Al di là del suo percorso da solista, il “Principe delle tenebre” è stato legato anche alla celeberrima band che ha dato vita al genere dell’heavy metal; il loro è stato un rapporto difficile, ma esaltante, che Stefano Rossi ricostruisce in questo articolo

Scrivere della figura di Ozzy Osbourne, mancato lo scorso 22 luglio a poche settimane dallo storico concerto d’addio del 5 luglio a Birmingham, sarebbe assolutamente facile da un lato e difficile dall’altro. Sarebbe infatti assai semplice descrivere in modo “populistico” la figura del folle ribelle che ha incarnato l’energia degli anni Settanta, mentre sarebbe assai più difficile mettere a fuoco proprio l’uomo, quel “Mr Osbourne” che tanto ha lasciato alla musica rock.

Iniziamo da una delle informazioni che più vengono citate, quei Black Sabbath che hanno inventato l’heavy metal. Non è vero o, meglio, non è del tutto vero. Il metal come lo intendiamo oggi sarebbe nato molti anni dopo, certamente ispirandosi anche alle esperienze di band come quella di Osbourne. I Sabbath hanno invece dato senza dubbio un impulso notevole alla crescita dell’hard rock, soprattutto quello più viscerale, assieme ad altri “colleghi”: dai Led Zeppelin ai Deep Purple, dagli Uriah Heep agli Aerosmith (con qualche distinguo), tanto per citare alcuni nomi famosi.

Ozzy Osbourne nel 1975, all’età di venticinque anni.

La conferma arriva anche da altri artisti: «A mio parere, i Black Sabbath sono coloro che hanno dato vita a ciò che siamo soliti considerare heavy metal e non c’è una band in giro oggi che non sia influenzata, in una qualsivoglia misura, dal gruppo». A dirlo è Peter Steele, leader dei Type O Negative, nel corso di un’intervista a stradanove.net nel 1999. Certamente i Black Sabbath hanno avuto un enorme impatto sulle generazioni successive. A loro sono riconosciute influenze dirette e indirette su diversi generi musicali: heavy metal, thrash metal, stoner rock, grunge e doom metal

Vogliamo in questa occasione, anche per omaggiare in tutte le sue sfaccettature la figura di Ozzy Osbourne, non tanto fare il classico “coccodrillo” che molti giornalisti hanno da tempo nel cassetto, quanto ripercorrere le vicende umane e artistiche del musicista, cercando di non scadere in facili trappole da quattro soldi.

Vogliamo subito sfatare un altro mito? Quello del pipistrello? A raccontarci come veramente è andata è qualcuno che era veramente presente e assai vicino sul palco: Don Airey, che con il suo Hammond affiancava Osbourne in quel periodo. Alcuni anni fa Airey passò in Italia, partecipando come selezionatore al “Premio della Critica” di Vicenz@NetMusic, una rassegna che Il Giornale di Vicenza dedicò per tantissimi anni alla musica emergente della provincia. In quell’occasione, tenne un incontro nel corso del quale raccontò proprio come andò quella serata.

«Ecco la vera storia del pipistrello di Ozzy sul palco con i Black Sabbath. Qualcuno l’aveva lanciato sul palco e lui lo raccolse; pensando che fosse di plastica, ha iniziato ad andare su è giù per il palco tenendo la testa in bocca. Poi improvvisamente lo ha sputato perché l’aveva morso… Ozzy in camerino era spaventato e quindi siamo andati in ospedale dove gli hanno fatto quattro iniezioni per sicurezza. Quando è uscito, la sua espressione non era tanto felice… E infatti, al concerto successivo, avevamo appena iniziato con “Over the mountain” che è collassato ed è caduto a terra per le iniezioni. Noi ci siamo guardati come dire: “Cosa facciamo?” e… siamo andati avanti a suonare».

A prima vista, la carriera artistica di Ozzy Osbourne potrebbe sembrare quella di tanti altri cantanti e musicisti che calcarono (e calcano ancora) le scene. John Michael Osbourne nacque a Marston Green, in Gran Bretagna, il 3 dicembre 1948. Figlio di quella classe operaia che negli anni Sessanta e Settanta ha creato un vero e proprio movimento sociale e artistico, crebbe a Birmingham, lottando giorno dopo giorno con la dislessia, la balbuzie e una forma di disturbo da deficit dell’attenzione. Leggendario, ma in questo caso vero, fu lo scontro adolescenziale con un certo Anthony Frank Iommi, “quel” Tony Iommi con il quale avrebbe condiviso parte della carriera artistica.

Apriamo qui una prima parentesi: molti legano la figura di Osbourne ai Black Sabbath che, seppure siano stati un vero e proprio trampolino di lancio per l’artista, non furono per molto tempo l’incarnazione del temperamento di Osbourne. L’inizio era stato assai promettente: chi scrive ricorda l’energia e la passione provate dopo l’ascolto di brani come, uno su tutti, Paranoid.

Ma la vita dei musicisti negli anni Settanta era fatta anche di eccessi di tutti i tipi, pure di logorio e tutto ciò portò ben presto alla sua fuoriuscita – sul finire dei Seventies – dai Sabbath. Ed ecco il primo tentativo, poco fruttuoso, di mettere a fuoco il proprio talento, con band che durarono solo pochi mesi e spesso non andarono oltre il primo demo. E anche il nuovo riavvicinamento ai Black Sabbath durò poco, lo spazio di un (criticato) album come Never say die!. Così, se la prima volta era stato lui ad andarsene dai Black Sabbath, questa volta furono i Sabbath a prendere le distanze e ad allontanarlo per i suoi eccessi, anche se – a quanto pare – non erano, né più né meno, dissimili, nei loro comportamenti, da quelli incarnati e vissuti da tante altre personalità del mondo della musica del tempo. La lista, a tale proposito, sarebbe decisamente lunga.

Randy Rhoads, uno dei più importanti chitarristi della scena hard rock, collaboratore fondamentale per Ozzy Osbourne e morto in un tragico e stupido incidente aereo il 19 marzo 1982

Qui, però, ha inizio il momento migliore di Ozzy Osbourne, con una carriera solista decisamente cercata con le unghie e i denti e attraverso la quale ha saputo creare alcune cose giustamente entrate nella storia. Come anche in altri momenti bui, Ozzy ebbe la fortuna di avere al suo fianco la (futura, a quel tempo) moglie Sharon, che seppe tirarlo fuori dal nascondiglio nel quale si era cacciato. Una figura molto importante fu anche quella del chitarrista Randy Rhoads, deceduto il 19 marzo 1982 nel bel mezzo di un tour per un banale e stupido incidente aereo, causato dall’autista e pilota Andrew Aycock.  Osbourne, che stava dormendo nel bus, non assistette al tragico incidente, anche se un’ala dell’aereo colpì l’autobus, senza fortunatamente che ci fossero conseguenze tra coloro che stavano all’interno dell’automezzo, ma la morte di Randy segnò visibilmente il “Principe delle tenebre”. All’incidente assistette invece proprio Don Airey che era appena sceso dallo stesso aereo, dopo un primo volo fatto da Aycock.

Ozzy Osbourne e la sua band nel 1980, ai tempi dell’album Blizzard of Ozz. Da sinistra: Bob Daisley, Lee Kerslake, Ozzy Osbourne e Randy Rhoads.

Ad ogni modo, in quegli anni il successo aveva arriso a Osbourne, con due album come Blizzard of Ozz (1980) – che conteneva tra gli altri Crazy train e Mr. Crowley – e Diary of a madman (1981). Il risultato di questi successi nacque anche grazie all’unione di molte genialità del mondo musicale: bisogna infatti pensare che molti del componenti della band avevano militato in formazioni importanti, come gli Uriah Heep, quella leggendaria di Gary Moore, i Quiet Riot e i Rainbow. Al contrario, gli anni successivi furono complicati, sia per il continuo avvicendarsi di musicisti nella band, sia per le vendite altalenanti. A questo punto, ancora una volta, intervenne Sharon che, oltre a essere diventata sua moglie, era anche divenuta la sua manager, che lo spinse a risolvere i problemi legati ancora agli eccessi. Proprio in questo periodo si inserisce una curiosità: nel 1986 esce The Ultimate Sin, realizzato con una nuova formazione che, per via delle sonorità hair metal, da un lato riscosse buone vendite, dall’altro, però, alienò parte dei suoi fan che non apprezzarono quell’improvvisa svolta. Inoltre, il tour di presentazione venne intrapreso con una band di supporto esordiente a quell’epoca e destinata a ritagliarsi un pezzo di storia mica da poco dell’hard rock: i Metallica. Un anno prima, il 13 luglio 1985, Ozzy si era riunito a Iommi, a Butler e a Ward nella formazione storica dei Black Sabbath per partecipare a un evento a dir poco unico, il Live Aid.

Una nuova, quanto mai importante svolta fu segnata dall’arrivo in formazione del chitarrista Zakk Wilde, che restò poi al fianco di Osbourne per quasi tutto il proseguo della sua carriera artistica. In questo periodo, precisamente nel 1991, arrivò il maggiore successo (commerciale, ma anche di critica): No more tears. Anche in questo caso ad aiutare Ozzy nella stesura dei brani ci furono nomi di rilievo, da Zakk Wylde a Randy Castillo, da Mike Inez a Lemmy Kilmister, leader dei Motörhead. Il tour mondiale culminò nello storico concerto al “Pacific Amphiteatre” di Costa Mesa il 15 novembre 1992, durante il quale salirono sul palco anche Iommi, Butler e Vinny Appice, ma non il cantante Ronnie James Dio, che di lì a poco avrebbe a sua volta lasciato i Sabbath.

Zakk Wilde, l’altro grande chitarrista che prese il posto di Randy Rhoads e che restò al fianco di Osbourne per quasi tutto il proseguo della sua carriera artistica.

Terminato il tour, Ozzy Osbourne si prese un periodo di un paio di anni per rimettersi in sesto dagli immancabili eccessi e ci fu perfino anche chi disse che intendesse ritirarsi. E invece, come la proverbiale araba fenice, rieccolo, instancabile, ritornare nel 1995 con un nuovo album (Ozzmosis) e un nuovo tour mondiale, che aveva un titolo che la diceva lunga sulle intenzioni di Ozzy: Retirement sucks, letteralmente “la pensione fa schifo”. Proprio in questi anni l’artista di Marston Green inizia a organizzare, assieme alla moglie Sharon, l’Ozzfest, il festival che vedrà la partecipazione di “vecchie glorie” dell’hard’n’heavy (come Motörhead, Slayer, Iron Maiden, Megadeth, Foo Fighters, Sepultura, Judas Priest, Metallica e Pantera) al fianco delle allora “nuove leve”: System of a Down, Marilyn Manson, Papa Roach, Rob Zombie, Biohazard, Lacuna Coil, Coal Chamber, Linkin Park, Slipknot. Korn. Ma che la vita e la carriera di Osbourne fossero “cicliche” lo dimostra il fatto che, ancora una volta, il “Principe delle tenebre” fu costretto a ritirarsi nuovamente dalle scene, alla fine degli anni Novanta, per risolvere i suoi soliti problemi di dipendenza dalle droghe e dall’alcol.

La band di Ozzy Osbourne nel 1988, tre anni prima del clamoroso successo rappresentato dall’album No more tears. Da sinistra: Zakk Wylde, Randy Castillo, Geezer Butler (in basso) e Ozzy Osbourne.

Il nuovo millennio si apre con il suo ritorno e con la pubblicazione di Down on Earth, al quale partecipano nomi illustri: torna Zakk Wylde e arrivano Robert Trujillo al basso (a quel tempo ex Suicidal Tendencies, che di lì a poco sarebbe poi entrato nei Metallica) e l’ex Faith No More Mike Bordin alla batteria. È un decennio, questo, che vede l’artista attivissimo, fra tournée, album e addirittura un reality show sulla vita della sua famiglia per MTV.

Il secondo decennio, dopo una prima smentita, si apre con un clamoroso annuncio dato esattamente, tanto per essere chiari, l’11/11/2011 alle 11.11…), ossia della reunion con i Black Sabbath, con all’orizzonte un disco nuovo e una tournée. E finalmente nel 2013 vede la luce 13, il primo album con Ozzy Osbourne alla voce dai tempi di Never Say Die. Sono anni che fanno registrare un andamento altalenante per Ozzy, scanditi tra nuovi album e i primi gravi problemi di salute, con il Parkinson che gli viene diagnosticato proprio durante la promozione del nuovo disco. Ma sarà proprio il successivo Patient Number 9 a diventare uno dei maggiori successi di Osbourne: il disco debutta in seconda posizione nella classifica britannica, miglior debutto da solista in quarantadue anni di carriera e riceve, inoltre, ben quattro nomination ai Grammy Awards 2023: “Migliore album rock”, “Miglior interpretazione metal” per Degradation Rules e “Miglior canzone rock” e “Miglior interpretazione rock” per Patient Number 9. Ma è anche il momento in cui Ozzy non può più concedersi le esibizioni dal vivo, a causa della sua salute alquanto instabile. E che il tramonto stia in un certo senso incombendo sulla sua parabola artistica, lo testimonia simbolicamente il fatto che nell’autunno del 2024 fu accettato come solista nella Rock and Roll Hall of Fame, nella quale era già entrato dal 2006 come membro dei Black Sabbath.

Quella è stata una delle ultime soddisfazioni, assieme al concerto finale Back to the beginning (vedi il box), organizzato a Birmingham il 5 luglio 2025 per celebrare la sua carriera, sia con i Black Sabbath, sia come solista.

Fu una sorta di coup de théâtre, quasi un testamento artistico, visto che solo poche settimane dopo – il 22 luglio – se ne andò a sorpresa all’età di 76 anni nella sua casa del Buckinghamshire a causa di un infarto, lasciando una foltissima schiera di “figli d’arte” e discepoli in tutto il mondo.

A questo punto, eccoci a tirare le somme. Senza voler fare sensazionalismi gratuiti, si può dire senza ombra di dubbio che il mondo del rock non sarebbe, e non sarebbe stato, lo stesso senza il “Principe delle Tenebre”. Perché? In fondo, come artista non aveva una preparazione particolare, né era un musicista vero e proprio. Ma aveva talento, un’energia quasi primordiale e la capacità di incanalarla verso una visionarietà del tutto particolare. Così come nella poesia, anche nel mondo del rock di “maledetti” è stato pieno il mondo, soprattutto fra i Sixties e i Seventies. Ma Ozzy ha saputo andare sicuramente oltre, incarnando quella ribellione ai luoghi comuni e quell’energia di cui – sotto sotto prima, più in superficie poi – il periodo degli anni Sessanta e Settanta è stato permeato. Nonostante a un primo sguardo la sua carriera musicale possa apparire poco coerente, a un esame più ponderato si nota un filo che unisce tutta la sua esperienza. E questa sua energia è stata compresa e apprezzata non solo dai suoi fan, ma anche – a testimonianza del suo valore artistico – da una lunghissima serie di musicisti di valore con i quali ha collaborato, molti dei quali anche grazie all’esperienza con lui sono poi diventate stelle di primo piano del panorama mondiale.

Stefano Rossi

The last show…

Da tempo giravano voci su una possibile, finale reunion dei Black Sabbath. E proprio all’inizio di quest’anno, dopo che le chiacchiere si erano fatte più insistenti, era giunta la conferma: il 5 febbraio 2025 fu annunciato un grande evento nella natia Birmingham, a Villa Park, nel corso del quale Ozzy Osbourne si sarebbe esibito un’ultima volta, dopo vent’anni di assenza dal palco, proprio con la formazione storica dei Black Sabbath: Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso e Bill Ward alla batteria.

L’appuntamento, fissato per il 5 luglio, non era però dedicato solo ai Sabbath; l’evento di celebrazione avrebbe spaziato su tutta la sua carriera, sia con la band sia come solista. La serata fu intitolata Back to the beginning e vide sul palco una serie di mostri sacri chiamati a celebrare la leggenda Osbourne. La scaletta ha visto sul palco Mastodon, Rival Sons, Anthrax, Halestorm, Lamb of God, Tom Morello’s All Stars (supergroup A), Jack Black, Alice in Chains, Gojira, Tom Morello’s All Stars (supergroup B), Pantera, Tool, Slayer, Fred Durst, Guns N’Roses, Metallica e infine Ozzy Osbourne e i Black Sabbath.

Per i suoi brani da solista, Osbourne è stato affiancato da una formazione composta da Zakk Wylde (chitarra), Adam Wakeman (tastiere), Mike Inez (basso) e Tommy Clufetos (batteria); per tutta la serata Ozzy ha cantato seduto su un trono.

Il concerto ha avuto una durata di circa dieci ore. Non è stato certo il migliore per la voce di Ozzy Osbourne, ma sicuramente quello più “umano”, con il cantante a ripercorrere un’intera vita di successi e a incassare l’inchino dell’hard’n’heavy di tutto il mondo. Tutti i proventi del concerto sono stati devoluti in beneficenza.

(© Kevin Mazur for The Rock and Roll Hall of Fame)

S.R.

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