Cinque album, cinque mondi: come sempre ognuno con le proprie luci e ombre, ognuno alle prese con i propri demoni e le relative identità sonore, che ciascuno cerca di mutare o consolidare. Deadbeat indugia nel dubbio, How You Been esplora la fragilità digitale, Through This Fire Across From Peter Balkan scrive romanzi in forma di canzone, Afterglow smuove i dancefloor, Touch perfeziona un’estetica già perfettamente strutturata. Tutti condividono un tratto comune: un linguaggio nuovo per emozioni che continuano a cambiare forma

Quando Kevin Parker ritorna, lo fa sempre portandosi dietro quella malinconia psichedelica che è ormai la sua firma. Deadbeat, pubblicato dalla Columbia Records, segna un punto di confronto fra ciò che Tame Impala è stato e ciò che potrebbe diventare. Parker, unico architetto del proprio universo sonoro, produce ancora una volta tutto da solo, ma in questo caso si concede alcune collaborazioni insolite: c’è ad esempio un cameo discreto di Syd (ex The Internet), che contribuisce con armonizzazioni soffuse in Low Frequency Heart, e un frammento di sax registrato dalla provocante jazzista londinese Nubya Garcia in Moon Under the Couch. Il breve filmato su YouTube, che pubblicizza il lavoro, ci mostra nuovamente Parker, da solo, nella sua villa di fronte al Pacifico, nel cuore dell’Australia. Un luogo ricco di ispirazione. Il genere? Lo potremmo definire dream-psych con inclinazioni nu-disco, anche se Parker si diverte a smontare la definizione trasformando i beat in sequenze claudicanti, volutamente “storte”, quasi da trip-hop malconcio. Deadbeat appare come un disco che parla del sentirsi ai margini, sospesi in un limbo tra la volontà di fare e la stanchezza del tentare. I brani oscillano tra il morbido tappeto sintetico e improvvisi sussulti ritmici che ricordano la fase più elettronica di Currents. A tratti i tempi e i riff, prendono spunto dalla prima house, ma con un’indolenza indie. La produzione è maniacale (un dettaglio che emerge solo a un ascolto ripetuto), una capacità melodica rara. I difetti coincidono però con questi punti di forza: Parker rischia spesso l’autocitazione; alcune tracce sembrano versioni rallentate di intuizioni precedenti, come se avesse paura di lasciarsi alle spalle davvero il proprio passato. Deadbeat è quindi un album bellissimo e irrisolto, perfettamente in linea con il suo titolo: un’opera che indugia, fatica, parla sottovoce e che cresce ad ogni ascolto.

Tame Impala – Deadbeat

CD Columbia Records 19802980042

SML – How You Been

Il collettivo SML – acronimo scherzoso di Soft Modular Language – torna con un album che mescola pop sperimentale e micro-house, pubblicato dalla International Anthem. How You Been nasce come progetto a tre voci, guidato dalla cantante e producer statunitense Miri Lane, dal beatmaker sudcoreano Ji-Hoon Park e dall’ingegnere del suono berlinese Daniel Weiss. L’intreccio delle loro identità si traduce in un disco che si muove sul confine sottile tra leggerezza e precisione. La produzione, affidata ai tre stessi membri con qualche intervento marginale del veterano Mark Bell (in registrazioni d’archivio postume, con liberatoria della sua famiglia), crea una tavolozza di suoni granulosi, pieni di piccoli glitch ritmici che imitano il respiro affannato delle macchine. Static in the Orchard e When We Fade, Wait sono due dei brani che meglio incarnano l’estetica SML: minimalismo emotivo, voci processate, ambient pop che si scioglie come neve al sole. Il disco vede la partecipazione anche di Erika de Casier, che canta in Ferris Wheel Nights, donando al pezzo una morbidezza R&B fuori dal tempo. Qui SML si avvicina a una sorta di chill out, che sfrutta l’intimità delle produzioni casalinghe pur mantenendo un’impostazione da dancefloor introspettivo. Spicca la freschezza: How You Been è un album elegante, calibrato, ricco di idee, ma sempre misurate. Il difetto principale è la sua stessa essenzialità: a volte si ha l’impressione che il trio non voglia affondare il colpo, come se temesse di rompere l’equilibrio prezioso che ha costruito. Un lavoro che brilla proprio per questa timidezza strutturale.

SML – How You Been

Anna Butterss (basso) – Jeremiah Chiu (sintetizzatori) – Josh Johnson (sax) – Booker Stardrum (batteria & percussioni) – Gregory Uhlmann (chitarra)

CD International Anthem IARC0105CD

John Darnielle, anima e penna dei Mountain Goats, invece, non smette di reinventare il proprio folk narrativo. Con Through This Fire Across From Peter Balkan, pubblicato da Merge Records, Darnielle rispolvera il buon vecchio formato del concept album. Il protagonista è uno scrittore immaginario – tale Peter Balkan – che attraversa una serie di conversazioni fallite, drammi interiori e confessioni mai fatte. Il disco è prodotto da Owen Pallett (The National, Grizzly Bear, Beirut, Pet Shop Boys e Taylor Swift), che porta con sé arrangiamenti di archi che non soffocano mai il cuore cantautorale del progetto. Proprio gli archi infatti sono la sua specialità, dato il suo lavoro in forza agli Arcade Fire. Musicalmente ci troviamo in un territorio ibrido: indie-folk, certo, ma punteggiato da elementi chamber pop e da improvvise deviazioni math-folk che ricordano la prima fase acustica della band mitigata però da una ricercatezza timbrica più attuale. In Nine Dollars in Kraków spunta persino un cameo della regina dell’indie songwriting Sharon Van Etten, che presta la sua voce per un ritornello struggente, mentre l’assolo di chitarra barocca in A Letter for the Quiet Ones è opera del compositore e multistrumentista canadese Joseph Shabason (già con Destroyer e War on Drugs). Disco ben scritto e arrangiato. Alcune canzoni sembrano microracconti che potresti trovare in un’antologia di narrativa contemporanea. Eppure, questo stesso tratto rischia talvolta di diventare un limite: la densità lirica dei singoli brani è tale che si perde il filo del discorso. Certi brani risultano sovraccarichi di parole, lasciando meno spazio ai passaggi strumentali. Through This Fire Across From Peter Balkan resta però un album emotivamente magnetico, che cattura l’attenzione sin dal principio.

The Mountain Goats  – Through This Fire Across From Peter Balkan

Matt Douglas (pianoforte, tastiere e chitarra) – Jon Wurster (batteria & percussioni) – Cameron Ralston (basso) – Mikaela Davis (arpa) – Ben Loughran (sintetizzatori) – John Darnielle (voce & chitarra)

CD Cadmean Dawn CD-005

Il progetto EUSEXUA, duo elettronico anglo-francese noto per i suoi esperimenti tra hyper-pop e ambient erotico, firma qui l’album più ambizioso della propria carriera. Afterglow, pubblicato dalla Young (ex Young Turks), vede la partecipazione massiccia di FKA twigs, non solo come guest vocalist ma anche come co-autrice e co-produttrice di alcuni brani. Le sonorità oscillano tra post-club, art-pop e un’elettronica che guarda tanto al lavoro dell’ormai leggendario Arca, quanto alle migliori produzioni di Björk. Nell’opening track, Silver Arteries, Twigs intreccia la sua voce eterea a un beat frammentato e quasi percussivo, prodotto con l’aiuto di Vegyn. Afterglow II, invece, è una suite di ben nove minuti costruita attorno a un campionamento di un coro barocco francese, manipolato fino a diventare un drone raffinatissimo. Tra gli ospiti più interessanti emerge la producer brasiliana Lyzza, che firma Diaphanous Skin, una hit da club sensuale e aggressiva. In un disco così stratificato, la varietà dei contributi è un punto di forza evidente: ogni brano ha una sua identità specifica, pur restando in un preciso universo estetico. L’audacia sonora, l’attenta cura dei dettagli, il groove, sono i pregi evidenti, nonostante l’album sia troppo stratificato e non si riesca a cogliere la direzione emotiva. Ma è un rischio che vale la pena correre, perché Afterglow riesce comunque a brillare come un corpo celeste instabile ma irresistibile.

EUSEXUA ft. FKA twigs – Afterglow

FKA twigs (voce)

CD Young – YO 381

A volte ritornano. E a volte lo fanno con opere geniali, destinate a passare inosservate, forse. La band di Chicago, pioniera del post-rock strumentale, torna con un album che sembra una risposta meditata a trent’anni di carriera. Touch, pubblicato dalla storica Thrill Jockey, è prodotto dalla band stessa con la supervisione di John McEntire, che cura come sempre il suono con precisione chirurgica. Qui Tortoise si concede qualche deviazione inattesa: l’utilizzo di drum machine vintage Roland, una maggiore presenza del vibrafono e persino alcune discrete aperture dub. Il genere rimane quello tipico della band: un post-rock concettuale, ibridato con jazz-fusion, minimalismo e funk astratto. L’apertura Phase Memory richiama gli esordi, mentre Gliding Figures offre un groove sinuoso che potrebbe funzionare tanto in un club quanto in un museo di arte contemporanea. A sorpresa, nel brano Wind Over Franklin Street compare Jeff Parker, ex chitarrista dei Tortoise, per un assolo di sei minuti che rappresenta uno dei momenti più struggenti del disco. Touch funziona per la sua maturità: ogni nota sembra scelta con cura, senza ansia di stupire. Il pregio maggiore è proprio questo controllo assoluto della forma. Il difetto, semmai, è la sua compostezza: l’album è talmente raffinato da rischiare di apparire un po’ distante, come se Tortoise avesse deciso di suonare dietro un vetro protettivo. Non c’è la ferocia inventiva di Millions Now Living…, ma una calma osservativa propria della maturità.

Tortoise – Touch

John McEntire (batteria & tastiere) – Doug McCombs (basso) – John Herndon (batteria, tastiere e vibrafono) – Dan Bitney (percussioni) – Jeff Parker (chitarra)

CD International Anthem IASC0099CD

Simone Bardazzi

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato.

×