La musica suscita forti emozioni e, forte di ciò, Davide Miele ci offre le sensazioni, le immagini, le reazioni che provocano in lui le canzoni del grande cantautore americano

Un bel giorno scopri Tom Waits. Nessuno ti ha avvisato. Nessuno che ti abbia detto «stai attento». E ti ritrovi in questa marea silenziosa e lenta che ti avvolge. Una marea calda e piacevole nella quale ti adagi come se fosse una placenta piena di suoni, di parole, di versi. Tom ti accompagna, ti prende per mano, ti porta nel suo mondo. All’inizio fatto di ricordi suoi, ricordi di gioventù, quando guidava la sua Oldsmobile del 55. Il suo mondo è fatto di sconfitti, di diseredati, di romantici perdenti, di amori morti alla nascita. È fatto di quelli che hanno visto il sogno americano infrangersi davanti ai loro occhi.

Lui parla delle loro anime lacerate; le anime di quei personaggi che stanno dentro ai club di striptease oppure abbandonati per strada sotto coperte lerce, quelli che albergano nei bar di periferia di quart’ordine – l’entraineuse con le calze rotte, il rossetto sbavato e gli occhi acquosi; il tizio sempre ubriaco che sta nel tavolino all’angolo, quello al buio, che si è fatto fregare per l’ennesima volta il portafogli; il tipo grosso e incazzoso che vuole sempre e soltanto fare a botte. Lui ne parla come se fossero i suoi fantasmi, i suoi compagni di viaggio, con le scarpe inzuppate dalla pioggia, perché non hanno neanche i soldi per comprarsi un misero ombrello. E lui li canta con la sua voce che sembra fatta di… a volte di carta vetrata del 50, a volte di cristalli di caramello, a volte di segatura, a volte di limatura di ferro; e lui cambia, la sua voce. Sempre la cambia perché ognuno dei suoi attaccabrighe, dei suoi strilloni, dei suoi bastardi deve avere la propria.

È il loro portavoce, anche lui sprofondato nell’alcol e nel fumo di sigaretta, mentre biascica in un diner alla Hopper. Ecco, sono quei personaggi lì i suoi: quelli che a un certo punto hanno deragliato e sono finiti. Tom ce ne parla come se lui fosse loro in un solo corpo. La sua musica è fatta di jazz, di folk, di blues strascicato, come deve essere il blues, perché il blues è fatica, è puzza di piedi, è cappelli sfondati, è vestiti che una volta erano eleganti e poi si sono sdruciti, spiegazzati, stazzonati. Poi succede qualcosa. Già lui aveva fatto una dichiarazione musicale quando registrò il suo primo live, un live che non conteneva nessuna canzone presente nei suoi dischi precedenti. La dichiarazione di chi vuole far capire che è indipendente da quello che vogliono gli altri. Quasi dieci anni dopo decide che il jazz e il blues non bastano più per continuare a parlare di quei fantasmi. Tom ha bisogno di qualcos’altro: ha bisogno di buttare dentro rumori, versi di animali e quindi si porta appresso tutte le carabattole che trova: trombette, sirene, megafoni… Quelli sono i rumori della strada, della vita. E ha bisogno di un manipolo di musicisti che sono “strani” quanto lui, che vedano quello che vede lui; ha bisogno di musicisti che abbiano una dote che altri non hanno: la capacità di vedere di lato.

Tom Waits li guida nei suoi meandri di rumori e gli strumenti stessi cambiano, diventano altro. Vengono sventrati, vengono demoliti, vengono fatti deflagrare e con quelle macerie Tom costruisce castelli che riescono a stare in piedi nonostante la precarietà dei materiali utilizzati. Musica da circo, gospel, tex-mex entrano a far parte del suo sterminato vocabolario. Anche la voce, sempre più sprofondata nell’abisso dal quale raramente riesce a emergere, anche la voce viene ancora di più schiacciata, distorta, compressa. La voce più mutaforma che si possa immaginare. Diventa un urlo, un verso animalesco. Da quel precipizio, però ogni tanto lui fa salire delle perle di una luminosità eccelsa, straordinari, ballate dolenti che farebbero invidia a Springsteen e Cohen.

In tutto ciò lui continua il suo viaggio, affiancato, oltre che dai suoi musicisti, anche da quel magico essere umano che è sua moglie, Kathleen, che comincia a scrivere la maggior parte dei testi. Una presenza incandescente in tutto ciò che fa. Lei riesce a farsi interprete del pensiero di Tom, capace ancora di più nel metterlo in parole. E l’alcol, che tanta parte della sua vita aveva dominato, decide di prendersi una vacanza, vacanza che dura tuttora. Lei gli salva la vita tutti i giorni. Il tutto sempre condito da suoni che non dovrebbero fare quel lavoro lì e invece lo fanno. La ritmica a volte non è più scandita dalla sola batteria o dalle percussioni. A volte è la voce trasformata in un pistone a vapore; a volte è un manipolo di persone con stivali che battono a tempo su una pedana di legno; a volte sono pentolacce e bidoni. Tutti i suoni sono buoni nella musica di Tom Waits. Quello che fa diventa difficile da ascoltare, ma è difficile soltanto nella testa di chi ascolta. Bisogna mettere da parte ciò che si conosce o che si crede di conoscere. Occorre sviluppare lo sguardo parallelo, la visione di lato ed essere disposti a farsi condurre altrove, perché è lì che si nascondono le perle più preziose.

Tom Waits ha avuto, e ancora ha, il merito di avermi fatto riconciliare con il mio sacro poco, che di rado è tantissimo, ma molto più spesso è sottile e traballante. E di questo gli sarò grato per sempre, perché, come ricorda questo impareggiabile artista, “Forse non esiste il diavolo; è solo Dio quando è ubriaco”.

Davide Miele

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