, corno inglese, clarinetto, due violini, viola, violoncello, contrabasso, pianoforte, harmonium (o fisarmonica) e percussioni.
Erwin Stein, nato a Vienna nel 1885, è stato uno dei rappresentanti più importanti della musica espressa dalla cosiddetta Seconda Scuola di Vienna. Dopo aver studiato musicologia all’Università della capitale austriaca, fu allievo privato di Arnold Schönberg tra il 1906 e il 1910, divenendone uno dei principali collaboratori per diffondere i principi della musica dodecafonica. Non per nulla, nel 1924 lo stesso Schönberg gli affidò il delicato e fondamentale compito di scrivere un primo articolo-saggio, intitolato Neue Formprinzipien (“Nuovi principi formali”) destinato a far comprendere meglio ciò che stava per essere esplicitamente formulato dalla tecnica compositiva dodecafonica. Tre anni prima, però, Stein, accogliendo le istanze del suo maestro, votate a un’attenta opera di trascrizione di musiche di altri autori da far rappresentare in vere e proprie esecuzioni private (rientranti nel progetto denominato Verein für musikalische Privataufführungen), portata avanti in nome non solo di una maggiore diffusione delle medesime, ma anche per scopi eminentemente didattici e compositivi, decise di trascrivere per orchestra da camera proprio la Sinfonia n. 4 di Gustav Mahler, uno degli autori maggiormente amati e ammirati da Schönberg. Ascoltando questa riduzione, non si può non ammirare l’indubbia abilità del musicista e didatta viennese, che morì a Londra nel 1958, dopo essere scappato dal suo Paese all’indomani dell’Anschluß nel 1938, non solo nel restare fedele ai dettami stilistici della composizione, ma soprattutto nell’aver saputo evidenziare quella ricchezza timbrica e quella sapiente costruzione armonica che non si riescono a cogliere d’acchito con l’apporto di una grande orchestra.
Una capacità e una duttilità che sono state pienamente restituite ed esaltate nella registrazione della Dynamic dall’Ensemble C@n’t tell it e dalla direzione efficace e precisa di Andrea Capellari (senza dimenticare il prezioso contributo del soprano Lala Marelli nel Lied dell’ultimo tempo). Oltre a ciò, la ricchezza timbrica e la capacità di riempire gli spazi sonori, quindi andando oltre la sola funzione di restituire l’idea di un suono “mancante”, rendono l’ascolto di questa registrazione appagante e anche dichiaratamente didattico, com’era appunto nelle intenzioni di Schönberg e di Stein, vale a dire uno strumento indispensabile per comprendere la reale portata artistica e storica di questa sinfonia mahleriana. Anche la cattura del suono, effettuata da Francesco Parolo, è stata altrettanto efficace, dotata di un’ottima dinamica in grado di delineare la timbrica dei vari strumenti in modo che la loro ricostruzione, nell’ambito del palcoscenico sonoro, fosse credibile e con la dovuta distanza tra gli stessi. Ciò vale anche per l’equilibrio tonale, sempre distinto e mai sovraesposto nei registri, e nel dettaglio, piacevolmente arricchito da molto nero, tale da aumentarne la matericità.
Andrea Bedetti

Gustav Mahler – Symphony No. 2 “Resurrection”
Maria Orán Cury (soprano) – Jard van Nes (contralto) – Residentie Orkest The Hague – The Dutch Theatre Chor – Hans Vonk (direzione)
CD Brilliant Classics 97390
Giudizio artistico 3,5/5
Giudizio tecnico 3/5

Gustav Mahler – Symphony No. 4 in G major (arranged for Chamber Ensemble by Erwin Stein)
Ensemble C@n’t tell it – Andrea Cappellari (direzione)
CD Dynamic CDS8043
Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5
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