Il nostro collaboratore Alfredo Di Pietro ha assistito all’appuntamento della rassegna Dischi e Tasti, ospitata nella Sala Esedra del Museo Teatrale alla Scala di Milano e organizzata da Luca Ciammarughi, con il pianista pisano che ha parlato del suo ultimo disco, intitolato Heroica, nel quale presenta brani di autori classici, così come tre famose cover del Duca bianco

Se per i cultori del pianoforte e dei collezionisti di CD la rassegna Dischi e Tasti non è una novità, per tutti gli altri varrà sapere che è curata da Luca Ciammarughi, eclettica figura del panorama musicale odierno, e che questa manifestazione è ormai giunta alla sua quinta edizione. Il suo modus operandi è di proporre dialoghi discografici ed esecuzioni pianistiche dal vivo, con degli incontri che hanno luogo presso la Sala Esedra del Museo Teatrale alla Scala di Milano. Il loro scopo è tutto sommato semplice: esplorare il mondo del pianismo attraverso l’ascolto guidato e l’esecuzione di brani, con degli appuntamenti che spaziano dalle monografie su grandi compositori alla perlustrazione di repertori specifici. Il teatro di tali incontri è a dir poco prestigioso e si trova in un corpo laterale dell’edificio storico progettato da Giuseppe Piermarini. Questa struttura nella sua attuale veste risale al 1831 e fu progettata da Giacomo Tazzini, andando a sostituire il cosiddetto “Casinò dei nobili”, edificato secondo il progetto di Piermarini contemporaneamente alla Scala.

Non meno ricca di storia è la Sala Esedra, dove al centro della lunetta c’è il pianoforte che appartenne a Franz Liszt. Il compositore ungherese lo ricevette in dono da Steinway & Sons, un magnifico modello C, “Semi-concert grand” (numero di serie 49382), manifestando il suo entusiasmo in una lettera indirizzata a coloro che lo avevano realizzato nel 1883, ossia: «Un glorioso capolavoro di potenza, sonorità, qualità del canto ed effetti armonici perfetti». La nipote di Liszt, Daniela von Bülow, prima figlia di Cosima e di Hans von Bülow, ricevette lo strumento come regalo di nozze dal nonno. In seguito, lo portò a Villa Cargnacco sul lago di Garda, nucleo originario e residenza principale di quello che oggi è conosciuto come il Vittoriale degli Italiani, situato a Gardone Riviera. In questa villa appartenuta a Gabriele D’Annunzio fu usato dalla sua amante Luisa Baccara e da altri appassionati. Mussolini poi lo reclamò come appartenente alla patria. Fu infine devoluto al Museo Teatrale alla Scala di Milano e sottoposto anni fa a un accurato restauro da parte della casa madre. Già ai tempi della fabbricazione rappresentava un non plus ultra della tecnologia pianistica, in grado di reggere quel vigoroso virtuosismo per cui Liszt era celebre. Ma la Sala Esedra non è nota solo per questo, essendo dedicata anche al Belcanto dell’Ottocento, con diversi ritratti di celebri primedonne (Giuditta Pasta, Isabella Colbran, Maria Malibran) e compositori come Rossini, Bellini e Donizetti.

L’appuntamento del 4 marzo della rassegna Dischi e Tasti ha visto una grande affluenza vista la presenza di Maurizio Baglini, uno dei più rilevanti pianisti sulla scena internazionale, con i sessanta posti a disposizione tutti occupati, senza contare che sono state collocate delle sedie nelle due sale adiacenti per accogliere altre persone che non volevano assolutamente perdersi l’evento. Al di là della presentazione del suo ultimo disco, non recentissimo, visto che è uscito nel febbraio dello scorso anno, intitolato Heroica, dedicato a brani di Beethoven, Bowie, Chopin, Rossini e Wagner, e pubblicato dalla Decca, Baglini, che non è soltanto un insigne virtuoso del pianoforte, ma anche un esploratore, uno sperimentatore artistico come pochi, continuamente alla ricerca di nuovi orizzonti senza aver paura di rischiare, ha voluto ampliare la paletta.

Di per sé, Heroica è un concept album, che ruota intorno all’idea dell’eroismo, scandagliato attraverso i brani dei suddetti compositori. Quello dell’eroismo è forse un concetto oggi critico da affrontare poiché la parola eroe può suscitare delle immagini bellicose, di guerra. In realtà, nel nostro disco questo si lega anche alla fragilità, all’idea di trasformazione dell’identità che riconosciamo nell’artista temporalmente più vicino a noi, David Bowie, presente nel disco con tre notissime canzoni. Non solo nella celeberrima Heroes, ma anche nelle altre due c’è il riferimento a un concetto di eroismo diverso dall’accezione di battagliero. Inoltre, scorrendo la tracklist del CD, mi sono reso conto che conteneva una parte significativa dedicata alla figura di Giovanna d’Arco, con tre composizioni che fanno riferimento a lei create da autori quali Gilbert Duprez, Charles Gounod e Franz Liszt.

L’excursus tracciato da Heroica racchiude un lasso temporale di 175 anni, partendo dal 1802 e arrivando sino al 1977. L’inizio è affidato alla rilettura beethoveniana del Prometeo, mentre in coda c’è Heroes di Bowie. Quest’incursione del pop in un album di musica classica può essere vista sotto diverse prospettive, ricordando che comunque il “camaleonte del rock” era diplomato in violoncello, sassofono ed era pure coreografo, mimo e ballerino. Per una sorta di sincronicità junghiana, quando Bowie morì, Baglini fu colpito da un articolo apparso sul blog di Luca Ciammarughi, il quale evidenziava proprio la poliedricità di questo artista, che era morto a poche ore di distanza da Pierre Boulez, conosciuto e frequentato dal nostro pianista pisano durante la sua parentesi parigina.

Visto che i sessanta posti a disposizione della sala erano stati esauriti, si è dovuto aggiungere altre sedie nelle due sale adiacenti per soddisfare le tante richieste di appassionati.

Ebbene, all’indomani della morte di Bowie, Nicola Sani, autorevole compositore, direttore artistico dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena e manager culturale, chiamò Baglini, chiedendogli di fare un omaggio musicale al Duca bianco. In quel momento, Baglini cominciò a capire che forse il genere pop era una sua lacuna e che c’era molto da esplorare e da imparare su questo. In effetti, non pochi musicisti di classica si sono aperti e hanno approfondito la produzione pop, pensiamo a Luciano Berio che arrangiava le canzoni dei Beatles, per l’epoca qualcosa di piuttosto ardito e vicino al concetto di post-moderno. Così, quando Baglini ha discusso con il produttore Decca di un disco che potesse essere congruo con i tempi, ligio alla modalità della piattaforma Internet, si è giunti a David Bowie. È venuto fuori un album gettonatissimo sulle piattaforme di streaming proprio nella traccia di Heroes – Maurizio Baglini performs David Bowie, si parla di oltre mezzo milione di download a pagamento su Spotify, mentre la traccia più cliccata delle 15 Variazioni e fuga in mi bemolle maggiore Op. 35 di Beethoven sul tema dell’Eroica non arriva a un centinaio. Questo disco è nato semplicemente come una richiesta aziendale del produttore conciliata con una ricerca personale del pianista. Un particolare interessante: per avere le liberatorie alla pubblicazione della versione di Baglini dei brani di Bowie ci sono voluti dodici mesi di lavoro da parte della Decca.

Ad ogni modo, tornando alla manifestazione scaligera, il pensiero del pianista pisano è in sintonia con quello della rassegna Dischi e Tasti che, oltre a indagare la musica e i compositori, mira a interrogarsi sul mondo del disco. Il primo dei brani che Baglini ha suonato, l’Arabeske Op. 18 di Schumann, non è presente in Heroica ma da uno precedente che faceva parte del progetto riguardante l’integrale pianistica del grande autore romantico. Un rondò “minimalista”, con una materia musicale abbastanza semplice ma elaborata con enorme sapienza ed estrema genialità, dedicato a sua moglie Clara, grande virtuosa di pianoforte. Da Schumann poi si passa a Liszt, considerato da Baglini “eroe” per la carica trasgressiva che impersonò in un’epoca ancora legata a stilemi chiusi e oppressivi. Il terzo eroe romantico preso in esame da Baglini, in qualità di Hero, è stato Chopin, il quale è stato ricordato dal nostro pianista durante la sua partecipazione alla rassegna scaligera con la celeberrima Polonaise Héroïque Op. 53.

Ma si diceva di Liszt. Per noi Baglini ha suonato l’Ouverture de l’opéra Guillaume Tell de Rossini S. 552, pezzo di matrice milanese del compositore ungherese, anche se pare fosse stato scritto su un pianoforte Graf del 1839 che ora si trova a Pisa. Qui vale il concetto della spettacolarizzazione, della teatralizzazione spinta, partendo dal presupposto di non sacrificare alcuna nota del materiale originale contenuto nelle quattro sezioni. Nel Preludio, intitolato Alba, c’è un sommesso dialogo tra cinque violoncelli solisti, segue la Tempesta, la quale descrive lo scatenarsi degli elementi, il Ranz des Vaches, un andante di carattere pastorale che evoca la serenità dopo il temporale, e il celeberrimo Finale con la “marcia dei soldati svizzeri”, un’autentica cavalcata verso la libertà. Nel gesto finale di Guglielmo con l’episodio della mela c’è la chiave di lettura del funambolico virtuosismo che tale trascrizione richiede. Ecco perché la scelta di questo brano nell’economia di Heroica, simbolo perfetto dell’eroismo in ogni sua coniugazione. 

Un particolare dello splendido pianoforte appartenuto a Liszt, un modello C di Steinway & Sons “Semi-concert grand” (numero di serie 49382), che adesso è conservato proprio nella Sala Esedra della Scala.

Con un bel volo pindarico passiamo a David Bowie, suonato ancora sul pianoforte storico presente in sala. Per inciso, si tratta di uno strumento che ancora oggi, se ben tenuto, ha una grande validità, anche nella possibilità d’improvvisare, a livello di dinamica, tempi e agogica. Magari non ha la precisione meccanica che oggi può avere un Fazioli (sarebbe ingiusto pretenderlo), che da questo punto di vista è imbattibile. L’eroismo declinato attraverso le tre canzoni di Bowie è molto differente da quello esternato negli altri brani del CD. In Space Oddity si racconta la missione spaziale dell’astronauta Major Tom, che, dopo il lancio nello spazio esce dalla capsula per fluttuare nello spazio. Ma poi, per un guasto tecnico, s’interrompono le comunicazioni con lui, che rimane alla deriva nel cosmo, rassegnato a una fine solitaria mentre osserva la Terra da lontano. Life on Mars? narra invece la vicenda di una ragazza che guarda annoiata un film, rendendosi conto di quanto il mezzo televisivo con la sua continua spettacolarizzazione la porti verso uno stato di alienazione. Sogna allora una nuova autenticità in un altro pianeta che non sia la Terra. In Heroes, infine, c’è il vero leitmotiv dell’album, ossia la storia d’amore di una coppia che si baciava vicino al Muro di Berlino. Fu scritta da Bowie con Brian Eno, durante il suo periodo berlinese, simbolo di due amanti che cercano di superare le difficoltà, diventando eroi solo per un giorno in una contingenza a loro ostile. Maurizio Baglini è partito dalle edizioni originali, dove Bowie aveva autorizzato le pubblicazioni per voce, pianoforte ed eventuali chitarra e batteria, con la possibilità di fare delle variazioni.

Sia ben chiaro, non possono essere delle vere cover, innanzitutto perché manca il canto e poi perché è assente il fattore polistrumentale, anche se non viene tuttavia sacrificata alcuna nota. Baglini si è trovato di fronte al problema di mettere tutto sotto le dieci dita, partendo da un materiale abbastanza minimalista rispetto agli altri brani del CD, o perlomeno scarno se valutato in termini quantitativi. Semmai, la difficoltà vera stava nel ricavarne la bellezza. Queste tre canzoni (due di queste hanno più di cinquant’anni) gli hanno aperto davvero un mondo, ponendogli il problema di rendere credibile la sua particolare rilettura. Per ragioni di contratto, Brian Eno, che figura come coautore in Heroes, non solo ha voluto ascoltare tutti i demo registrati, ma anche le parti sulle quali Baglini aveva studiato per capire se le avesse fatte bene o male.

Come ha raccontato lo stesso Baglini, è stata un’esperienza decisamente gratificante, soprattutto perché Eno gli aveva risposto con l’autorizzazione a pubblicare, facendo un encomio sul risultato e sulla diversità timbrica che aveva conseguito, da pianista che suona in acustico, privo quindi del sostegno di artifizi elettronici. Così, il pianista pisano ha semplicemente cercato di riportare queste canzoni al suo punto di vista. In Heroes c’è la ricerca di un’isocronia, una pulsazione ritmica sulla quale si muove una piccola melodia. Un qualcosa di simile che si verifica quando si suona Scarlatti al pianoforte. D’altronde, tentativi del genere da parte di altri musicisti non mancano, si veda il pianista Giuseppe Andaloro con le canzoni dei Queen, oppure Carlo Guaitoli con i brani di Franco Battiato. Si può fare, basta avere il coraggio di restare nel proprio ambito di competenze, cosa che Baglini ha fatto, cercando in buona sostanza di conciliare in uno stesso disco il genere classico con il pop e, a giudicare dai clic, l’operazione ha avuto successo.

Il bellissimo evento si è chiuso con l’esecuzione, come già accennato, di una travolgente Polacca Op. 53 Eroica di Chopin. Come nel caso di Beethoven, l’appellativo di “eroica” fu dato dagli editori e non dall’autore, ma non si può negare che questa componente sia ben presente, venata di nostalgia nel caso di Chopin, che soffrì molto per la lontananza dalla sua Polonia. Nelle note di copertina di Heroica, stilate dallo stesso pianista, si racconta di questa Polacca che Chopin spesso si lamentava per il fatto che venisse eseguita troppo velocemente, in maniera ginnica, rapida, dunque senza quella tenuta ritmica che rappresentava il suo ethos più autentico, che era sì eroico, ma al contempo anche nostalgico. Al termine di questo “viaggio”, ognuno ha potuto riconoscere in Maurizio Baglini l’acclamato interprete di sempre, convinto assertore delle sue scelte, sovente anticonformiste e tuttavia rigorose, nel seguire una strada tracciata dalla sua sensibilità e dalla particolare visione della musica.

Un momento dell’esibizione di Maurizio Baglini per l’appuntamento Dischi e Tasti, al termine della quale è stato lungamente acclamato e applaudito.

In questo contesto spiccano le sue capacità tecniche, di gestire dinamiche estreme, mai mediate o ammorbidite, la forza con cui sa artigliare il tasto per conseguire un effetto altamente drammatico, il sublime intimismo in cui cala le atmosfere più riflessive e cantabili, la superba differenziazione del voicing. Un artista di cui ammiriamo senza riserve le capacità sullo strumento, la sua profonda onestà intellettuale, ma anche l’attività che da molti anni esercita in nome dell’espansione della musica nella società.

Alfredo Di Pietro

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