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In giro per la classica GBM09

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Ecco una vetrina con alcune interessanti novità discografiche riguardanti composizioni pianistiche, cameristiche e corali, presentate da alcune etichette italiane e straniere

Ogni essere umano porta dentro di sé il passato dell’intera umanità e un intreccio di memorie sedimentate, abitudini e crudeltà. Attorno a questa suggestione nietzschiana, brillantemente delineata dal filosofo e musicologo Stefano Catucci nelle note di accompagnamento al disco, si è sviluppato un progetto discografico di rara coerenza e profondità, che ha raccolto pagine nate in seno all’esperienza sovietica o in aperta disillusione rispetto a essa. Protagonista di questo CD della ECM è il duo Gazzana, formato dalle sorelle Natascia e Raffaella Gazzana, rispettivamente violinista e pianista, che ha voluto inserire nel programma tre giganti del Novecento – Sergej Prokof’ev, Alfred Schnittke e Arvo Pärt – che, pur nella radicale diversità dei loro linguaggi, hanno condiviso la necessità di misurarsi con il dogmatismo ideologico del regime, trasformando l’arte in un esercizio di resistenza spirituale e in una via d’uscita dall’ottimismo progressista dell’Occidente. Il percorso si apre con Prokof’ev e il suo complesso rapporto con il realismo socialista. Le Cinque melodie per violino e pianoforte op. 35a, trascritte nel 1925 da precedenti liriche per canto, rappresentano il nitido tentativo di fondere l’innovazione armonica e ritmica con l’eredità classica e romantica. Qui la ricerca della bellezza si dipana attraverso una linea melodica viva, mutevole, che spazia dalla grazia alla drammaticità. Ma l’illusione, da parte del compositore, di una felice compatibilità con le direttive culturali sovietiche crollerà nel dopoguerra con la dottrina Ždanov: accusato nel 1948 di formalismo borghese e individualismo, Prokof’ev fu devastato dalla censura. Di questa cupa oppressione si fa specchio la Sonata per violino e pianoforte n. 1 in fa minore op. 80, iniziata nel 1938 in pieno terrore staliniano e terminata nel 1946. Pervasa da un’atmosfera gelida – con le celebri scale con sordina del violino che l’autore chiedeva di eseguire «come il vento su un cimitero» -, la sonata è un capolavoro di tensione drammatica e sarcasmo, che si estingue nel finale spegnendo ogni illusione di speranza. Se per Prokof’ev la linearità neoclassica fu un rifugio, per Alfred Schnittke la postmodernità è stata sinonimo di disgregazione linguistica. Il suo celebre polistilismo risponde alla tragica frattura tra cultura alta e intrattenimento. Nel Gratulationsrondo (1973), l’apparente levità di un’ispirazione festosa e cerimoniosa viene ben presto sfigurata e destabilizzata da passaggi dissonanti e grotteschi. Schnittke mescola detriti classici e modernisti per dare voce alle nevrosi del contemporaneo e alla frustrazione del vivere sotto la dittatura.  Infine, il disco approda all’ascesi mistica di Arvo Pärt. Fu proprio un incontro con Schnittke nel 1976 a sbloccare il compositore estone da una paralizzante crisi creativa, spingendolo verso una radicale spiritualità. Il celeberrimo Spiegel im Spiegel (1978) incarna la celebre tecnica dei tintinnabuli. Basato su una simmetria perfetta tra una voce melodica e una che riproduce i riverberi di una campana, il brano si offre come un flusso ipnotico e scarno, privo di eventi superflui. Un’esecuzione che esige l’annullamento dell’ego del musicista, traducendosi in un’autentica catarsi spirituale. Queste quattro pagine cameristiche trovano nella lettura del Duo Gazzana un esempio supremo dell’arte interpretativa, in quanto le due sorelle hanno saputo sviscerare da ognuna di esse l’essenza stessa del loro manifestarsi sonoro, decodificando in modo esemplare proiezioni fatte di disperazione, di trascendenza, di macabro umorismo, con i loro strumenti tramutati in commoventi sismografi dell’anima e della manifestazione artistica. Un CD prezioso, magnifico, capace di illuminare i risvolti più profondi del Novecento musicale.

Prokofiev – Pärt – Schnittke

Duo Gazzana (Natascia Gazzana, violino – Raffaella Gazzana, pianoforte)

CD ECM – ECM2854

La fascinazione per uno strumento musicale può nascere non solo dal rigore della disciplina o dalla perfezione geometrica di una melodia eseguita a regola d’arte, ma anche – e forse soprattutto – dall’incontro ravvicinato con la sua componente più viscerale, grezza e selvaggia. È questa l’autentica scintilla che illumina String Works, il nuovo progetto discografico del compositore newyorkese Moon Ha (nato nel 1980), che raccoglie una selezione di brani per archi scritti nell’ultimo decennio. Il percorso artistico di Ha con gli strumenti ad arco affonda le radici in un’esperienza giovanile: uno studio privato del violino durato circa un anno che, pur non avendolo trasformato in un esecutore tradizionale, gli ha permesso di sviluppare una profonda e duratura attrazione per la voce dello strumento. Quella che per altri sarebbe stata una frustrazione, per il compositore è diventata una risorsa creativa, traducendosi nella capacità di farsi incantare da lamenti sottili, sussurri luminosi e rumori fugaci. Gli archi diventano così idoli silenziosi, custodi di una bellezza mistica che questo disco tenta di esplorare senza mai la pretesa di volerla addomesticare del tutto. Nato e attivo a New York, Moon Ha è una figura di spicco della musica d’avanguardia internazionale, noto anche come fondatore e direttore artistico dell’ensemble MISE-EN e dell’omonimo festival. La sua estetica si muove su un crinale personalissimo dove la scrittura strumentale dialoga costantemente con la tecnologia e la sostenibilità, attraverso l’uso di oggetti di recupero ed elettronica artigianale. Tuttavia, in String Works il baricentro si sposta sulla purezza espressiva delle corde.  La scrittura di Moon Ha, apprezzata da formazioni storiche come il JACK Quartet e il Mivos Quartet, emerge qui in tutta la sua vivacità e calore. L’album, formatto da cinque brani, si configura come un viaggio in continua evoluzione, una mappa di paesaggi immersivi e mondi sonori inaspettati in cui il confine tra il rumore materico e la purezza del suono si fa straordinariamente labile. Una testimonianza che ci fa comprendere come la musica contemporanea sappia ancora reinventare il modo in cui il suono viene creato, ascoltato e, intimamente, vissuto.

Moon Ha – String Works

Amorsima Trio – JACK Quartet – Mivos Quartet – Momenta Quartet

CD Stradivarius STR 37320

Insieme con Smetana, Dvořák e Janáček, Bohuslav Martinů (1890-1959) rappresenta uno dei grandi pilastri storici della musica ceca. Personalità dal precoce talento – capace di comporre il suo primo quartetto per archi a soli dieci anni -, Martinů ha sviluppato fin da subito un profondo legame con la cultura francese, inizialmente folgorato da Debussy e successivamente, come secondo violino della Filarmonica Ceca, dalle partiture di Ravel e Dukas. Il trasferimento a Parigi nel 1923 per studiare con Albert Roussel segnò l’inizio di un soggiorno di diciassette anni, interrotto solo nel 1941 dalla fuga negli Stati Uniti per sottrarsi all’occupazione tedesca, prima del definitivo rientro in Europa nel 1953. Dotato di immensi orizzonti culturali e di un innato cosmopolitismo, Martinů ha espresso nella sua produzione un’incessante curiosità stilistica. Se i suoi primi lavori affondano le radici nelle tradizioni popolari ceche, la sua voce matura ha saputo assimilare la chiarezza francese, la polifonia del madrigale rinascimentale inglese e la struttura del concerto grosso barocco. All’interno di questo vasto catalogo, la musica da camera ha occupato un ruolo assolutamente centrale e intimo, tanto che nel 1946 lo stesso compositore dichiarò: «Nella pura musica da camera mi sento sempre maggiormente me stesso». Questo nuovo progetto discografico della casa discografica olandese Brilliant Classics si concentra su una selezione di gemme cameristiche composte tra il 1937 e il 1945, ossia tra gli anni cruciali della transizione europea e dell’esilio americano. Il programma include la celebre Sonata per flauto, la Sonata per flauto, violino e pianoforte, la brillante Madrigal Sonata e la Sonata n. 3 per violino. Si tratta di pagine pervase da una vibrante vitalità e da una ricca tavolozza emotiva, restituite con forte dedizione e rigore interpretativo dalle letture di Ambroise Aubrun al violino, Jocelyn Aubrun al flauto e Steven Vanhauwaert al pianoforte.

Bohuslav Martinů – Chamber Music 1937-1945

Ambroise Aubrun (violino) – Jocelyn Aubrun (flauto) – Steven Vanhauwaert (pianoforte)

CD Brilliant Classics 97501

Il catalogo discografico della Naxos si arricchisce di un capitolo fondamentale per la comprensione delle avanguardie storiche d’oltreoceano con questo album interamente dedicato alle pagine orchestrali e da camera di Charles Ives (1874-1954). Il disco offre uno spaccato ideale di una delle menti più eccentriche, profetiche e libere della storia della musica, capace di anticipare gran parte delle rivoluzioni novecentesche rimanendo radicato in una personalissima e viscerale epopea americana. Il programma si apre evidenziando il pionieristico rapporto di Ives con il ragtime, genere abbracciato ben prima che diventasse una vera e propria mania collettiva alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento. Nelle sue Four Ragtime Dances, ridotte nei primi anni del Novecento da una dozzina di schizzi precedenti, Ives compie un’operazione che all’epoca fece scandalo: mentre i suoi contemporanei liquidavano il ragtime come musica da bordello, lui lo nobilita innestandovi canti liturgici come Bringing in the Sheaves e O Happy Day. Questo accostamento programmatico tra sacro e profano riflette la costante ricerca di Ives di un’unità intrinseca in tutta l’umanità, sigillata in modo ironico e sublime nel finale della quarta danza, dove gli accordi dissonanti degli archi e del pianoforte si fondono in un’unica gioia universale. La vena sperimentale che tormentava il suo severo professore di musica a Yale emerge nitidamente nella Fugue in Four Keys on “The Shining Shore”, un esercizio di politonalità a quattro tracce che avvolge i temi sacri in una suggestiva e bellissima nebbia armonica. Il catalogo di Ives è d’altronde un organismo vivente e metamorfico, come dimostrano i brani dalle molteplici orchestrazioni presenti nel disco. È il caso di The Pond, qui presentata nella raffinata versione per flauto, flicorno, arpe, pianoforte e archi: un commovente memoriale dedicato alla perdita del padre George Edward Ives, avvenuta nel 1894. Lo stesso processo di continua riscrittura caratterizza The Rainbow, che schiera un ensemble con corno inglese e organo sulle note della celebre poesia My Heart Leaps Up di William Wordsworth, e il delicato An Old Song Deranged, spiritosa e affettuosa destrutturazione del suo precedente canto Songs my mother taught me. Il disco documenta magistralmente anche il legame del compositore con la sua città natale, Danbury, nel Connecticut. Lo Skit for Danbury Fair (ispirato alle corse del Labor Day) e il celebre The Gong on the Hook and Ladder or Firemen’s Parade Down Main Street ne sono l’esempio perfetto. Quest’ultimo pezzo riproduce con genialità cinematografica il contrasto ritmico tra la regolarità della campana dei pompieri e la velocità variabile del carro che scende e sale per le colline della città, sovrapponendo in un tempo di 7/8 canoni di canzoni popolari come Oh, My Darling Clementine. I risvolti più radicali si toccano con Chromâtimelôdtune, un saggio d’arguzia basato su una spigolosa melodia dodecafonica che sbeffeggia i severi accademismi europei, e con i celebri Tone Roads, esperimenti di fughe atonali in cui gli strumenti rappresentano diverse strade (fangose, rocciose, ripide) che convergono verso lo stesso centro, dimostrando la democrazia sonora di Ives: se i carri possono percorrere vie diverse per arrivare a Main Street, perché gli strumenti non dovrebbero fare lo stesso? Completa il disco una preziosa operazione di recupero filologico. Il Set of Incomplete Works and Fragments, assemblata unendo frammenti manoscritti dispersi (tra cui schizzi dedicati al baseball), e la ricostruzione della marcia The Circus Band restituiscono il fascino dell’incompiuto ivesiano. Infine, le tre orchestrazioni di repertorio classico realizzate per la classe di Horatio Parker a Yale – tra cui spiccano l’Impromptu di Schubert e la Valse noble di Schumann – rivelano che, dietro l’iconoclasta e il visionario, si nascondeva un musicista dal magistero tecnico impeccabile. Ottime le letture effettuate dall’Orchestra New England e dall’Orquesta Sinfónica de Navarra sotto la bacchetta lucida e precisa di James Sinclair.

Charles Ives – Orchestral Works

Orchestra New England – Orquesta Sinfónica de Navarra – James Sinclair (direzione)

CD Naxos 8.559954

Nessun quadro della produzione operistica del diciannovesimo secolo potrebbe dirsi completo senza il fondamentale contributo di Modest Musorgskij. Tuttavia, se il suo catalogo è storicamente dominato dai due monumentali drammi epici Boris Godunov e Chovanščina, esiste un affascinante universo di progetti rimasti incompiuti che meritano di essere riscoperti. Tra questi, il caso più emblematico è senza dubbio La fiera di Sorochintsï. Questo nuovo e interessante doppio CD pubblicato dalla Naxos, sotto la direzione di Fabrice Bollon, accende i riflettori proprio su queste pagine meno frequentate, offrendoci una prospettiva inedita e preziosa sul genio del compositore russo. Per l’occasione, Bollon propone una lettura anticonvenzionale de La fiera di Sorochintsï: a differenza delle storiche e ridondanti finalizzazioni postume realizzate nel corso del Novecento da autori come César Cui, Nikolaj Čerepnin o Vissarion Šebalin, questa incisione utilizza esclusivamente il materiale originale lasciato da Musorgskij. L’opera viene così efficacemente ricondotta a una dimensione da camera; un’orchestrazione così snella e trasparente si rivela il perfetto contrappeso per esaltare l’ironia e la caricatura grottesca del racconto breve di Nikolaj Gogol’ su cui il lavoro si basa. La genesi dell’opera, avviata nel 1874 parallelamente a Chovanščina, fu tormentata. Concepita inizialmente come omaggio per il giubileo del celebre basso ucraino Osip Petrov (già Varlaam nel Boris Godunov), la composizione spinse Musorgskij a una vasta ricerca di canti popolari ucraini per arricchire il materiale melodico. La morte improvvisa di Petrov nel 1878 ne raffreddò però gli entusiasmi, lasciando il lavoro frammentario. La trama di Gogol’, intessuta di elementi fantastici e popolari, ruota attorno alla maledizione di una giacca rossa sottratta al diavolo e alle disavventure amorose dei contadini Cherevik, Hivria e della figlia Parasja, tra tresche segrete con il figlio del prete villano, raggiri di zingari e l’improvvisa apparizione del demonio con le sembianze di un maiale. Nonostante la frammentarietà, la partitura sprizza un’ispirazione fluida e vivacissima. Il tipico dialogo costruito dal compositore russo, a metà tra il parlato e il cantato, scorre a ritmo serrato, sostenuto da un commento strumentale vivido: basti ascoltare i toni gravi di viola e violoncello che descrivono i passi barcollanti dei contadini ubriachi, o le geniali evocazioni di un organetto di Barberia. Il secondo atto culmina nel celebre incubo in cui Musorgskij incastona la musica del suo precedente (e fino ad allora sfortunato) brano corale Una notte sul Monte Calvo, mentre il tronco terzo atto sfocia in profonde arie solistiche per Parasja e Grizko, prima di chiudersi con il travolgente gopak finale. A completare questo straordinario viaggio nel laboratorio creativo di Musorgskij, il disco presenta una suite orchestrale tratta da Salammbô, progetto intrapreso dal compositore poco più che ventenne. Affascinato dal romanzo di Gustave Flaubert ambientato a Cartagine, Musorgskij ne ricavò un libretto incentrato sul furto del velo sacro dal Tempio di Moloch. Sebbene il lavoro sia rimasto dormiente dal 1867 – e molti materiali siano poi confluiti nel Boris Godunov -, la Suite approntata da Fabrice Bollon (che include il Canto dell’isolano delle Baleari, la Canzone di guerra dei Libici e il Coro delle sacerdotesse) dimostra come il geniale compositore russo possedesse già un’innata attitudine per l’esotismo e per l’affresco drammatico d’ampio respiro, capace di spingersi ben oltre i confini russi. Tutti i vari interpreti, e sono tanti, coinvolti in questo progetto rendono perfettamente la visionaria creatività  dell’autore, ben diretti e gestiti dalla bacchetta di Fabrice Bollon.

Modest Mussorgsky – Sorochintsï Fair – Salammbô Suite

Interpreti vari – Fabrice Bollon (direzione)

2CD Naxos 8.660547-48

Il duo pianistico rappresenta da sempre una dimensione d’elezione per la pura condivisione della musica: uno spazio intimo, conversazionale e rivelatore, capace di gettare nuova luce sia sul repertorio nativo che sulle grandi pagine orchestrali rilette attraverso la tastiera. In questo interessante disco pubblicato da Piano Classics, il consolidato duo italiano Spina & Benignetti – composto da Eleonora Spina e Michele Benignetti – affronta celebri partiture del Romanticismo tedesco e della Belle Époque parigina, svelandone nessi e contrasti con un contagioso senso di piacere interpretativo.  In un’epoca antecedente all’invenzione dei supporti fonografici, le trascrizioni per pianoforte a quattro mani svolgevano un ruolo cruciale nella diffusione capillare dei capolavori sinfonici e operistici. Ma se questi arrangiamenti perdono inevitabilmente qualcosa in termini di opulenza timbrica, guadagnano una straordinaria trasparenza strutturale, permettendo all’ascoltatore di cogliere armonie nascoste e inedite sfumature di fraseggio. È il caso di Les Préludes di Franz Liszt, trascritto dallo stesso autore, e dell’Ouverture del Tannhäuser di Richard Wagner nell’efficace versione di Hans von Bülow. Il versante francese del programma è dedicato a Maurice Ravel e alle storiche trascrizioni realizzate da Lucien Garban, allievo di Fauré e intimo amico del compositore. Nelle Valses nobles et sentimentales l’arrangiamento di Garban aggiunge una sontuosa ricchezza di colori pur preservando l’intimità dell’originale, mentre nella spettacolare architettura di La Valse dà vita a veri e propri fuochi d’artificio pianistici. Fondato nel 2013 e premiato in prestigiosi concorsi internazionali, il Duo Spina & Benignetti in queste ardue e complesse letture fa sfoggio di un’incredibile unità d’intenti e di una finissima sensibilità. Sotto le loro dita la musica scorre con fluidità e precisione millimetrica, offrendo un ascolto affascinante e di assoluto rigore cameristico.

Ravel-Wagner-Liszt – Transcriptions for Piano 4-Hands

Duo Spina & Benignetti

CD Piano Classics PCL10311

Andrea Bedetti

Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐

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