Alfredo Di Pietro ci racconta la storia di questo leggendario progettista bolognese che, trasferitosi a Torino, ha dapprima dato vita alla STEG e poi a una piccola azienda che porta il suo nome e che, ancora oggi, produce preamplificatori e finali di potenza esoterici, con gli appassionati che sono disposti ad aspettare anni prima di riceverli. 

È una lunga storia quella di Bartolomeo Aloia, bolognese di nascita, uno dei progettisti di alta fedeltà più gloriosi e importanti che abbiamo nel nostro Paese, immune da una sorta di autoisolamento integralista per la sua disposizione all’insegnamento e alla divulgazione. Una genialità precoce la sua, incubata già da ragazzo di scuola media, quando giocherellava insieme con i suoi compagni con dei piccoli apparecchi della Scuola Radio Elettra. Giunto al liceo, alle prese con le prime nozioni di fisica, cercò di riprodurre nel suo laboratorio romano ciò che acquisiva di volta in volta con i suoi studi. Iniziò così a ritagliarsi degli spazi di sperimentazione studiando, per esempio, il rocchetto di Ruhmkorff con un amico, avvolgendo volenterosamente le spire, così come con la famosa bobina di Nikola Tesla. Tutto ciò avvenne tra le quattro mura di un locale, spinto dalla predisposizione a realizzare un qualcosa di personale. In realtà, essendo studente, dedicò a questi esperimenti solamente la metà del tempo di cui disponeva, mentre l’altra metà la consacrò all’astronomia, la grande passione della sua vita. 

Uno scorcio del laboratorio torinese di Bartolomeo Aloia.

Sulla scorta di queste esperienze fatte in elettrotecnica, più che in elettronica, la sua attività nell’alta fedeltà è iniziata successivamente, quando ha terminato gli studi liceali. Un approccio che prese il via con il primo apparecchio costruito, il preamplificatore VAP2 della famosa Heathkit americana, abbinato a un finale con due valvole EL84, con sua moglie che, all’epoca, gli consentì di tenere in salotto una grossa cassa che montava un altoparlante Philips da trenta centimetri. Il percorso dell’alta fedeltà si è poi materializzato quando, arrivato a Torino, Aloia si è messo a costruire apparecchi insieme con un amico in un garage, finché un bel giorno il grande importatore Reinaudo Leini, essendo venuto a sapere da un conoscente che il giovane progettista bolognese faceva questo tipo di sperimentazioni, gli mise in mano un amplificatore ERA, una marca molto famosa a quei tempi. Con Leini, parliamo dell’importatore più grande in Italia a quei tempi, foriero di marchi come Klipsch, Marantz, McIntosh, Altec Lansing, Audio Research, Phase Linear, Magneplanar. Si può dire che tutti i prodotti arrivati in Italia sono passati da lui, in seguito magari anche da altri, ma è indubbio che lui sia stato il primo, tra l’altro amico personale di Paul Wilbur Klipsch, colonnello dell’esercito americano e creatore d’importanti diffusori.

Così, pur continuando la sua occupazione primaria, che in quegli anni era di militare, la sera Bartolomeo Aloia lavorava in laboratorio, all’insegna di una schietta ecletticità. A un certo punto, con il suo amico decise di chiamare quest’ipotetica, ancora inesistente ditta con il nome di STEG. Alla fine (era il 1970), decise di lasciare l’impiego nell’esercito per dedicarsi completamente a questo marchio appena fondato, con sede a Torino, in via Madama Cristina 14. In questo luogo è venuto alla luce il primo grande amplificatore del marchio, l’ST-200, frutto di un’azienda all’inizio votata alla sonorizzazione di locali da ballo e discoteche e che allo stesso tempo prestava assistenza tecnica per Reinaudo Leini. Anzi, la scintilla ideale scoccò proprio da quest’ultima attività: a forza di riparare apparecchi, Aloia e il suo socio si chiesero se magari non fosse il caso di progettarne e di produrne in proprio.

Il glorioso preamplificatore STEG SL 01 con il finale di potenza STEG ST-200 BL.

Così, dopo aver dato vita all’ST-200 nel 1972, l’anno successivo l’azienda si trasferì in uno spazio in Corso Giambone 63, destinato a diventare la sede storica della STEG, un locale di quattrocento metri quadri dove sostanzialmente prese avvio la storia della produzione di elettroniche, quella che in seguito si è vista e si è sviluppata nel panorama dell’alta fedeltà. Il modello ST-200 fu molto d’élite, ne furono prodotti pochi, solo un paio di decine. Continuando a essere sempre “discotecari”, Aloia e il socio costruivano amplificatori per quell’uso di diversa taglia, in base al tipo e alle dimensioni del locale cui erano destinati. Diverso è il discorso per il successivo ST-400, un amplificatore double-face, se così possiamo dire, vale a dire votato per un uso sia domestico sia professionale. L’attività del marchio andò avanti sino al 1978, quando cominciò ad affacciarsi il cosiddetto “esoterismo”, concepito come un’alta fedeltà riservata a pochi eletti, una sorta di Hi-End ante litteram.

Un’altra delle “creature” del progettista bolognese, il finale di potenza Bartolomeo Aloia ST-240.
Il risultato successivo all’ST-240, l’amplificatore finale di potenza ST-260.

A quel punto, Bartolomeo Aloia comprese che stava finendo una fase storica dell’Hi-Fi, lasciò la STEG e si mise a lavorare da solo battezzando questa nuova realtà con il suo nome e cognome. Così, la sede si spostò in via Montevecchio 19, sempre nel capoluogo piemontese. Anche lì non furono in tanti a lavorare, solo cinque persone nel punto più intenso della produzione, ma in quel momento nacquero le cose più sofisticate partorite dalla sua mente di geniale progettista. Per la prima volta in Italia fu implementato il Totem Pole, una tipologia circuitale che prevede un transistor PNP e un NPN disposti a emettitore comune, con le basi accoppiate insieme, in cui il segnale d’uscita veniva prelevato dall’emettitore dell’NPN e dal collettore del PNP. Poi, circa quarant’anni fa, l’“Archimede” dell’Hi-Fi italiano introdusse un altro importante circuito, tutt’ora valido, definito “Topoibode”, abbreviazione di Totem-Pole-Ibrid Cascode, una configurazione di sua invenzione adibita esclusivamente alla preamplificazione fonografica di testine MC. Pochissimi, in realtà, lo hanno usato. Tornando al Totem Pole, quest’ultimo guadagnava tremila volte nella versione MC e quattrocento volte in quella MM. 

Quando fu abbandonata la STEG e introdotto il nuovo marchio Bartolomeo Aloia, l’attività nel campo delle discoteche si ridusse grandemente, limitandosi solo ad alcune in quanto il lavoro principale rimaneva quello delle apparecchiature esoteriche, a cominciare dal finale di potenza ST-260, del quale ne furono fatti quattro prototipi, quando la ditta era già in via Montevecchio, e venduti poi a una discoteca. Diventando sempre più importante e apprezzata, la ditta di Bartolomeo Aloia iniziò a esportare anche in Germania, un rapporto commerciale che in seguito venne interrotto perché l’importatore, pensando di essere un furbo, si era messo a produrre lui stesso gli apparecchi progettati da Aloia. Finito il capitolo con il mercato tedesco, ormai siamo arrivati agli ultimi anni di attività del nostro “Archimede”. Così, dopo l’ST-400 hanno preso vita in via Montevecchio gli apparecchi ultraesoterici: alcuni preamplificatori, il finale di potenza ST-2000, ST-2001, l’ST-2001 Millenium, che vedeva assemblati nello stesso telaio due ST-2001, oggetti ancora oggi di tutto rispetto. In realtà, nel Millenium i telai erano tre, se contiamo anche quello di pilotaggio in tensione e quello di alimentazione. Parlando del finale monofonico ST-2001, questo si presentava come un blocco unico, imponente nelle dimensioni e nel peso, inglobante sia la parte di amplificazione in tensione sia quella di alimentazione e di potenza, al punto da impegnare non meno di tre persone per manovrarlo e posizionarlo negli ambienti di ascolto. Infine, l’ST 2001 Renaissance, un vero colosso, finale monofonico top di gamma di Bartolomeo Aloia. Circuitalmente configurato come un ibrido, con stadio d’ingresso a valvole (tre 6072 e una 6SN7) e stadio d’uscita a stato solido, si tratta di una monumentale torre di quasi novanta chili di peso! Attualmente, Bartolomeo Aloia non s’impegna più in produzioni di serie, ma costruisce un apparecchio alla volta solo su ordinazione, potendo contare sulla collaborazione di un solo aiutante.

La coppia di mastodontici diffusori Bartolomeo Aloia Apocalipse Now.

È il caso dello Jepun, un preamplificatore dalle caratteristiche molto particolari, che ho avuto il piacere e l’onore di ricevere per una recensione. E poi l’amplificatore finale di potenza Antu-2000, presente nel suo laboratorio e non ordinato da nessuno, protagonista di un memorabile ascolto con i diffusori Mini Apocalipse Now in fase di prototipo. Bartolomeo mi confessa di ricevere quel minimo di ordini necessari per tenere in piedi quella che lui chiama “baracca”, con i suoi relativi costi. Lo Jepun, dice orgogliosamente, è un colpo di genio, mentre il diffusore prototipo che ho appena citato lo ritiene un colpo di “culo”. Anche il preamplificatore a valvole ha una sua storia. Aloia non aveva mai progettato oggetti valvolari e non voleva farli perché riteneva ormai obsoleto questo dispositivo, finché un suo grande amico, Giorgio Converso, purtroppo scomparso, gli confessò che si era messo a fare amplificatori a tubi, una scelta che al tempo il progettista bolognese trovò alquanto balzana, in quanto le valvole nel 1974 erano ormai considerate ampiamente superate. Ma, incuriosito dai risultati di Converso, a un certo punto anche il nostro “Archimede” iniziò a prendere in mano i tubi termoionici e, alla fine, concepì un finale da 50 Watt con otto valvole che riscosse un notevole successo di vendite, in proporzione alla dimensione microscopica della ditta. E, a proposito di successo, basterà qualche esempio per capirne la portata, a cominciare da un appassionato di Siracusa che è partito dalla sua città per andare fino in Alto Adige per comprare questo finale valvolare e che recentemente ha acquistato due ST-2001 che Aloia aveva venduto a un audiofilo nei primi anni del 2000. E poi un chirurgo di Milano che ha addirittura atteso tre anni per averlo, tanto per far comprendere come intorno a questi apparecchi si sia ormai creata un’aura quasi di mito.

Una delle ultime realizzazioni dell’“Archimede” dell’Hi-Fi italiano, il finale di potenza Bartolomeo Aloia ST-2001 Millenium.

Non esiste una sola filosofia circuitale alla quale Aloia sia più devoto, in quanto ce ne sono diverse a seconda della tipologia di elettronica; personalmente, il progettista bolognese è convinto che la qualità del suono ami la semplicità e che di conseguenza negli apparecchi giapponesi con una moltitudine di transistor questa sia a rischio. Per far capire ciò, Aloia porta come esempio proprio lo Jepun, un preamplificatore basato su un FET che non lavora in tensione ma in corrente. Nella sua esperienza, l’“Archimede” dell’Hi-Fi italiano ha constatato che le elettroniche così concepite suonano meglio di quelle che amplificano in tensione. Il suo secondo principio è quello di evitare ogni forma di controreazione, senza dimenticare ciò che hanno appurato dei recenti studi condotti sull’orecchio, i quali hanno dimostrato che quest’organo presenta delle distorsioni intrinseche. Ne consegue che se la nostra elettronica ha una forma di distorsione simile a quella dell’orecchio, il suo suono sarà ben accetto. Come lo sono gli straordinari apparecchi che Bartolomeo Aloia ha saputo creare nel corso del tempo e che i pochi, fortunati proprietari si tengono gelosamente ben stretti. Beati loro!

Alfredo Di Pietro

 

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