La storia della direzione d’orchestra tedesca e austriaca non è soltanto la storia di grandi interpreti, ma anche quella di un’idea della musica. Tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, il direttore d’orchestra assunse progressivamente il ruolo di mediatore tra il testo scritto e il suono vivente, trasformandosi da semplice coordinatore a vero e proprio interprete. La tradizione austro-tedesca sviluppò una concezione del gesto fondata sulla centralità della partitura, sulla continuità storica e sulla ricerca di un significato profondo dell’opera musicale
I dieci ascolti qui proposti e che mettiamo a disposizione dei nostri lettori attraverso altrettante tracce da poter scaricare, non rappresentano semplicemente dieci esecuzioni esemplari. Essi costituiscono altrettante prospettive sul problema interpretativo. Dal classicismo rigoroso di Felix Weingartner alla tensione metafisica di Wilhelm Furtwängler, dalla monumentalità di Otto Klemperer alla spiritualità di Hans Knappertsbusch, fino all’intelligenza analitica di Hermann Scherchen, emerge un panorama sorprendentemente vario, nel quale ogni direttore sviluppa un proprio rapporto con il tempo, con il suono e con l’architettura musicale. Da ciò si può ben comprendere come l’ascoltatore sia dunque invitato non soltanto a seguire la musica, ma ad ascoltare il modo in cui essa è stata pensata da questi grandi interpreti. E proprio a ventisette grandi direttori tedeschi e austriaci della prima metà del Novecento ho voluto dedicare un saggio, dal titolo All’ombra dei giganti. La direzione d’orchestra in Germania e in Austria (1900-1950) e che trovate allegato a questo numero della rivista.
01) Ludwig van Beethoven – Symphony No. 5 in C minor, Op. 67 – Allegro con brio – Felix Weingartner, London Philharmonic Orchestra (registrato tra il 31 gennaio e il 2 febbraio 1933 allo Studio 1, Abbey Road, Londra) [08.09]
La presenza dell’austriaco Weingartner all’inizio della playlist non è casuale. Egli rappresenta infatti il punto di congiunzione tra il XIX secolo e la moderna interpretazione orchestrale. Allievo di Liszt e contemporaneo di Hans von Bülow, fu uno dei primi direttori a rifiutare la tradizione delle manipolazioni arbitrarie del testo. Nell’Allegro con brio della Quinta di Beethoven colpisce anzitutto la chiarezza ritmica. Il celeberrimo motivo iniziale non viene enfatizzato con rallentandi o deformazioni retoriche. Tutto procede con una logica implacabile, quasi classica. Per l’ascoltatore moderno, abituato alle interpretazioni più drammatiche di Furtwängler o Karajan, questa lettura può apparire sorprendentemente sobria. Eppure, proprio in questa sobrietà risiede la sua grandezza. Weingartner lascia parlare Beethoven senza sovrapporre una personalità ingombrante. È uno dei primi esempi di quella fedeltà al testo che caratterizzerà gran parte della direzione del Novecento.
02) Anton Bruckner – Symphony No. 9 in D minor (Haas edition) – Scherzo. Bewegt, lebhaft – Trio. Schnell – Wilhelm Furtwängler, Berliner Philharmoniker (registrato dal vivo il 7 ottobre 1944 alla Philharmonie di Berlino) [09.31]
Registrato nel pieno della guerra, questo documento appartiene alle testimonianze più impressionanti della storia discografica. Lo Scherzo della Nona di Bruckner diventa nelle mani di Furtwängler una visione apocalittica. Il direttore non concepisce la partitura come una costruzione architettonica immobile, bensì come un organismo vivente. I tempi si dilatano e si contraggono continuamente, seguendo una logica interna difficilmente descrivibile in termini puramente tecnici. Qui, bisogna prestare attenzione alla straordinaria elasticità del ritmo. Nulla appare meccanico, poiché ogni frase sembra nascere spontaneamente dalla precedente. Gli ottoni berlinesi, registrati in condizioni tecniche tutt’altro che ideali, assumono una forza quasi profetica. È come se l’intera civiltà musicale tedesca si esprimesse attraverso questo linguaggio estremo. Più che un’esecuzione di Bruckner, è una testimonianza storica e spirituale.
03) Wolfgang Amadeus Mozart – Symphony No. 41 in C Major, K. 551 “Jupiter” – Molto allegro – Bruno Walter, Wiener Philharmoniker (registrazione del 1938) [06.35]
Se Furtwängler ha rappresentato la dimensione tragica della tradizione tedesca, Bruno Walter ne ha, al contrario, incarnato il volto umanistico. Nel finale della Sinfonia “Jupiter” emerge una concezione mozartiana basata sull’equilibrio e sulla naturalezza. Walter evita qualsiasi monumentalizzazione, con le cinque linee contrappuntistiche della coda conclusiva che si intrecciano con una leggerezza quasi cameristica. Così, l’impressione generale è quella di una musica che respira liberamente. Ascoltando questa registrazione del 1938, realizzata alla vigilia della catastrofe europea, si percepisce ancora il legame diretto con la Vienna di Mahler. Walter aveva infatti lavorato accanto al compositore e rappresentava una continuità storica ormai destinata a scomparire.
04) Ludwig van Beethoven – Symphony No. 3 In E-Flat Major, Op. 55 “Eroica” – Marcia funebre – Otto Klemperer, Philharmonia Orchestra (registrato il 3 & 4 ottobre e il 17 dicembre 1955 alla Kingsway Hall, Londra) [14.43]
La Marcia funebre dell’Eroica è forse il miglior punto d’ingresso nell’universo di Klemperer. Il direttore tedesco affronta Beethoven come un architetto. Ogni frase è scolpita nella pietra. I tempi sono ampi ma mai statici. La tensione deriva non dall’enfasi espressiva, bensì dalla solidità della costruzione. Si presti attenzione al modo in cui Klemperer organizza i grandi climax. Nulla è lasciato all’improvvisazione. L’intera struttura sembra procedere verso un destino inevitabile. Questa interpretazione esercitò una profonda influenza sulle generazioni successive, dimostrando che monumentalità e rigore possono convivere perfettamente.
05) Richard Wagner – Parsifal: Vorspiel – Act 1 – Hans Knappertsbusch, Bayreuther Festspiele Orchester (registrazione dal vivo a Bayreuth, 1962) [12.00]
Per molti appassionati, Knappertsbusch rappresenta l’essenza stessa del Wagner bayreuthiano. Il preludio di Parsifal viene eseguito con tempi estremamente distesi. A un primo ascolto si potrebbe pensare a una lentezza eccessiva. In realtà, Knappertsbusch cerca qualcosa di diverso: la sospensione del tempo. La musica sembra emergere lentamente dal silenzio, come un rito liturgico. Particolarmente impressionante è la gestione delle dinamiche. I crescendo non sono effetti spettacolari, ma processi organici che si sviluppano con assoluta naturalezza. Nell’ascolto, bisogna lasciarsi trasportare senza cercare una tensione narrativa immediata. Qui, la musica non racconta una storia: crea uno spazio spirituale.
06) Anton Bruckner – Symphony No.4 in E-flat Major, WAB 104 “Romantische” – Bewegt, nicht zu schnell – Oswald Kabasta, Münchner Philharmoniker (registrato dal vivo il 30 giugno 1943) [16.02]
Kabasta è oggi uno dei direttori meno conosciuti della tradizione tedesca, ma questa registrazione dimostra il suo valore eccezionale. La Quarta di Bruckner viene affrontata con un’energia quasi brutale. Il celebre tema del corno iniziale non possiede il carattere contemplativo che si ritrova in un Eugen Jochum o in un Sergiu Celibidache. È invece il punto di partenza di una costruzione drammatica poderosa. La Philharmoniker di Monaco produce un suono scuro, compatto e fortemente caratterizzato. L’ascolto di questo primo tempo della sinfonia deve concentrarsi sul senso della progressione. Kabasta mantiene una tensione costante per l’intera durata del movimento, evitando qualsiasi cedimento sentimentale. Il risultato è, in assoluto, uno dei documenti più impressionanti del Bruckner novecentesco.
07) Johannes Brahms – Symphony No. 4, Op. 98 – Allegro energico e passionato – Hermann Abendroth, Rundfunk-Sinfonieorchester Leipzig (registrato nel 1955) [10.20]
Abendroth rappresenta una delle figure più sottovalutate del dopoguerra tedesco, ma ascoltando il primo tempo della Quarta di Brahms colpisce la combinazione tra energia e flessibilità. I tempi sono sostenuti, ma il fraseggio conserva una naturale cantabilità. A differenza di Klemperer, Abendroth ricerca una maggiore libertà espressiva. La struttura rimane sempre chiara, ma il discorso musicale appare più spontaneo. Particolarmente interessante è il trattamento delle transizioni. I passaggi tra le diverse sezioni avvengono senza fratture, creando una continuità narrativa molto efficace.
08) Ludwig van Beethoven – Symphony No. 9, Op. 125 “Choral” – Molto vivace – Carl Schuricht, Orchestre de la Société des Concerts du Conservatoire (registrato nella Salle Wagram di Parigi nel 1958) [11.18]
Schuricht è stato probabilmente il più antiromantico dei grandi direttori tedeschi. Nel celebre Scherzo della Nona di Beethoven emerge una visione sorprendentemente moderna. I tempi sono rapidi, l’articolazione è nitida e le linee orchestrali risultano perfettamente leggibili. Molti aspetti anticipano addirittura la futura prassi storicamente informata. Per comprendere meglio il gesto di Schuricht si deve prestare attenzione alla leggerezza delle figurazioni ritmiche. Il direttore tedesco evita qualsiasi pesantezza e restituisce alla musica un carattere danzante spesso trascurato da altri interpreti. Si può affermare, senza il timore di essere smentiti, che siamo di fronte a un Beethoven che guarda avanti anziché indietro.
09) Pyotr Ilyich Tchaikovsky – Romeo and Juliet Overture-Fantasia – Leo Borchard, Berliner Philharmoniker (registrato dal vivo a Berlino nel 1945) [22.30]
La vicenda umana di Leo Borchard conferisce a questa registrazione un significato particolare. Pochi mesi dopo questo concerto, il direttore, che aveva assunto la guida dei Berliner quando ancora la capitale tedesca era in macerie, venne ucciso accidentalmente da una pattuglia americana a Berlino. L’ouverture-fantasia di Čajkovskij testimonia un talento straordinario. Borchard possiede una capacità narrativa eccezionale. Le sezioni liriche e quelle drammatiche si alternano con grande naturalezza. I Berliner Philharmoniker del 1945 non sono ancora l’orchestra che diventeranno sotto Karajan, ma conservano una qualità timbrica impressionante. L’ascolto permette di immaginare quale sarebbe potuta essere la storia della direzione tedesca se Borchard avesse avuto il tempo di sviluppare pienamente la propria carriera.
10) Johann Sebastian Bach – Brandenburg Concerto No. 3 in G Major BWV 1048 – Hermann Scherchen, Orchester Der Wiener Staatsoper (registrato nel 1960) [15.08]
La playlist si conclude significativamente con Scherchen, il più anticonvenzionale tra tutti i direttori presentati. La sua lettura del Terzo Concerto Brandeburghese anticipa molte delle intuizioni che verranno sviluppate dalla prassi storicamente informata negli anni successivi. I tempi sono vivaci, l’articolazione è incisiva e la trama contrappuntistica appare straordinariamente trasparente. Scherchen rifiuta il Bach monumentale e romantico ancora dominante nella prima metà del Novecento, con ogni linea che mantiene saldamente una propria individualità senza compromettere la coesione dell’insieme. Anche in questo caso, la lettura fatta non volge lo sguardo interpretativo verso un passato, soprattutto romantico, che deforma la sostanza della struttura, ma a un “oggettivismo” analitico capace di offrire un Bach squisitamente “geometrico”.
Questi dieci ascolti permettono, dunque, di attraversare quasi un secolo di storia interpretativa. Dal classicismo razionale di Weingartner alla spiritualità di Knappertsbusch, dall’umanesimo di Walter all’analitica modernità di Scherchen, emerge la straordinaria varietà della tradizione direttoriale tedesca e austriaca. Non esiste infatti un unico “gesto tedesco”, ma convivono molteplici modi di concepire il rapporto tra direttore, partitura e orchestra. Ciò che accomuna queste figure è piuttosto la convinzione che l’esecuzione musicale sia un atto di responsabilità culturale e non una semplice esibizione tecnica. Ecco perché, ascoltando queste registrazioni, si può percepire come ogni direttore abbia cercato una risposta personale alla medesima domanda: come trasformare i segni della partitura in esperienza viva. È questa ricerca, più ancora delle differenze stilistiche, a costituire la vera eredità della grande scuola austro-tedesca della direzione d’orchestra.
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Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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