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Questo mese si parte dal mondo enigmatico di Aldous Harding, dove il folk si intreccia a una teatralità ambigua e a una tradizione cantautorale filtrata in chiave visionaria, per poi passare alla dimensione corale e ibrida dei Gorillaz, in cui il pop diventa un archivio globale fatto di collaborazioni e stratificazioni sonore. Accanto a queste forme più narrative, emerge Ana Roxanne, che trasforma la musica in spazio emotivo e meditativo. Il percorso prosegue con la radicale riconversione di Courtney Barnett, che sposta il proprio linguaggio verso una scrittura più astratta e strumentale. In chiusura, la traiettoria si apre verso due forme diverse ma complementari di classicismo deformato: il jazz personale e introspettivo di Flea e il rock psichedelico senza tempo dei Bevis Frond

Originaria di Lyttelton, in Nuova Zelanda, Aldous Harding (all’anagrafe Hannah Sian Topp), cresce in un ambiente musicale e si forma tra Nuova Zelanda, Galles e Inghilterra, sviluppando una carriera che sfugge costantemente alle etichette e si muove tra folk, psichedelia, art-pop e teatralità surreale. Nel suo immaginario si intravedono spesso riferimenti indiretti a figure come Nico, Joni Mitchell, Karen Dalton e persino al minimalismo emotivo di Leonard Cohen, ma filtrati attraverso una sensibilità totalmente personale e quasi “aliena”. Il suo nuovo lavoro, Train on the Island, prosegue la collaborazione ormai centrale con il produttore John Parish (già al fianco di PJ Harvey), che da Party in poi ha contribuito a definire un suono essenziale ma profondissimo. Anche qui la registrazione privilegia l’immediatezza: prese quasi “vive”, arrangiamenti ridotti all’osso e una forte attenzione agli spazi vuoti. Le sessioni, realizzate tra studi gallesi come Rockfield e ambienti più raccolti a Bristol, restituiscono una qualità analogica calda, con microfoni ravvicinati sulla voce e strumenti spesso lasciati respirare senza sovraincisioni eccessive. Rispetto ai dischi precedenti, il suono è ancora più organico: chitarre acustiche appena accennate, pianoforti preparati con timbri leggermente stonati, fiati che entrano come apparizioni più che come sezioni strutturate. In questo contesto la voce di Harding resta il centro assoluto, trattata quasi sempre senza effetti invasivi, proprio per mantenere quella sensazione di presenza fisica e teatrale che è diventata la sua firma. Brani come One Stop o Worms sembrano muoversi nello stesso territorio di Warm Chris, ma con una scrittura più diretta e terrena, dove l’assurdo lirico si appoggia a strutture folk più riconoscibili. È un equilibrio sottile tra tradizione e deviazione, tra la canzone d’autore classica e una forma di psichedelia minimale che guarda tanto ai T. Rex più delicati quanto alla sperimentazione narrativa di artisti contemporanei come Cate Le Bon. Il risultato è un album elegante e straniante allo stesso tempo: un disco che non si limita a “suonare bene”, ma costruisce un piccolo mondo autonomo, coerente nella sua stranezza. Harding conferma così di essere una delle poche artiste capaci di trasformare il folk in qualcosa di teatrale, misterioso e ancora imprevedibile.

Aldous Harding – Train on the Island

4AD, 4AD0873

I Gorillaz, invece, tornano con un nuovo capitolo della loro lunga saga digitale, confermando ancora una volta la natura mutevole del progetto creato da Damon Albarn e Jamie Hewlett. Nati alla fine degli anni ’90 come band virtuale, hanno sempre vissuto in uno spazio ibrido tra musica pop, hip hop, elettronica e contaminazioni globali, con una formazione “fittizia” guidata dai personaggi di 2D, Murdoc, Noodle e Russel, che nel tempo sono diventati più iconici degli stessi confini stilistici del gruppo. Il nuovo album si inserisce perfettamente in questa tradizione di collage sonoro. Albarn continua a lavorare come un architetto del pop contemporaneo, costruendo brani che mescolano registrazioni analogiche e produzione digitale, spesso con una forte componente collaborativa: featuring che spaziano da voci hip hop a cantanti alternative e ospiti internazionali, una cifra distintiva del progetto sin da Plastic Beach. Il suono alterna beat elettronici asciutti, linee di basso rotonde e arrangiamenti che sembrano fluttuare tra malinconia e ironia. Dal punto di vista tecnico, la produzione mantiene un equilibrio tra studio e sperimentazione: molte tracce vengono costruite su loop ritmici programmati e successivamente “umanizzati” con strumenti reali registrati in presa diretta, spesso stratificati in modo da creare quella sensazione di spazio ampio e leggermente instabile tipica dei Gorillaz. Non mancano interventi orchestrali e inserti glitch, che richiamano la loro fase più ambiziosa ma con un approccio più essenziale rispetto al passato. In confronto agli album precedenti, qui si percepisce una maggiore coesione narrativa: meno frammentazione e più attenzione alla forma canzone, anche quando il mondo sonoro resta volutamente caotico. È un equilibrio che richiama sia la sensibilità pop di Albarn nei Blur, sia la sua inclinazione più sperimentale già vista in progetti come The Good, the Bad & the Queen. Il risultato è un disco che non rinuncia alla sua natura ibrida ma la rende più controllata e matura. I Gorillaz continuano a essere un progetto unico nel panorama contemporaneo: non solo una band, ma un linguaggio in continua evoluzione, capace di trasformare il pop in un territorio narrativo e visivo prima ancora che musicale.

Gorillaz – The Mountain

KONG, KONG001CD

C’è sempre qualcosa di spiazzante quando un musicista già “iconico” decide di ricominciare da un punto più fragile. Honora, primo vero album solista di Flea – storico bassista dei Red Hot Chili Peppers – è esattamente questo: un ritorno alle origini che non suona mai nostalgico, ma piuttosto come una reinvenzione consapevole. Flea, all’anagrafe Michael Peter Balzary, nasce in Australia ma cresce a Los Angeles, dove assorbe tanto il funk-rock della scena californiana quanto il jazz più libero e visionario. Prima del basso, il suo primo strumento è stata proprio la tromba, e questo disco sembra riaprire quella porta chiusa per decenni. Il risultato è un lavoro che dialoga apertamente con la tradizione jazzistica di Miles Davis, la libertà armonica di Thelonious Monk e certe derive spirituali à la Pharoah Sanders, ma filtrate da una sensibilità rock che non scompare mai del tutto. Dal punto di vista tecnico, Honora è costruito come una sessione estesa più che come un album “classico”. Le registrazioni privilegiano la presa diretta e la microdinamica degli strumenti acustici: fiati molto in primo piano, batteria spesso lasciata respirare in ambienti ampi, basso trattato più come elemento ritmico-ambientale che come guida armonica. La produzione, affidata a un team legato alla scena jazz di Los Angeles, evita qualsiasi lucidatura eccessiva, puntando invece su imperfezioni vive, respiri, attacchi non sempre allineati che diventano parte del linguaggio. Il disco si muove tra improvvisazione controllata e scrittura tematica. Brani come quelli più espansivi funzionano come vere e proprie suite, dove la tromba di Flea non cerca mai la perfezione tecnica, ma una voce emotiva diretta, quasi vulnerabile. È qui che il progetto trova la sua forza: non nell’idea di “dimostrare” competenza jazzistica, ma nel rimettere in gioco un’identità. Così, questo è un album sorprendentemente coerente nella sua natura errante. Honora non prova a piacere a tutti, ma costruisce uno spazio personale, sospeso tra meditazione e istinto, tra memoria e rischio. E proprio in questa tensione Flea riesce a uscire dal ruolo di leggenda del rock per tornare, semplicemente, un musicista in ricerca.

Flea – Honora

Nonesuch Records, 7559-79876-2 (CD EU)

Dopo sei anni di silenzio solista, Ana Roxanne ritorna con Poem 1, un album che segna una trasformazione profonda nel suo linguaggio musicale. Nata nell’area di Los Angeles e già autrice del cult ambient Because of a Flower, Roxanne si è sempre mossa in una zona di confine tra musica ambient, spiritualità sonora e scrittura intimista. In passato il suo lavoro si avvicinava a certe derive dream-ambient in dialogo con artisti come Julianna Barwick, Grouper e i momenti più rarefatti della tradizione ECM; qui invece il baricentro si sposta verso una forma canzone più esplicita, quasi una rinascita come cantautrice. Poem 1 è un disco che non rinnega il passato, ma lo riorganizza: l’astrazione ambientale lascia spazio a strutture più definite, dove pianoforte, archi e piccole orchestrazioni elettroniche diventano supporto diretto alla voce. La produzione, sempre su etichetta Kranky, mantiene una filosofia di sottrazione: pochi elementi, spesso registrati in presa molto ravvicinata, con un uso minimo di riverberi artificiali e una cura quasi “da camera” per le dinamiche. Il risultato è un suono che respira, fragile ma estremamente presente. Dal punto di vista tecnico, il disco alterna registrazioni di strumenti acustici (piano, archi, piccole percussioni) a tessiture elettroniche appena percettibili, più simili a droni emotivi che a veri beat. La voce di Roxanne è ora al centro assoluto del mix, trattata con trasparenza quasi documentaria: ogni esitazione, ogni respiro diventa parte della narrazione. Brani come Keepsake e Untitled II mostrano questa nuova direzione con chiarezza: non più soltanto paesaggi sonori sospesi, ma canzoni vere e proprie che guardano alla tradizione della ballata moderna, con echi che possono ricordare Julee Cruise, Beth Gibbons e certe derive più cameristiche di Sufjan Stevens. Si tratta, indubbiamente, di un album di passaggio, ma nel senso più alto del termine: un’opera che registra una trasformazione identitaria, trasformando la fragilità in forma e la sottrazione in linguaggio emotivo. Poem 1 non è solo un ritorno, ma una ricostruzione completa del modo in cui Ana Roxanne decide di farsi ascoltare.

Ana Roxanne – Poem 1

Kranky, KRANK 245 (CD / LP EU)

Con Creature of Habit, Courtney Barnett conferma di essere una delle penne più intelligenti e disarmanti dell’indie rock contemporaneo, ma lo fa spostando leggermente il baricentro della sua scrittura. L’artista australiana, cresciuta a Melbourne e diventata negli anni una figura simbolo del cosiddetto slacker rock, ha sempre costruito la propria identità su un equilibrio unico tra parlato quotidiano, ironia sottile e chitarre essenziali, con influenze che vanno da Lou Reed ai Pavement fino al folk più confessionale di Joni Mitchell. Dopo la chiusura della sua etichetta Milk! Records e il trasferimento a Los Angeles, Barnett è entrata in una fase di evidente transizione personale e creativa. Il disco nasce tra il deserto di Joshua Tree e studi tra California e ambienti più controllati, con la produzione di John Congleton che contribuisce a dare una forma più asciutta ma anche più dinamica al suono. Le registrazioni privilegiano takes dirette di chitarra, batterie dal suono secco e una forte attenzione alle imperfezioni: piccoli rumori, attacchi non perfettamente centrati, respiri che restano nel mix e contribuiscono alla sensazione di immediatezza. Rispetto ai lavori precedenti, Creature of Habit mostra una scrittura meno basata sul monologo ironico e più orientata a una narrazione interiore, spesso frammentata ma emotivamente più esposta. Le progressioni di accordi restano volutamente ripetitive, quasi ipnotiche, e diventano la base su cui Barnett costruisce riflessioni su abitudine, blocchi creativi e necessità di cambiamento. In questo senso, si avvicina più a una tradizione indie americana contemporanea che a quella garage più ruvida degli esordi. Pezzi come Mantis o Another Beautiful Day evidenziano bene questa direzione: strutture minimali che si allargano lentamente, lasciando spazio a melodie appena accennate e a un uso più misurato della voce, meno parlata e più cantata rispetto al passato. Anche la collaborazione con Katie Crutchfield (Waxahatchee) aggiunge una dimensione più morbida e armonica, senza snaturare la cifra stilistica dell’album. Anche questo è un disco di passaggio, ma nel senso migliore del termine: non un punto d’arrivo, bensì un tentativo consapevole di ridefinire il proprio linguaggio. Barnett non rinuncia alla sua identità, ma la distende, la rallenta, la osserva da una distanza nuova. Creature of Habit funziona proprio perché accetta l’idea di essere imperfetto, umano, in trasformazione continua.

Courtney Barnett – Creature of Habit

Mom + Pop Music, MPC709CD

Con Horrorful Heights, Nick Saloman prosegue con naturalezza quella traiettoria unica che da quasi quarant’anni rende i The Bevis Frond una delle realtà più coerenti e sottovalutate del rock britannico. Nato come progetto domestico e quasi solitario nella scena underground inglese degli anni ’80, il gruppo si è sempre mosso fuori dalle logiche del mercato, costruendo un catalogo sterminato che intreccia psichedelia, folk elettrico, garage rock e lunghe escursioni chitarristiche dal sapore quasi cosmico. Il nuovo album conferma questa identità ma la riorganizza con una lucidità sorprendente. Rispetto alle derive più caotiche del passato, qui la scrittura appare più focalizzata: le canzoni mantengono l’estetica tipica di Saloman, ma con strutture più leggibili e un equilibrio più netto tra melodia e improvvisazione. È un disco che sembra guardare agli anni ’70 britannici – tra folk-rock pastorale e psichedelia chitarristica – filtrandoli però attraverso una sensibilità moderna e meno indulgente con l’eccesso. Dal punto di vista tecnico, la produzione resta fedele all’etica del progetto: registrazioni dirette, spesso con band in presa quasi live, sovraincisioni stratificate ma mai troppo lucidate e un uso del mix che privilegia la spazialità naturale degli strumenti. Le chitarre sono il centro gravitazionale del disco, ma non dominano mai in modo aggressivo: si intrecciano, si rispondono, si aprono in lunghe code che ricordano tanto il rock espansivo americano quanto certe tradizioni psichedeliche britanniche più rarefatte. Una canzone come Space Age Eyes o il pezzo title track mostrano bene questa doppia anima: da un lato la vena melodica quasi pop, dall’altro l’istinto a dilatare il tempo fino a trasformare la canzone in un piccolo viaggio. È proprio questa tensione tra immediatezza e deriva che rende il disco vivo, nonostante la mole imponente della discografia da cui proviene. Horrorful Heights non cerca di reinventare il linguaggio dei Bevis Frond, ma lo riafferma con una consapevolezza rara: quella di un autore che non ha mai inseguito la contemporaneità e che proprio per questo continua a suonare fuori dal tempo. Un lavoro coerente, pieno, e ancora una volta sorprendentemente necessario nel suo essere completamente fuori asse rispetto al rock mainstream.

The Bevis Frond – Horrorful Heights

Fire Records, FIRECD762

Simone Bardazzi

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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