Noemi Manzoni ci presenta la seconda e ultima parte del racconto Il violino a corde umane dello scrittore scapigliato Antonio Ghislanzoni, storia di un violinista che sfida in abilità e virtuosismo il grande Niccolò Paganini, con un intreccio narrativo in cui l’anelito artistico si tinge con l’orrore di un atroce cinismo. 

Ben ritrovati, amici lettori di The GrooveBack Magazine, al nostro appuntamento con i consigli di lettura. Nel numero precedente avevamo interrotto il racconto di Antonio Ghislanzoni, Il violino a corde umane, con la promessa di darne il seguito in questa nuova uscita. A corredo della narrazione, qui, come nell’edizione Manzoni, il quadro che il pittore francese Eugene Delacroix, dal titolo Niccolò Paganini, dedicò al grande violinista genovese.

Il violino a corde umane (seconda e ultima parte)

Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.

La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacché i medici ebbero praticata l’autopsia del cadavere. A noi basti accennare che le ultime volontà dell’eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.

Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo strumento. Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l’arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.

– Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta – questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita… sarà un grande trionfo per me e per lui… se riescirò ad uguagliare… a superare Paganini!

Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell’epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.

Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell’albergo, e muovendo all’indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto di visita.

Paganini lesse – lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l’occhio più temerario non può sostenere – ma vedendo che l’altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità dello sguardo: – Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii saranno esauditi! – E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.

Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l’ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!

In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l’egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all’illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili. Avendo l’illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell’insuperato violinista, la famosa fantasia–capriccio che si intitola Le streghe.

Il celebre dipinto di Eugene Delacroix, dal titolo Niccolò Paganini.

L’effetto di quell’annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d’occhio il punto luminoso della speculazione, credette bene, per quella occasione, di rincarire del doppio il prezzo dei biglietti. – È inutile dire ch’egli aveva calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.

All’ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.

– Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta – disse Paganini – sarà bene che noi invertiamo l’ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi. Siete voi pronto?

– Io sono ai vostri ordini – rispose Franz pacatamente, Paganini fece alzare il sipario, e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.

Non mai l’artista italiano, nell’eseguire quella diabolica composizione che si intitola le Streghe, aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti – l’occhio satanico del violinista evocava l’inferno dalle cavità misteriose del suo istromento. – I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell’arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni connubi del Sabba.

Quando Paganini poté finalmente ritirarsi dalla scena ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell’arringo.

Paganini rimase stupito nel mirare l’impassibilità del suo competitore, e l’aria di sicurezza che gli brillava nel volto.

Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.

Nullameno, alle prime arcate di Franz, l’attenzione degli spettatori si fece vivissima.

Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: «Io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere».

Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell’agonia, il ruggito della foresta e l’ululo dei dannati – ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli sé stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui – tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell’anima dell’artista alemanno si erano tramutate in fede sicura – tutto svanì in un istante….

Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze… Invocò sommessamente il nome del defunto maestro – lo pregò… lo maledì nel segreto dell’anima sua – lo gridò traditore, scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell’esito, strappò dal violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce. 

– È pazzo! è pazzo! fermatelo… soccorretelo! – gridarono cento voci dalla platea.

Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.

– Perdono! mille volte perdono! – gridò Franz con accento disperato – io aveva creduto… io aveva sperato…

Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:

– Tu hai suonato divinamente… tu sei un grande artista… ciò che ti manca…

– Oh! so ben ciò che mi manca – esclamò Franz singhiozzando; ma il vecchio Samuele mi ha tradito!…

E Franz narrò a Paganini l’istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.

– Povero Franz! – esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà – tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell’impeto della passione… Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?

– Senza dubbio – egli era tedesco come io lo sono…

– Ebbene; ecco appunto la circostanza sfavorevole – proseguì Paganini battendo sulla spalla del povero Franz. – Un’altra volta, quando vorrai comunicare al tuo violino l’anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.

E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un’anima da italiano». 

Il lettore più attento ricorderà che, nel precedente numero con la prima parte del racconto, si era fatto accenno anche di un altro esponente della cultura italiana, il cui rapporto con la musica merita di essere indagato. Si tratta di Luigi Pirandello, Nobel per la Letteratura nel 1934 e autore, tra gli altri, de Il fu Mattia Pascal, il romanzo del 1904 che lo ha portato all’apice del successo. Diamo dunque appuntamento alla prossima uscita di The GrooveBack Magazine per dare qualche nota in merito al rapporto di questo autore con la musica, rapporto che, un po’ come Il violino a corde umane, non tralascia una punta di rivalità tra Italia e Germania.

Noemi Manzoni

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