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Rock e dintorni (numero otto)

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Sei nuovi album per indicare un itinerario, come sempre, che attraversa Paesi, tradizioni e linguaggi lontanissimi tra loro: dalla psichedelia anatolica degli Altın Gün all’avanguardia radicale degli Angine de Poitrine, passando per il folk intimista di Iron & Wine, la spiritualità luminosa di Beverly Glenn-Copeland, la durezza plumbea degli Zu e l’ambient rarefatta dell’incontro tra Julianna Barwick e Mary Lattimore. Un percorso che alterna conferme autorevoli e novità dirompenti, restituendo una fotografia ricca e complessa del rock attuale

Con Garip, gli Altın Gün compiono un passo decisivo nel loro percorso di rielaborazione della tradizione anatolica (quella della golden age del rock turco, dai Mogollar a Erkin Koray), spostando l’asse dall’esuberanza psichedelica degli esordi verso una scrittura più riflessiva e strutturata. L’album prende il titolo da un traditional turco, ma lo spirito che lo attraversa non è nostalgico: Garip è una meditazione sulla malinconia come stato politico e culturale, filtrata attraverso un suono che mescola funk cosmico, folk modale e una psichedelia ormai interiorizzata. Rispetto ai lavori precedenti, l’elettricità è meno marcata: i synth analogici e le chitarre fuzz non esplodono questa volta, ma avvolgono, creando un tessuto sonoro caldo e circolare. Il basso resta centrale, ipnotico, mentre le percussioni tradizionali dialogano con pattern ritmici mutuati dal krautrock e dal groove afrobeat. La voce, alternata tra maschile e femminile, assume un ruolo narrativo più che spettacolare, rispettando la prosodia originale dei brani rielaborati. Garip segna anche una maturazione nella produzione: ogni elemento è calibrato, niente eccede. Un disco che rinuncia all’impatto immediato per guadagnare profondità, capace di parlare al pubblico della world-music e a quello della psichedelia contemporanea. Un album di transizione e un ponte tra tradizione e modernità che non cerca compromessi.

Altin Gun – Garip

Glitterbeat Records, GBCD182

Sono bastati appena ventisei minuti di esibizione su YouTube, sul canale live della radio americana Kexp, per far levitare l’hype di questo duo canadese. Un successo meritatissimo, per un duo mascherato e capace di destreggiarsi fra atonalità, riff angolari, uso di chitarre con sampler e molto altro. Sono in due – basso e batteria – ma suonano come un orchestra. Vol. 1 degli Angine de Poitrine è un oggetto sonoro volutamente ruvido, che rifiuta ogni forma di mediazione con l’ascoltatore. Fin dalle prime tracce è chiaro che il duo francese opera in una zona di confine tra improvvisazione radicale, noise controllato e free-rock, con un approccio che privilegia il gesto fisico del suono rispetto alla sua codifica formale. La struttura dei brani è frammentaria: riff spezzati di matrice crimsoniana, batteria nervosa, ai limiti del funk, linee di basso che emergono e scompaiono come scosse telluriche. Non c’è un vero centro tonale, ma una continua tensione tra pieni e vuoti, tra saturazione e silenzio. L’impressione è quella di assistere a una sessione catturata senza filtri, dove l’errore non viene corretto ma esibito come parte integrante del linguaggio. Ciò che rende Vol. 1 interessante è la sua coerenza interna. Ogni traccia sembra esplorare una variazione dell’ordine contro il caos, una sorta di ripetizione spiraliforme che va incontro al collasso. È un disco che apparentemente chiede molto all’ascoltatore, ma che dopo alcuni minuti finisce per ammaliarlo e ipnotizzarlo. Un album che dimostra come il fare musica sia un atto urgente e necessario e anche per questo, il loro album è autoprodotto e lo si può trovare, per adesso, soltanto su BandCamp.

Angine de Poitrine – Vol. 1

Autoprodotto, BandCamp: https://anginedepoitrine.bandcamp.com/album/angine-de-poitrine-vol-1

Di tutt’altra pasta è Hen’s Teeth, lavoro che occupa un posto particolare nella discografia di Iron & Wine: più che un album vero e proprio, è una raccolta di brani dispersi che finisce però per funzionare come un ritratto discreto, ma rivelatore, dell’estetica musicale di Sam Beam. Qui convivono demo casalinghi, outtake e versioni alternative che mettono a nudo la scrittura prima della rifinitura in studio. Un lavoro interessante e non necessariamente destinato ai fan. Il minimalismo è la cifra dominante: chitarra acustica, voce sussurrata, qualche intervento di tastiere o fiati appena accennati. Beam lavora per sottrazione, lasciando che le melodie si appoggino su strutture fragili, quasi provvisorie. I testi mantengono il consueto equilibrio tra immagini bibliche, quotidianità e una malinconia mai dichiarata apertamente. L’ascolto rivela quanto l’apparente semplicità di Iron & Wine sia, in realtà, frutto di una scrittura estremamente consapevole. Le imperfezioni tecniche diventano parte del racconto, rafforzando l’intimità del progetto. Un lavoro minore solo in apparenza, che illumina per contrasto l’intera poetica dell’artista.

Iron & Wine – Hen’s Teeth

Sub Pop, SPCD1707

Rimanendo nell’universo degli artisti solitari, Laughter in Summer è uno dei capitoli più luminosi e al tempo stesso enigmatici della produzione di Beverly Glenn-Copeland. Registrato con mezzi limitati ma con una visione chiarissima, l’album si muove tra folk, new age e sperimentazione elettronica primitiva, anticipando sensibilità che sarebbero emerse pienamente solo decenni dopo. È stato inciso durante il 2024 e parte del 2025, in sessioni dal vivo presso il celebre studio Hotel2Tango a Montreal e le registrazioni sono avvenute in pochi giorni, principalmente in singole “take” live insieme con la moglie e produttrice Elizabeth e con un coro di voci canadesi, catturando l’energia diretta delle performance. Di lì a poco, al nostro sarebbe stata diagnosticata la demenza senile e quindi questo lavoro suona come un delicato testamento artistico. La voce di Glenn-Copeland è il fulcro emotivo del disco: morbida, accogliente, quasi materna. Le strutture dei brani sono semplici, ma non ingenue; tastiere analogiche e melodie essenziali costruiscono un ambiente sonoro sospeso, in cui il tempo sembra rallentare. L’album trasmette un senso di gioia quieta, mai euforica, profondamente legata a una dimensione spirituale non dogmatica. La sua estetica lo-fi e il suo messaggio di inclusività e pace interiore dialogano perfettamente con la sensibilità contemporanea. È un disco che non cerca di imporsi, ma di esistere con gentilezza, dimostrando come la radicalità possa assumere anche forme dolci e contemplative.

Beverly Glenn-Copeland – Laughter in Summer

Transgressive Records, TRANS914

Tutt’altro che delicato è il ritorno degli italiani Zu che, con Ferrum Sidereum, riaffermano la loro posizione unica nel panorama della musica sperimentale europea. Il trio romano lavora su una materia sonora densa, metallica, in cui doom, jazz estremo e noise convergono in strutture monolitiche. È un disco che comunica peso e gravità, ma anche una sorprendente lucidità compositiva. Il basso baritonale domina il campo, fungendo da pilastro su cui si innestano sax abrasivo e una batteria che alterna ritualità tribale e precisione chirurgica. I brani non seguono una logica tradizionale di sviluppo: procedono per accumulo, creando una tensione costante che raramente trova risoluzione. Ferrum Sidereum non è un ascolto facile, ma è profondamente coerente. Gli Zu non cercano di reinventarsi, bensì di affinare un linguaggio ormai riconoscibile, spingendolo verso una dimensione quasi cosmologica. È musica che evoca spazi immensi e ostili, più vicina a una scultura sonora che a una collezione di canzoni.

Zu – Ferrum Sidereum

House of Mythology, HOM037

Cosa succede quando si incontrano due sensibilità affini ma distinte? Il risultato è un album di rara delicatezza come Tragic Magic, dove Julianna Barwick e Mary Lattimore costruiscono un dialogo continuo tra voce processata e arpa, dando vita a paesaggi sonori eterei, in cui ogni elemento sembra fluttuare senza peso. Le composizioni si sviluppano lentamente, attraverso stratificazioni minime. L’arpa di Lattimore fornisce una base armonica liquida, mentre la voce di Barwick – spesso priva di parole – diventa uno strumento puro, capace di suggerire emozioni senza definirle. Non c’è dramma nel senso tradizionale del termine, ma una malinconia luminosa, sospesa. Tragic Magic è un album che invita all’ascolto profondo, quasi meditativo. Non cerca climax né svolte narrative, ma una continuità emotiva che avvolge l’ascoltatore. In un panorama spesso dominato dall’eccesso, questo disco si distingue per la sua capacità di dire molto con pochissimo, trasformando la sottrazione in una vera e propria poetica.

Julianna Barwick & Mary Lattimore – Tragic Magic

InFiné, IF1100CD

Simone Bardazzi

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.008/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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