Cominciamo con l’ultimo lavoro di Jonathan Blake, batterista di raccordo fra la tradizione bop e le nuove tendenze dalla BAM; si prosegue con un personaggio tutto da scoprire: la trombonista Kalia Vandever. Poi, un album inedito di McCoy Tyner, registrato a Perugia nel 1993, e un disco che conferma la statura artistica di Joe Lovano. Infine, una riedizione di Plays Michelle di Oliver Nelson e una registrazione italiana di Chet Baker
My Life Matters rappresenta per Johnathan Blake una vasta riflessione musicale in cui la dimensione privata e familiare si salda alla necessità civile di dare voce alle ferite ancora aperte della discriminazione razziale e della violenza sociale. Blake guida un quintetto formato dal sassofonista Dayna Stephens, dal vibrafonista Jalen Baker, dal pianista Fabian Almazan e dal contrabbassista Dezron Douglas, una compagine che trova la propria forza nell’ascolto reciproco e nella capacità di sviluppare un linguaggio collettivo ricco di sfumature. Il contributo degli ospiti DJ Jahi Sundance, Bilal, Muna Blake e John Blake amplia ulteriormente la prospettiva del disco, introducendo elementi legati alla parola, all’elettronica, alla manipolazione sonora e alla tradizione afroamericana. La struttura dell’album alterna sei composizioni di ampio respiro a otto interludi, secondo una disposizione formale che richiama il modello della suite contemporanea.
L’apertura affidata a Broken Drum Circle For The Forsaken stabilisce immediatamente le coordinate dell’intero progetto. Le manipolazioni dei giradischi di DJ Jahi Sundance dialogano con il lavoro percussivo di Blake, il quale dispone una vasta gamma di colori ritmici mediante una batteria che non assolve soltanto una funzione propulsiva, ma diventa una vera voce narrante. Lo stesso principio domina Can You Hear Me? (The Talking Drums Have Not Stopped), episodio solistico in cui pelli, metalli e risonanze percussive danno forma a un grido rituale, una chiamata ancestrale che rimanda alle tradizioni africane dei talking drums e alla loro funzione comunicativa. Last Breath, dedicata alla memoria di Eric Garner, sviluppa una complessa dialettica metrica tra la scansione iniziale in cinque quarti e il successivo approdo a un andamento in quattro quarti di matrice swingante. Jalen Baker disegna una traiettoria vibrafonica di estrema eleganza, segnata da una leggerezza quasi cameristica, mentre l’EWI di Dayna Stephens conforma una dimensione più astratta, con un profilo acustico che oscilla tra respiro elettronico e vocalità strumentale. Il ritorno alla cellula ritmica originaria permette a Fabian Almazan di elaborare un intervento pianistico fitto di variazioni armoniche e di raffinati spostamenti dinamici. Le pagine centrali My Life Matters e Can Tomorrow Be Brighter? sanciscono il nucleo concettuale dell’intero album. La prima sviluppa un tema dall’immediata forza affermativa, sostenuto da una pulsazione ritmica energica e da una scrittura che lascia ampio spazio al dialogo improvvisativo tra Stephens e Baker. La sezione centrale, arricchita da inflessioni latine e da un accurato gioco di contrappunti armonici, mette in luce la sensibilità compositiva di Blake e la capacità del gruppo di mantenere un saldo equilibrio tra libertà improvvisativa e coerenza formale. Can Tomorrow Be Brighter? ritorna alla metrica dispari, facendo leva su un ostinato del basso che alimenta un progressivo accumulo energetico. La batteria non si limita a sorreggere il movimento generale, ma modella il flusso interno della composizione sulla scorta di continue variazioni di accento, aperture dinamiche e sottili modificazioni del peso ritmico. Il lungo intervento al tenore di Stephens raggiunge una notevole intensità espressiva grazie a un fraseggio ampio, mobile e interiormente articolato. Un differente registro emotivo caratterizza Requiem For Dreams Shattered. Fabian Almazan ne apre il percorso con un’introduzione pianistica vicina alla forma dell’orazione musicale, arricchita dall’impiego dell’elettronica. La successiva evoluzione del componimento accoglie figure tematiche dal forte potere evocativo, sulle quali la voce di Bilal inserisce una dimensione umana e spirituale di grande rilievo. Il soprano di Stephens completa il quadro con una linea melodica capace di alternare fragilità e tensione espressiva.
Gli interludi possiedono una densità concettuale non inferiore alle composizioni maggiori. I Still Have A Dream accosta il pizzicato di Dezron Douglas alla parola recitata di Muna Blake, che interpreta il testo scritto dalla madre Rio Sakairi, generando una meditazione sul ricordo e sull’eredità morale. That Which Kills Us Makes Us What? si presenta come un’elegia elettronica affidata all’EWI, una breve riflessione sonora dalla forte impronta meditativa, mentre We’ll Never Know (They Didn’t Even Get To Try) trova la propria linfa in un valzer intriso di linguaggi soul e gospel, con richiami alla tradizione di Ray Charles e Billy Joel senza rinunciare a una voce autonoma. La qualità di My Life Matters risiede soprattutto nella capacità di traslare il jazz contemporaneo in un luogo di elaborazione storica e umana. Blake non utilizza la musica come semplice veicolo di denuncia, poiché ogni scelta compositiva nasce da una riflessione accurata sulla forma, sul ritmo, sulla memoria collettiva e sul significato del suono come atto di presenza.

Johnathan Blake – My Life Matters
CD Blue Note – 00602475854784
Con Another View, Kalia Vandever prosegue nella sua parabola ascendente attraverso un linguaggio che affonda le radici nella tradizione del trombone jazzistico, ma che si apre costantemente a una visione personale, nutrita da ascolti eterogenei e da una sensibilità compositiva che privilegia la forma lunga, la gradualità del gesto e la cura del dettaglio. L’album conferma questa direzione, offrendo un quadro in cui la trombonista elabora materiali essenziali e li trasforma in strutture di sorprendente coerenza. La scelta di un organico ridotto – trombone, chitarra, contrabbasso e batteria – permette a Vandever di lavorare su una gamma di colori controllata, dove ciascun intervento assume un peso specifico: Mary Halvorson alla chitarra, Kanoa Mendenhall al basso e Kayvon Gordon alla batteria garantiscono un sostegno mobile, capace di passare da una pulsazione trattenuta a un moto più irregolare, sempre con una precisione che lascia respirare la linea principale. L’itinerario sonoro di Another View si annuncia come un percorso che si apre su un’immagine incrinata, delineando questa ratio con accordi di chitarra che richiamano una bossa nova deformata, quasi un’eco lontana che si incrina e si ricompone. Staring At The Cracked Window procede come un’inquadratura lenta su un vetro segnato da linee irregolari, con la chitarra di Mary Halvorson che disegna accordi simili a riflessi deformati, frammenti di luce che cambiano direzione a ogni battito. Il trombone di Vandever entra come un soffio caldo che innerva queste figure spezzate e le trasforma in un afflato narrativo più ampio, dando all’intreccio tematico la sensazione di un pensiero che si ricompone passo dopo passo. Da questa prima immagine si passa alla logica trattenuta di Withholding, la quale ribalta la prospettiva. Qui è il trombone a stabilire il nucleo generativo, un intervallo discendente che Halvorson riprende e converte in un disegno insistito, innescando una tensione che non punta alla risoluzione immediata. Cycle In Mourning approfondisce questa dimensione con l’unisono tra arco e trombone che genera un colore scuro, simile a un tessuto spesso che avvolge l’ascoltatore. Unearth What You Already Knew lavora invece su un’attesa prolungata, su un avanzare che sembra trattenere il proprio sviluppo per poi liberarlo con misura. La chitarra costruisce un motivo regolare, quasi un impulso sotterraneo, mentre il trombone emerge gradualmente come un ricordo che riaffiora da lontano. Il percorso si chiude con In My Dream House, che assume il carattere di una confessione intima, dal carattere più lirico, quasi una ballad. Vandever modella la melodia come se percorresse le stanze di una casa immaginaria, soffermandosi su dettagli che cambiano colore a ogni passaggio, mentre la chitarra accompagna con discrezione, come un’eco che segue i movimenti della protagonista. Kalia Vandever prosegue così un cammino che unisce consapevolezza tecnica, immaginazione e una non comune versatilità nell’ascolto reciproco, consegnando un disco che invita a ritornare, a cogliere dettagli nascosti e a seguire la traiettoria di un pensiero in pieno mutatis mutandis.

Kalia Vandever – Another View
CD Northern Spy – NS 176
Il percorso artistico, che arriva fino agli anni Novanta e alle più recenti riscoperte archivistiche, ha consacrato Tyner nel ruolo di custode e continuatore di una tradizione modernista intramontabile. La sua attività si è declinata con pari autorevolezza nel rigore del piano solo, nella flessibilità del trio e nella magniloquenza della big band, confermando una coerenza stilistica impermeabile alle mode effimere. Documenti storici emersi di recente, tra cui spicca l’album dal vivo The Seeker (Live At Umbria Jazz Festival) registrato nel 1993, dimostrano come la sua prodigiosa forza d’impatto sia rimasta inalterata nel tempo. Proprio in questo panorama di feconda maturità si inserisce a pieno titolo questo disco, un documento sonoro di eccezionale valore storiografico che fissa un momento cruciale della parabola tardo-novecentesca del pianista. Registrato il 17 luglio 1993 nella cornice del Teatro Morlacchi di Perugia, l’album cattura l’essenza di un concerto sino ad ora rimasto inedito, restituendo la vibrante urgenza espressiva di un leader nel pieno possesso dei propri mezzi tecnici ed estetici. Tyner si avvale di una sezione ritmica di straordinaria empatia telepatica, composta dal contrabbassista Avery Sharpe e dal batterista Aaron Scott, in grado di assecondare le sue repentine impennate dinamiche. A impreziosire la performance interviene, in veste di ospite speciale, il vibrafonista Bobby Hutcherson; il contrasto timbrico tra il lirismo percussivo delle sue lamine metalliche e del sincretismo pianistico del leader genera una dialettica improvvisativa di rara e fulgida bellezza.
L’impalcatura della tracklist sulle quattro facciate del doppio vinile conforma una vera e propria architettura drammaturgica, studiata per preservare l’integrità delle ampie campate improvvisative tipiche delle esecuzioni tyneriane: il lato A funge da preludio e si apre con I Wanna Stand Over There, una composizione che evidenzia immediatamente la propulsione ritmica del trio, per poi deviare verso una dimensione più intima e confidenziale attraverso le repentine letture di I Should Care e Reflections. Quest’ultima, celebre gemma monkiana, viene affrontata con un rigore geometrico che ne decostruisce l’originale andamento melodico; il lato B è interamente occupato da Home, una monumentale suite di oltre quindici minuti in cui l’interazione tra il leader e la sezione ritmica si fa serrata, offrendo ad Avery Sharpe e ad Aaron Scott lo spazio necessario per sviluppare un dialogo poliritmico di matrice panafricana; il lato C introduce l’apporto timbrico del vibrafono di Bobby Hutcherson, aprendosi con la title track The Seeker, un brano in cui l’opulenza armonica del pianoforte si scontra e si fonde con la spiccata fluidità melodica del solista ospite. Segue Peresina, una complessa struttura modale che si dipana attraverso continui scambi di accenti e progressioni per quarte, esibendo una straordinaria tensione e un perfetto equilibrio formale; infine, il lato D suggella l’opera con un esteso medley, ossia How Deep Is the Ocean / Blues Stride. In questo epilogo, Tyner unisce l’esplorazione di un classico della canzone americana a una viscerale celebrazione delle radici del linguaggio jazzistico, riconducendo il flusso sonoro verso l’alveo del blues e dello stride piano, storicamente riletti alla luce della sua indomita modernità.
L’edizione curata da Marco Pennisi in formato doppio vinile da 180 grammi rappresenta un’operazione editoriale di assoluto pregio, finalizzata a valorizzare l’opera sia sotto il profilo squisitamente audiofilo sia come oggetto da collezione. La stampa analogica ad alta grammatura conferisce alla riproduzione una gamma dinamica estesa, indispensabile per restituire la complessità del caratteristico muro di suono tyneriano senza incorrere in fenomeni di saturazione acustica. Le frequenze gravi del contrabbasso di Sharpe acquistano una fisionomia tridimensionale, mentre lo spettro armonico superiore del pianoforte e del vibrafono conserva una trasparenza cristallina. Curata nei minimi dettagli, la veste grafica in edizione limitata e numerata a mano – corredata da un prezioso inserto iconografico – eleva questa pubblicazione a testimonianza definitiva di una notte magica, in cui la tradizione del post-bop si è fusa con la sacralità del modalismo sotto il cielo di Umbria Jazz.

McCoy Tyner – The Seeker (Live At Umbria Jazz Festival)
LP Red Records RR 123357-2 (copie audiofile numerate a mano)
Joe Lovano giunge a Paramount Quartet con l’autorevolezza di un musicista che non ricerca più conferme, pur mantenendo intatta la necessità di mettere alla prova il proprio linguaggio. L’incontro con Julian Lage, Asante Santi Debriano e Will Calhoun nasce da una sintonia profonda, evidente nella qualità dell’ascolto reciproco e nella libertà con cui ogni voce partecipa alla costruzione collettiva. Il sassofonista sviluppa un linguaggio nel quale eredità post-bop, mobilità modale e sensibilità cameristica convivono con naturalezza. La produzione di Manfred Eicher valorizza questa dimensione mediante una resa sonora nitida, capace di restituire il respiro dell’ensemble e la complessità delle sue relazioni interne.
First Song di Charlie Haden rivela immediatamente la direzione del quartetto. Lovano affronta il tema come uno spazio della memoria più che come uno standard. Il tenore procede con un fraseggio misurato, sostenuto dalle aperture armoniche di Lage, mentre Debriano abbandona il semplice ruolo di fondamento ritmico per introdurre movimenti mobili e Calhoun modella il dettaglio dinamico con una sensibilità quasi pittorica. L’esito rimanda per rigore e rarefazione temporale ad alcune pagine di Paul Bley e Jimmy Giuffre. Le composizioni originali permettono di cogliere con maggiore chiarezza la poetica del progetto. Amsterdam si sviluppa su un impianto rubato nel quale Lovano e Lage condividono una flessibilità ritmica costruita su minimi scarti di accento e di respirazione. Fanfare For Unity introduce una maggiore energia: Calhoun destruttura la pulsazione mediante una trama poliritmica, Debriano ne assorbe le sollecitazioni con linee mobili e Lage interviene con accordi spezzati che mantengono aperto il percorso armonico. Il rapporto tra Lovano e Lage rappresenta uno degli elementi più preziosi dell’intero lavoro. Il chitarrista assorbe tradizioni differenti, dallo swing al country-blues fino a forme di modernismo cameristico vicine alla lezione di Jimmy Raney, senza mai scivolare nel citazionismo. I suoi assoli privilegiano uno sviluppo interno del discorso, mentre gli interventi di accompagnamento aprono continuamente nuove possibilità al fraseggio del sassofono.
The Great Outdoors esprime al meglio questa filosofia. La composizione alterna scrittura e improvvisazione con grande fluidità, mostrando una concezione formale nella quale le parti composte orientano il flusso estemporaneo senza limitarlo. Alcune soluzioni armoniche richiamano la mobilità di Andrew Hill, mentre certe aperture della chitarra suggeriscono, per affinità gestuale, la pittura astratta di Cy Twombly. The Call conduce il quartetto verso una dimensione più raccolta. Le pause diventano elementi attivi del discorso, Calhoun lavora con interventi minimi, Debriano mantiene un profilo sonoro poroso e Lage lascia dissolvere gli accordi nello spazio acustico. L’alternanza tra tenore, soprano e tarogato (uno strumento a fiato tipico della tradizione musicale magiara) amplia il lessico di Lovano; quest’ultimo, con la sua voce antica e quasi rituale, introduce risonanze popolari dell’Europa orientale reinterpretate mediante una sensibilità improvvisativa contemporanea. La lettura di Lady Day di Wayne Shorter rappresenta uno dei momenti più raffinati dell’album. Lovano evita qualsiasi omaggio celebrativo e mette in evidenza le ambiguità armoniche del tema. Lage, Debriano e Calhoun partecipano a un dialogo continuo che restituisce pienamente la lezione shorteriana della composizione aperta, nella quale scrittura e improvvisazione rimangono costantemente permeabili. Registrato ai La Buissonne Studios, nel sud della Francia, Paramount Quartet possiede una trasparenza acustica che permette di cogliere ogni minima variazione dinamica e armonica. Lovano raggiunge una condizione artistica nella quale esperienza e ricerca convivono senza gerarchie. Il quartetto nasce da questo equilibrio e lascia emergere una libertà espressiva rigorosa, consapevole e costantemente in movimento.

Joe Lovano – Paramount Quartet
CD ECM – ECM 2855
L’assetto editoriale della Impulse! Records nella seconda metà degli anni Sessanta, e in particolare nel biennio 1965-1966, offre un significativo esempio di economia culturale applicata all’industria discografica attraverso un equilibrato sistema di sussidio incrociato (cross-subsidization). Plays Michelle di Oliver Nelson, pubblicato nel 1966, nasce precisamente in questo spazio di confine tra esigenze commerciali e ricerca artistica, trasformando il repertorio dei Beatles e della canzone popolare contemporanea in un laboratorio di scrittura orchestrale avanzata. L’operazione di Nelson non consiste in un semplice adattamento jazzistico, quanto in una riscrittura morfologica del materiale originario, sottoposto a una profonda riorganizzazione armonica, ritmica e formale secondo i principi del tardo hard bop e della grande tradizione orchestrale afroamericana.
Le progressioni lineari della canzone pop vengono ridefinite mediante una complessa verticalizzazione armonica, con l’impiego di sostituzioni di tritono, accordi estesi e tensioni lasciate volutamente aperte. La linea melodica perde la propria funzione narrativa originaria e viene scomposta in cellule strumentali distribuite secondo una logica di call and response tra legni, chitarra elettrica e sezioni degli ottoni. Richard Davis sostiene questa trasformazione con un contrabbasso che non si limita al fondamento armonico, mentre la scrittura di Nelson costruisce un continuo equilibrio tra masse orchestrali, controcanti e differenti piani prospettici del suono.
Island Virgin apre il percorso con una raffinata disposizione di flauti, clarinetti e ance che attenua l’impatto degli ottoni e crea un ambiente acustico di controllata sospensione. In These Boots Are Made For Walkin’ il celebre movimento discendente del basso viene frammentato e ridistribuito all’interno dell’orchestra, mentre la batteria di Grady Tate sostituisce la rigidità binaria del modello originale con una pulsazione elastica e swingante. Jazz Bug, a firma Nelson, sottolinea il cuore jazzistico del progetto mediante una scrittura fondata su voicing verticali e su un calibrato rapporto tra sezione orchestrale e improvvisazione. Il contralto di Phil Woods introduce un fraseggio lucido e penetrante, inserito in un tessuto di pause e rilanci dinamici. Together Again sottrae il materiale country di Buck Owens alla sua semplicità armonica attraverso sostituzioni e alterazioni che lo conducono verso un linguaggio tardo hard bop, mentre Flowers On The Wall porta alle estreme conseguenze la frammentazione della frase mediante il confronto tra la chitarra di Barry Galbraith e le risposte degli ottoni. Yesterday rappresenta uno degli esperimenti più raffinati dell’album. Nelson rinuncia inizialmente alla piena potenza della big band e costruisce un impasto cameristico affidato ai clarinetti e al sassofono baritono di Danny Bank; il successivo ingresso dell’intero ensemble trasforma gradualmente il lirismo originario della composizione in un più ampio disegno orchestrale.
La seconda facciata approfondisce ulteriormente tale ricerca. Once Upon A Time si sviluppa su una persistenza modale sostenuta dal pianoforte di Hank Jones, sulla quale flauti e ance dispongono una trama di linee secondarie che amplia lo spazio armonico del tema. La title-track Michelle costituisce il centro speculativo del disco: la celebre discesa cromatica della melodia beatlesiana viene reinterpretata mediante accordi di nona e tredicesima, tensioni sospese nei tromboni e una distribuzione frammentata del materiale tematico che conduce naturalmente all’intervento solistico di Phil Woods. Con Do You See What I See l’orchestra esplora un territorio più vicino alle prime formulazioni soul-jazz, integrando la chitarra di Billy Butler in un assetto ritmico più flessibile. Fantastic That’s You mette in evidenza la gestione dei registri estremi della big band, contrapponendo il peso dei tromboni alle escursioni acute della tromba di Ernie Royal. Beautiful Music riduce la dinamica fino a un laid-back quasi immobile, lasciando emergere la sottigliezza delle combinazioni tra i legni, mentre Meadowland conclude il percorso con un’accelerazione metrica che trasforma l’orchestra in una macchina di grande precisione ritmica. Il valore storico e musicale di Plays Michelle risiede nella capacità di Oliver Nelson di dimostrare come il jazz orchestrale possa assimilare materiali provenienti dalla cultura popolare senza rinunciare alla propria complessità sintattica. La canzone commerciale viene decostruita, privata della sua funzione originaria e successivamente ricollocata all’interno di un nuovo ordine armonico e formale, dove arrangiamento e composizione diventano un unico gesto creativo.

Oliver Nelson – Plays Michelle
LP Impulse! Records – A-9113 (disponibile in varie ristampe)
L’ultima stagione italiana di Chet Baker rappresenta una delle fasi più significative della sua maturità artistica. Tra i club e i teatri della penisola il trombettista trovò musicisti capaci di comprendere un linguaggio ormai lontano da qualsiasi esibizione virtuosistica e orientato verso una forma estrema di concentrazione espressiva. Il concerto del dicembre 1987 al Teatro Estense di Ferrara, pubblicato oggi dalla Red Records con il titolo Shine, consegna una delle testimonianze più limpide di questa fase conclusiva. La scelta del quartetto senza batteria determina l’identità dell’intera registrazione. La pulsazione non scompare, bensì viene redistribuita all’interno di un organismo collettivo nel quale Rocky Knauer sostiene il flusso temporale con una presenza elastica e mai invasiva. Michel Graillier costruisce un disegno armonico fatto di aperture intervallari e registri mediani della tastiera, lasciando al suono la possibilità di espandersi senza sovraccarichi. Il flauto di Nicola Stilo introduce una fisionomia acustica morbida e trasparente, avvicinando talvolta il quartetto a una dimensione cameristica vicina ad alcune esperienze della musica francese del primo Novecento.
In questo equilibrio Chet Baker non occupa una posizione dominante; la tromba e la voce emergono come due declinazioni della medesima idea musicale. Il suono segnato dagli anni, il fiato più breve e l’emissione irregolare vengono assimilati in una grammatica interpretativa nella quale ogni esitazione assume una precisa funzione narrativa. Night Bird di Enrico Pieranunzi apre una prospettiva notturna priva di qualsiasi compiacimento descrittivo. Graillier dispone accordi dalle funzioni tonali sfumate, mentre Stilo sviluppa linee essenziali che, per purezza del disegno melodico, rimandano ad alcune pratiche della musica antica. Baker interviene con frasi brevi e misurate, affidando alle pause un ruolo decisivo nella costruzione del discorso. In Conception di George Shearing emerge il raffinato dialogo tra tromba e flauto. Non si tratta di una semplice alternanza di interventi: i due strumenti costruiscono una circolazione del fraseggio fatta di richiami, deviazioni e riprese reciproche. Uno dei vertici del disco si trova in Almost Blue di Elvis Costello. La voce di Baker, ormai distante dalla seduzione giovanile, rinuncia a qualsiasi ricerca di bellezza esteriore e trova la propria forza nella necessità del gesto. Il canto procede per frammenti e interruzioni, mentre la tromba raccoglie quanto lasciato in sospeso dalla parola, proseguendo il percorso espressivo su un piano esclusivamente strumentale. I’m a Fool to Want You, legata alla memoria interpretativa di Frank Sinatra, evita il sentimentalismo grazie alla misura dell’intero quartetto e al lavoro discreto di Knauer. But Not for Me di George e Ira Gershwin mostra invece un Baker che non guarda al proprio passato con nostalgia: il lessico del cool jazz viene filtrato dalla consapevolezza dell’età matura, con tempi più distesi e un fraseggio ridotto all’essenziale. Una delle letture più significative dell’album riguarda In a Sentimental Mood di Duke Ellington. Il quartetto tratta il tema come una materia aperta, sottraendolo alla dimensione della semplice rilettura storica. Graillier sceglie armonizzazioni ariose e non imitate dello stile ellingtoniano, Stilo evita qualsiasi decorazione superflua e Knauer garantisce una continuità temporale che non necessita di accenti perentori. Just Friends conferma infine l’efficacia della formazione priva di batteria. L’energia nasce dalla distribuzione degli accenti, dalle relazioni interne tra pianoforte, contrabbasso e fiati, dimostrando come la propulsione ritmica possa esistere anche senza una presenza percussiva esplicita. La pubblicazione a distanza di decenni, curata dalla Red Records, consente di riascoltare quella serata non come reliquia, ma quale momento ancora interrogante, atto a sollecitare una riflessione sul rapporto tra limite tecnico, intenzione espressiva e costruzione di senso in ambito jazzistico.

Chet Baker – Shine
LP Red Records RR 123353-1 (copie audiofile numerate a mano)
Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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