Il pianista e compositore, ex dei Matia Bazar, e il fisarmonicista hanno dedicato un CD, dal titolo Fausto e Serse, in cui tra l’altro hanno voluto rievocare le figure dei due ciclisti, con il primo capace di incarnare la figura dell’“uomo solo al comando” e il secondo segnato da una vita sfortunata e tragica
Era l’ormai lontano 1979, quando Paolo Conte si rivelò in tutta la sua grandezza con l’album Un gelato al limon, da cui l’indimenticabile traccia Bartali: il suo primo grande successo popolare. Lì per lì, a un primo ascolto, pareva quasi una zompettante marcetta pestata alla bell’e meglio sui tasti di un pianoforte… Tranne poi, assurgere a capolavoro grazie a un testo sardonico, scartavetrante, immaginifico, neppure scevro da punte di ghignante goliardia!
Ai tempi ci si chiedeva come mai Conte avesse scelto il ruvido e greve Ginettaccio invece che Coppi, il più grande di tutti, con gli occhi velati dalla mestizia degli Eroi consapevoli di una breve vita – seppur illuminata da eterna Gloria – e i tratti eleganti e affilati di un nobile d’altri tempi. Ho sempre pensato che, in parte, Paolo Conte si riconoscesse in Gino Bartali: come lui scontroso e brusco, come lui dal volto arcigno solcato da precoci rughe accidentate come tornanti e da “un naso triste come una salita”. O, forse, si trattava dell’affetto solidale che ognuno di noi prova per l’eterno secondo, per chi – se non ci fosse stato quell’altro, quello troppo forte – sarebbe stato lui il primo! Bartali era Ettore, Bruto, Kojirō… Formidabili perdenti entrati nella leggenda, certo! Ma solo poiché antagonisti dei protagonisti Coppi, Achille, Giulio Cesare, Musashi… I favoriti degli Dèi!
E a Fausto Coppi – il Campionissimo, l’Airone – e al fratello Serse – suo angelo gregario, che prematuramente volò via prima di lui – si rivolgono ora due fra i più raffinati musicisti italiani, il pianista e compositore Sergio Cossu, ex dei Matia Bazar, e il fisarmonicista Fausto Beccalossi. Non certo nel modo terragno e ribaldo usato da Paolo Conte con Gino Bartali, ma con mano carezzevole e lieve nell’approcciarsi al nume tutelare del ciclismo italiano e allo sfortunato fratello.
Fausto e Serse s’intitola questo recentissimo lavoro pubblicato dalla label Blue Serge, e già dalla prima traccia Serendipity percepiamo tutta la delicata maestria con cui il pianoforte di Cossu (autore di tutti i pezzi, tranne uno) e la fisarmonica di Beccalossi salgono le scale di un CD tutto da ascoltare. Il termine Serendipity rimase sconosciuto ai più, sino a quando – nel 2001 – uscì nelle sale una commedia romantica di grande successo che lo aveva come titolo, diretta da Peter Chelsom e interpretata da John Cusack e Kate Beckinsale. Il significato – come spesso capita alle parole strane – non è precisamente esplicabile, e si rifà – più o meno – al saper cogliere al volo le circostanze rare e fortunate che il capriccioso fato balena sul nostro cammino, anche se siamo distratti da altri obiettivi e cure. La Serendipity scritta da Cossu subito ci cattura col suo riff d’incipit suonato dalla fisarmonica di Beccalossi, trovandoci incapaci di non canticchiarlo nell’evoluto prosieguo del pezzo, dove nel finale ci sorprende un veloce volo di flamenco, cui fa seguito una delicata chiosa fra pianoforte e fisarmonica.
E l’anima iberica – fra Fado e Flamenco – risuona, già a partire dal titolo, anche nella seconda traccia Duende. Altro termine dal significato astratto e misterioso, inteso come quella trasfigurazione quasi mistica dalla quale è colto l’artista posseduto da una sorta di entità sovrannaturale che Federico García Lorca individuò come tale, nel momento in cui la performance va oltre la mera tecnica e sboccia come emozione nella sua più limpida essenza. Duende si dipana in un susseguirsi di differenti ritmi e brillanti svisate, anche accompagnati da scat jazzistici alla George Benson, lasciandoci quasi sorpresi e non sazi dal suo finale mozzo.
Anche la successiva Pensamento (una delle mie preferite), luccica di una nostalgica aura ispanica, seppure l’apertura al pianoforte di Cossu possa accendere dolci reminiscenze de La Boheme di Charles Aznavour. Pensamento, cioè riflessione, oppure intuizione, quando non visione… Tutto questo è magistralmente espresso dai virtuosismi mai fini a se stessi dei due musicisti.
I quali, con la quarta traccia, ci introducono – quasi in punta di piedi – in Library of Dreams: una biblioteca dei sogni dove i loro strumenti sembrano quasi temere d’interrompere la serenità di un sonno – o, perché no, di una dimensione onirica a occhi aperti – che altro non è che la porta d’accesso verso una raccolta da cui scegliere il sogno che ci farà tornare alla realtà con un sorriso sulle labbra.
La quinta traccia – scritta dal sassofonista padovano Maurizio Camardi – ci riporta al tenero ricordo di Armaduk, il fedele amico a quattro zampe di razza Alaskan Malamute che accompagnò Ambrogio Fogar nella storica marcia solitaria verso il Polo Nord nel 1973. L’intrigante trovata iniziale dell’ansare del mantice della fisarmonica ci porta a immaginare le onde del glaciale Mare Artico infrangersi su brulle scogliere imbiancate, i fiammeggianti e policromi affreschi celesti delle aurore boreali, lo sfrigolare degli sci sui cristalli di neve ghiacciata… È lassù che ci portano Cossu e Beccalossi con Armaduk, riuscendo – con la consueta e misurata genialità strumentistica – a commuoverci al ricordo di quel piccolo eroe dalla faccia pelosa.
Aprile – la sesta traccia – è uno dei brani più sorprendenti di questo CD. Si apre con la fisarmonica che pare armonizzare una mesta ballata country folk dalle venature western, grazie a sonorità similari a quelle d’una armonica a bocca. Il pianoforte l’accompagna sostenendo quella sfumata “tristezza riposata, uguale” di cui scriveva Gabriele D’Annunzio” ne La passeggiata, dove il Vate – caso sorprendente – citava proprio il mese d’aprile, con i “suoi cieli velati” e i “suoi mari quieti”.
E, finalmente, ecco la traccia eponima del CD – scritta a quattro mani – Fausto e Serse: sicuramente il brano più impegnativo e artisticamente eccelso di tutta l’opera. Esteso come una lunga tappa, si apre con la fisarmonica di Beccalossi che giunge da lontano, come un ciclista che appaia solitario in fondo a un lungo rettilineo. Noi che ascoltiamo ci ritroviamo con lui, l’uomo solo al comando, nell’estenuante viaggio verso la vittoria. Il pianoforte di Cossu sembra scandire il ritmo dei colpi di pedivella, ora misurati, ora potenti. La fisarmonica dipinge i filari di pioppi che scorrono ai lati della strada, le salite fra i monti, la fatica che brucia i quadricipiti… Ancora il pianoforte ci lancia giù per le discese col vento in faccia e fra i capelli, mentre soffia negli orecchi quasi a dire «Dai, ‘ché ce la fai!». E, nel finale, la fisarmonica si apre come l’ultimo chilometro, accompagnata da vocalizzi jazz… Le schiere di tifosi si spalancano come il Mar Rosso di fronte a Mosè… I loro occhi non vedono che lui, quel dio sulla bicicletta… A perdifiato gli corrono accanto urlando il suo nome… Vogliono aspirare il suo afrore… Bagnarsi del suo sudore… Che sia Fausto oppure Serse, ancora una volta taglia per primo il traguardo. Ed è bello, pur se per un breve attimo appena, sentirsi sfiorato dalla Dea Vittoria che solo a lui si concede tutta, senza pudore.
L’ottava e ultima traccia chiude il CD con una briosa spensieratezza davvero sorprendente in una creazione tanto intimistica e profonda. In Jamila – nome femminile arabo che può tradursi con “bella”, “elegante” – Cossu e Beccalossi ci regalano una sorta di arguto e giocoso swing. Quasi un lepidus in fundo, dopo tanta significativa e rilevante espressione di arte e talento, a ricordarci quanto questi due virtuosi siano senz’altro seri… ma tutt’altro che seriosi!
Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.009/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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