Star di prima grandezza a livello internazionale della musica jazz attuale, il giovane musicista siciliano ha lasciato per qualche settimana l’America per un tour di concerti nel nostro Paese. Il nostro collaboratore Giuseppe D’Agata lo ha raggiunto a Modica, vicino a Ragusa, e lo ha intervistato poco prima del concerto. Un’intervista che è anche un diario nel quale l’artista ricorda l’infanzia, la passione per la musica e l’amore incondizionato per il suo strumento
Cronaca di una “Data Zero”: tra caffè e palcoscenico
Il viaggio da Catania a Modica è un’immersione progressiva in una Sicilia che cambia volto a ogni curva. Lasciarsi alle spalle l’Etna per addentrarsi nella Val di Noto significa entrare in un teatro barocco a cielo aperto, dove l’aria stessa sembra zuccherata dall’aroma inconfondibile del cioccolato lavorato a freddo, eredità azteca che qui ha trovato la sua capitale. La mia destinazione è il cuore pulsante della città bassa: il Teatro Garibaldi, un gioiello ottocentesco che si erge come sentinella culturale della contea.
Tuttavia, il primo atto di questo incontro non avviene sul palco, ma tra i tavolini di un caffè nel vivace Corso Umberto. Al tavolo non c’è ancora la star, ma c’è l’architrave del suo mondo. Siedono con me Vincenzo Mancuso, padre, produttore e mentore, e Michele Mozzicato, il manager che cura con attenzione l’ascesa globale dell’artista. A completare il quadro c’è l’amico Luigi Bocca, titolare di LAB Audio Technology, un cultore del suono che fornisce consulenza e cablaggi d’eccellenza, figura cruciale per chi fa del timbro la propria firma.
È in questo contesto informale, prima ancora di stringere la mano a Matteo, che papà Vincenzo mi regala una chiave di lettura fondamentale, un aneddoto per comprendere l’umiltà dietro il genio. Mi racconta di un Matteo bambino che un giorno, tornato da scuola, gli chiese con disarmante serietà: «Papà, ma noi siamo una famiglia normale?». La domanda nasceva da un confronto spiazzante con i suoi coetanei: mentre nelle altre case il calcio era l’argomento principe a tavola, a casa Mancuso si parlava di musica. Quella che al piccolo Matteo sembrava un’anomalia, una mancanza di “normalità calcistica”, era in realtà il terreno fertile in cui stava germogliando uno dei talenti più puri della nostra epoca.

Il paradigma del virtuoso moderno
Da quel bambino che si interrogava sul concetto di normalità è emerso un musicista che oggi, nel panorama della musica strumentale contemporanea, ha generato un impatto sismico. Matteo Mancuso, classe 1996, rappresenta un caso di studio emblematico. La sua ascesa, deflagrata attraverso i canali social, si è trasformata in una solida realtà concertistica che lo vede protagonista di un tour mondiale, dalla Sicilia alle principali città del Nord America e dell’Europa.
Con l’imminente rilascio del secondo album in studio Route 96 previsto per il prossimo 24 aprile, Mancuso conferma una sostanza artistica lodata da titani come Steve Vai e Al Di Meola. La sua tecnica, un fingerstyle applicato alla chitarra elettrica con una velocità e una pulizia che sfidano la biomeccanica, non è un semplice artificio, ma il veicolo per un linguaggio musicale fresco e sofisticato al tempo stesso.

Lasciato il caffè, ci spostiamo verso il teatro. È proprio nello spazio antistante l’ingresso, un’area volutamente sgombra da manifesti o locandine pubblicitarie, che incontriamo finalmente Matteo. L’atmosfera è elettrica: siamo alla “data zero” del tour, quel momento sospeso che precede il via ufficiale.
«Matteo, come ti senti?», gli chiedo.
«Le prove sono andate bene, quindi mi sento tranquillo. Questa data zero segna una transizione importante: abbiamo quasi eliminato le cover per puntare tutto sull’originalità, con una scaletta composta al 90 per cento da brani nostri. Se l’anno scorso faticavamo a coprire la durata del concerto con un solo disco, oggi abbiamo la libertà di attingere soprattutto dal secondo album e rimodulare i pezzi come preferiamo».
Nel doverlo avvicinare per l’intervista, mi coglie quasi un senso di rimorso: devo letteralmente “strapparlo” all’abbraccio dei suoi fan. Non si tratta di semplici curiosi, ma di una folla di appassionati, spesso musicisti a loro volta, che nutrono nei suoi confronti una sorta di venerazione. Tra loro incontro con piacere l’amico Enzo Puglisi, anch’egli chitarrista e audiofilo esperto, a testimonianza di come Mancuso agisca da magnete per chiunque coltivi una viscerale passione per la musica.
L’eredità dei Mancuso tra musica e traguardi
Una volta seduti nella penombra della prima fila del Garibaldi, quel concetto di “normalità” negata diventa il punto di partenza della nostra conversazione. Matteo guarda alla sua infanzia come un privilegio raro. Crescere con Vincenzo Mancuso non significa solo avere un padre, ma avere a disposizione un pilastro della musica italiana. Vincenzo, infatti, ha firmato la produzione e le chitarre di pietre miliari di Francesco De Gregori come Il Bandito e il Campione (1993) e Canzoni d’Amore (1992).
Un parco giochi musicale
Matteo definisce l’influenza paterna come uno stimolo positivo. Non si è trattato di un’imposizione, ma di un’immersione naturale in un contesto dove tutta la famiglia, dal fratello diplomato in chitarra classica alla sorella pianista, viveva di musica.
«Per me era normale non sapere cosa fosse la Juventus in prima media», confessa Matteo sorridendo. «Mentre gli altri parlavano di calcio, io ero immerso in quello che definisco un parco giochi musicale». Crescere in un simile scenario è stato per Matteo un vantaggio inestimabile: a soli dieci anni aveva già a disposizione tre Les Paul e cinque Stratocaster, oltre alla costante guida tecnica di suo padre. Del resto, cosa c’è di più potente per un bambino che ascoltare Slash dei Guns N’ Roses e ritrovarsi tra le mani, in quello stesso istante, la sua iconica chitarra?

Dalle radici familiari a quelle territoriali il passo è breve. Matteo ha scelto Casteldaccia, alle porte di Palermo, come suo quartier generale: qui ha costruito, grazie al prezioso contributo di Luigi Bocca, il proprio studio di registrazione, un luogo che è insieme rifugio creativo e base operativa. Da questo angolo di Sicilia, si ribalta il cliché del musicista costretto a migrare verso New York o Los Angeles. Per Matteo, l’isola non è un limite geografico, ma un centro nevralgico reso possibile dalla tecnologia.
«Grazie a internet, il luogo non è più influente come un tempo», racconta. «Mio padre negli anni Settanta dovette andare in America per accedere a informazioni e studi che in Europa non esistevano. Oggi quella distanza si è annullata».
D’altronde, la sua storia lo dimostra, come mi dice testualmente: «Se sfrutti i social a dovere e hai anche un pizzico di fortuna… Io l’ho fatto quasi inconsapevolmente. Mi registravo mentre studiavo e caricavo su YouTube ciò che mi convinceva di più».
Matteo rivendica il valore del percorso umano e formativo. Il Conservatorio di Palermo, dove ha conseguito la triennale in chitarra jazz sotto la guida di Paolo Sorge, resta per lui un tassello fondamentale. Le grandi metropoli offrono stimoli continui, certo, ma è l’appartenenza alla sua terra a stimolare la creatività.
«La qualità della vita qui è alta. I problemi ci sono, li vivo ogni giorno, ma il calore della gente e la bellezza di questi luoghi sono qualcosa di unico».
Isla Feliz: il mosaico mediterraneo di Matteo Mancuso
È proprio da questo legame viscerale con l’identità e il calore della propria terra che germoglia l’ispirazione per il primo singolo del nuovo album: Isla Feliz, nato dal raffinato sodalizio con Antoine Boyer. Se le fondamenta sonore richiamano il dinamismo jazz-rock della Chick Corea Elektric Band e le luminose aperture armoniche di Pat Metheny, l’anima del brano è un tributo viscerale alla densità mediterranea della Sicilia. In questo acquerello sonoro, la chitarra acustica e quella elettrica dialogano con assoluta freschezza: qui, il funambolismo tecnico non è mai fine a se stesso, ma la chiave d’accesso a una narrazione musicale ritmata e vibrante.
Eppure, nonostante il peso specifico della componente elettrica, Mancuso ci tiene a sgomberare il campo da facili riduzionismi: «Magari uno si aspetta: “Ok, Matteo sta andando nel versante con chitarra classica”. No, in realtà non è così». Isla Feliz rimane dunque una parentesi preziosa animata da una visione creativa di rara lucidità. Un felice esperimento che, c’è da augurarselo, saprà germogliare in nuove e affascinanti derive musicali. Le radici palermitane riaffiorano anche nella scelta dei titoli. Emblematico il caso di The Great Wall, originariamente battezzato con il ben più viscerale e dialettale U cinisi (Il cinese).
L’anima elettrica: oltre la tecnica, il suono
Ma, nonostante le divagazioni acustiche, l’anima di Matteo è indiscutibilmente rock! È lui stesso a sfatare uno dei miti più comuni sulla genesi del suo stile.
«Al contrario di quanto molti pensano, io ho cominciato con l’elettrica, non con la classica», mi confessa. La scelta di rinunciare al plettro è nata quasi per caso, guidata da un’istintiva ricerca di ergonomia che lui definisce, con una certa dose di autoironia, “pigrizia”. Il risultato è un marchio di fabbrica unico che fonde il tocco libero della chitarra classica e l’appoggiato tipico di certi fuoriclasse del basso elettrico (con un cenno di ammirazione verso la scuola francese), il tutto riadattato per domare un elemento visceralmente rock: la distorsione.
«Senza scendere troppo nel tecnico, io mi considero molto di più un chitarrista elettrico», precisa. «È come se avessi una tecnica classica, però rimodulata per controllare il suono dell’elettrica e il feedback». Il palmo della mano destra riposa infatti vicino al ponte, pronto a smorzare le vibrazioni indesiderate, mentre i polpastrelli (e talvolta le unghie rinforzate) estraggono un attacco che ha l’immediatezza del rock e la dinamica del tocco umano.
La sintesi dei “due mondi”: Hendrix incontra il jazz
Se la tecnica è il mezzo, il fine ultimo resta l’emozione del suono. Matteo si muove in un territorio di confine, rifiutando le etichette («Jazz? Fusion? Rock? Dipende da cosa mi va di fare»), ma perseguendo una visione chiarissima: unire l’aggressività sonora del rock con la complessità armonica del jazz.
«Se senti Machine Gun di Hendrix, a me vengono ancora i brividi», confessa con gli occhi che si illuminano. «Per me c’è un prima e un dopo Hendrix».
Il suo obiettivo artistico è ambizioso: non rinunciare a quella visceralità, a quel “muro di suono” distorto che è l’alfabeto della chitarra rock, ma arricchirlo con un vocabolario più vasto. «Volevo manifestare le mie idee anche in armonie complesse, cosa che magari non succede spesso nel rock, senza però dover sacrificare il suono della chitarra elettrica. Se avessi preso la via di Joe Pass, per esempio, mi sarebbe mancato quell’approccio rock and roll».
È in questa terra di mezzo che nasce il “sound Mancuso”: il meglio dei due mondi. Una fusione dove l’eleganza del fraseggio di Wes Montgomery o George Benson trova la sua massima espressione proprio nella dimensione dal vivo, che Matteo descrive senza giri di parole: «In realtà è prevalentemente un concerto rock».

Rotta verso ovest: L.A. e il mito dei “Session Men”
Questa fascinazione per l’elettrico trova la sua naturale estensione geografica oltreoceano. Se le radici restano saldamente ancorate nel Mediterraneo, i rami della sua musica si allungano verso la West Coast. Un legame che prende forma fin dal titolo del nuovo album, Route 96: un gioco di parole tra il mito della “Route 66” e l’anno di nascita del chitarrista, ma che nasconde anche un altro interessante aneddoto. Sotto suggerimento di Steve Vai, l’intero disco è stato infatti registrato a una frequenza di campionamento di 96 kHz. Come dice Matteo: «roba da nerd». In questa cornice si inserisce la magnifica L.A. Blues One, un tributo ai giganti del sessionismo di Los Angeles – Michael Landau, Steve Lukather e Larry Carlton – che Mancuso declina con una freschezza contemporanea.
«L’italiano è molto connesso all’America, soprattutto nella East Coast», riflette Matteo, ricordando l’accoglienza calorosa ricevuta oltreoceano, dove persino Steve Vai (soprannominato da Zappa “the little Italian virtuoso”) ha riconosciuto in lui un kindred spirit.
Ma è proprio nella dimensione del viaggio, nel macinare chilometri in van attraverso gli Stati Uniti, che l’anima rock di Matteo trova la sua dimensione ideale. Lontano dalla perfezione clinica dei social media e delle take ripetute in studio, il palco diventa il luogo della verità. «Il jazz dà il meglio di sé live, non nel disco», conclude. «Con il live devi puntare all’energia e all’emozione del momento, che deve prevalere sulla perfezione».
Ed è proprio questa imperfezione umana, la capacità di prendersi dei rischi “anche a costo di sbagliare”, a rendere Matteo Mancuso un musicista autentico. Un prodigio della tecnica capace di inanellare fraseggi incredibili con una naturalezza disarmante. Quella di chi, in fondo, è semplicemente cresciuto a pane e rock ‘n’ roll.
Tra vecchio continente e nuovo mondo: la percezione della musica
Essere definito il “virtuoso dei due mondi” offre a Matteo una prospettiva privilegiata sulle differenze tangibili tra il pubblico europeo e quello d’oltreoceano. Quando gli si chiede di tracciare un parallelo tra l’Italia e gli Stati Uniti, Mancuso sfuma i contorni netti: lo zoccolo duro dei suoi ascoltatori, in fondo, rimane sorprendentemente omogeneo, composto per lo più da musicisti e appassionati profondamente devoti allo strumento. Eppure, una sottile ma cruciale divergenza culturale esiste.
«Secondo me c’è un po’ più di interesse per la musica strumentale in America, semplicemente perché la gente è più abituata ad ascoltarla», osserva Matteo. Non si tratta di una mancanza di calore da parte del pubblico europeo, quanto di una diversa stratificazione storica: negli Stati Uniti le nicchie musicali si sono sviluppate con maggiore capillarità e il rock, unito alle sue declinazioni strumentali, vi trova da sempre la sua patria d’elezione.
A questo si aggiunge un fattore affascinante, specialmente quando si suona lungo la East Coast: il peso dell’identità. Lontano dai vecchi stereotipi, l’essere italiano negli USA è vissuto come un autentico valore aggiunto. «C’è una sorta di rispetto per l’italiano», racconta Matteo, sottolineando come l’italianità sia percepita come un plus, un marchio di passione e dedizione che richiama alla mente icone del passato e consolida quel ponte immaginario che lega la Sicilia alle grandi metropoli americane.
Ma la vera, vertiginosa differenza tra i due continenti, Matteo l’ha colta fuori dal palcoscenico, abbracciando appieno la filosofia del viaggio on the road. Lontano dalle logiche dei voli low-cost europei, il tour americano è stato affrontato macinando chilometri a bordo di un van. «È stato bellissimo vedere quanto l’America sia grande rispetto all’Europa», racconta con lo stupore di chi ha misurato fisicamente la vastità del Nuovo Mondo. «Lì, quattro ore di macchina non sono niente; in Europa, in quattro ore sei già in un altro Stato».

Sipario
Il tempo a nostra disposizione giunge al termine. L’adrenalina della “data zero” inizia a farsi palpabile e Matteo si deve allontanare per prepararsi e trovare la giusta concentrazione. Ci salutiamo ringraziando molto per il tempo che ci ha dedicato, lasciando che il chiacchiericcio del foyer sfumi nel silenzio carico d’attesa della sala.
Poco dopo, le luci del Teatro Garibaldi si abbassano. Quando il trio – completato dalla formidabile sezione ritmica di Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria – prende posto sul palco e le dita di Mancuso sfiorano le prime corde senza l’ausilio di alcun plettro, la teoria lascia il posto all’emozione pura. È la magia del concerto dal vivo, quell’imperfezione umana e vibrante che rende ogni spettacolo unico.
Mentre il suono avvolge la platea e la prima nota distorta squarcia l’aria, ripenso alla nostra chiacchierata. In fondo, è proprio questo contrasto a definire Matteo: vive in un luogo dove il tempo sembra scorrere più lento, ma le sue dita sulla chitarra viaggiano alla velocità della luce. E mentre molti inseguono l’altrove, lui stasera, su questo palco siciliano, dimostra che si può restare e, allo stesso tempo, arrivare lontanissimo.
Giuseppe D’Agata
Il concerto: un trionfo di adrenalina pura
L’impatto frontale del trio composto da Matteo Mancuso, Riccardo Oliva e Gianluca Pellerito si traduce immediatamente in una scarica di adrenalina pura. Il concerto non è una semplice esibizione, ma un viaggio ad alta velocità tra tecnica ed emozione.
Il baricentro ritmico della serata è un Gianluca Pellerito in stato di grazia: visibilmente elettrizzato, il batterista percuote il kit con una foga agonistica tale da sembrare intenzionato ad abbatterlo, garantendo una spinta propulsiva esaltata dal groove monumentale di Oliva al basso. In questo uragano sonoro, Matteo Mancuso si conferma un’entità superiore, mantenendo una pulizia esecutiva ineccepibile anche nei passaggi più complessi.
L’impatto del trio è potenziato da una sapiente stratificazione di effetti che espandono il perimetro timbrico del live, il tutto disciplinato dal rigore del metronomo in cuffia. Una precisione millimetrica, necessaria per governare la complessità delle strutture e l’interazione con i campionamenti.
Il set si rivela un crescendo inarrestabile: dalle architetture epiche di The Great Wall alla freschezza solare di Isla Feliz, fino ai dieci minuti di Spain, dove il tributo a Chick Corea tocca vette di lirismo cristallino. Il pubblico risponde con ovazioni scroscianti, che esplodono definitivamente durante i bis trascinanti di The Chicken e Black Centurion. Mancuso non si limita a eseguire: il suo divertimento è visibile e contagioso, una gioia comunicativa che arriva dritta alla platea, condita dal consueto, sbalorditivo virtuosismo.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.008/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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