Michelangelo Canonico è il patron di questa label stanziata a Londra, che confeziona prese del suono di assoluto rigore e di notevole naturalezza. Lo abbiamo intervistato per comprendere meglio la sua “filosofia del suono” basata sull’interazione tra sfera analogica e quella digitale
Michelangelo, com’è nata la sua passione per la musica e nel volerla registrare? Quali sono stati quei passaggi che da appassionato l’hanno portata ad essere un professionista del settore?
La mia passione per la registrazione nasce molto prima di qualsiasi idea di carriera. Da bambino ero letteralmente attratto dai registratori audio. Mio padre aveva un piccolo Sanyo con il suo microfono esterno ed io passavo ore a registrare le trasmissioni televisive. Senza saperlo, stavo già facendo esperienza diretta con concetti come effetto prossimità, saturazione e distorsione. Era gioco, ma era già ascolto consapevole. In seguito, sempre mio padre acquistò, quasi per caso, un impianto stereo a componenti separati: un giradischi Pioneer PL-112D, amplificazione e diffusori RCF. Quello fu un momento chiave, perché per la prima volta capii che la musica non era solo contenuto, ma spazio, materia, presenza. Poco dopo ricevetti in regalo un numero della rivista Suono: lì si aprì definitivamente un mondo, e non mi sono più fermato. Ho attraversato tutte le tappe “naturali”: registratori a cassette, VHS Hi-Fi, bobine Teac. Ma l’oggetto che più mi affascinava restava sempre il registratore, non il mixer o l’effetto speciale. Sognavo già allora di registrare concerti dal vivo e di creare documenti sonori unici, da ascoltare a casa con la massima fedeltà possibile. Le prime esperienze professionali arrivarono quasi spontaneamente: tecnico di palco, fonico in studio, fino ad aprire il mio primo studio a ventitré anni, inizialmente per il mio gruppo musicale e per piccoli clienti. Guardandolo oggi, tutto era già lì: la curiosità tecnica, l’attenzione all’ascolto e il desiderio di catturare qualcosa di reale e irripetibile.
Un italiano a Londra. La scelta operativa della capitale inglese ha precisi motivi professionali e logistici oppure è stata semplicemente fortuita?
Londra non è stata una scelta tattica, ma una scelta di esperienza. Sentivo il bisogno di uscire da un contesto familiare per mettere in discussione le mie convinzioni, non solo musicali. Londra mi ha offerto questo: un ambiente in cui la contaminazione tra discipline è naturale. Qui ho potuto sviluppare, accanto alla musica, un percorso nel coaching e nello sviluppo umano, che ha avuto un impatto profondo anche sul mio modo di registrare. Il coaching mi ha insegnato ad ascoltare meglio, a sospendere il giudizio, a osservare i sistemi invece dei singoli elementi. Questo ha cambiato radicalmente la mia relazione con il suono. Inoltre, Londra è una città dove la collaborazione è parte della cultura professionale. Questo mi ha permesso di affinare le tecniche, ma soprattutto di confrontarmi con una mentalità aperta, sperimentale, non dogmatica. Direct Sound Records nasce anche da questa visione: la registrazione come atto relazionale, non come procedura industriale.
Leggendo le note esplicative presenti sul sito web della Direct Sound Records si evince che la sua filosofia di cattura del suono si basa su un mix di analogico e di digitale. Può spiegare meglio come “alchemicamente” riesce a ottenere questo mix che, in apparenza, può sembrare contraddittorio? Credo che abbia voluto sintetizzare questo concetto attraverso l’immagine che apre il sito web, con un astronauta, con tanto di casco, che suona al pianoforte!
Non lo è, se si smette di pensare in termini ideologici. Sono sempre stato un appassionato di tecnologia, ma parallelamente di psicoacustica e neuroscienze. Questo mi ha portato a sviluppare una mentalità aperta: registrare non è applicare uno standard, ma interpretare una realtà. L’analogico ha una corrispondenza molto profonda con il nostro modo elementare di vivere le emozioni: continuità, saturazione naturale, comportamento armonico. Il digitale, quando usato bene, offre risultati straordinari in termini di precisione, silenzio e stabilità temporale. Non sono rivali, sono linguaggi diversi. Uso spesso un paragone automobilistico: guidare una Ferrari 308 a carburatori o una BMW M3 moderna sono esperienze completamente diverse, ma entrambe autentiche. Nel mio lavoro, ad esempio, la preamplificazione e la gestione delle dinamiche le affido quasi sempre a circuitazioni valvolari – non a caso molti apparati in studio sono Manley – perché lì l’analogico eccelle. La registrazione su nastro, invece, è spesso impraticabile: lavoro in ambienti naturali come chiese, ville, sale da concerto, e portare grandi registratori a bobine è logisticamente limitante, oltre a vincolare il formato allo stereo. Qui entra in gioco il digitale: per i concerti preferisco il DSD, per produzioni più complesse il PCM quando necessario. Il mastering avviene sempre in entrambi i formati. Non perché uno sia “migliore”, ma perché offrono interpretazioni percettive diverse della stessa realtà. Ed è il cliente, l’ascoltatore consapevole, a scegliere quella che risuona di più.
Finora ha realizzato due registrazioni, la prima dedicata a pagine classiche per pianoforte a quattro mani eseguite dal duo Loretta Proietti & Alessandra Felice, mentre la seconda riguarda brani di Astor Piazzolla ed Ennio Morricone nella trascrizione per flauto (Marco Ferraguto) e chitarra (Salvatore Fortunato), di cui alcune tracce formano il nostro disco accluso a questo numero di GBM. Come si è arrivate ad esse e come si è realizzato il rapporto con gli artisti?
Atmosfere è stato il primo disco di Direct Sound Records. L’idea era semplice e radicale: registrare due musicisti straordinari in un ambiente che desse dignità a ogni minimo dettaglio sonoro. Il rapporto con gli artisti è nato spiegando chiaramente il progetto: non produrre musica per il mercato, ma documentare un evento sonoro nella sua interezza, destinato a un pubblico di appassionati di alta fedeltà. Da qui la scelta di registrare in DSD in una chiesa e di masterizzare lo stesso materiale per vinile, nastro e digitale: tre interpretazioni, tre sfumature della stessa performance. Non alternative, ma complementari. Loretta Proietti e Alessandra Felice le ho conosciute proprio durante Atmosfere. Sono state loro a propormi una nuova registrazione in una splendida villa ad Arcinazzo. Da lì è nato, a mio avviso, un altro piccolo capolavoro: una performance unica, irripetibile, ora fissata nel tempo e riascoltabile in alta fedeltà.
Scaricando i file in DSD di queste due registrazioni, mi sono reso conto che il loro “peso” era a dir poco ragguardevole, nel senso che complessivamente arrivano a dieci giga. Mentre il download andava avanti, ho riflettuto sul fatto che stiamo arrivando a dimensioni a dir poco “elefantiache”, con tutto ciò che può comportare a livello di capienza di memoria e prestazioni hardware richieste a un appassionato. Da analogista craché, come direbbero i francesi, quale sono e conscio del fatto che andando avanti il peso di queste tracce audio sarà destinato ulteriormente ad aumentare, le chiedo se tutto ciò abbia un senso e che cosa resta della Musica in sé…
È vero, il DSD genera file molto grandi. Ma se guardiamo agli standard reali, esiste un limite oltre il quale non si va, anche se qualcuno ama spingersi in oversampling estremi. Le infrastrutture tecnologiche attuali, però, sono perfettamente in grado di gestire questi volumi. Basta pensare alle fotografie dei moderni smartphone: la scala dei “pesi” si è semplicemente adattata. E poi ricordiamoci sempre che esistono ancora il vinile e il nastro. Il punto non è la dimensione del file, ma la qualità dell’esperienza di ascolto. La musica non scompare dentro i gigabyte: se l’ascolto è profondo, la musica emerge ancora più chiaramente.
Un’ultima domanda: che cosa c’è prossimamente all’orizzonte di Direct Sound Records? Quali saranno le prossime produzioni?
Abbiamo già registrato diverse produzioni che vedranno la luce a partire da febbraio: jazz, pop, classica e lirica. Inoltre, nel cassetto ci sono alcune sorprese dedicate agli appassionati del giradischi, che spero di presentare in primavera. Direct Sound Records continuerà a muoversi su questa linea: poche produzioni, grande cura, ambienti reali, e un dialogo costante con chi ascolta davvero.
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