Noemi Manzoni ci presenta un interessante libro di Giovanni Pasqualino, Il calamo di Euterpe, edito dalla sua casa editrice, nel quale lo studioso siciliano spiega, tra l’altro, il rapporto che il grande drammaturgo agrigentino ebbe con la musica. Pubblichiamo, quindi, dal saggio in questione il passaggio dedicato a quei musicisti che hanno attinto dalla produzione teatrale e narrativa del premio Nobel per comporre balletti, suite e opere liriche.
Ben ritrovati, amici lettori di The GrooveBack Magazine, al nostro appuntamento con i consigli di lettura. Ricordate? Ci eravamo lasciati con l’impegno di ritrovarci per parlare del rapporto tra musica e parola in Luigi Pirandello, e per farlo andremo a sfogliare il bel libro di Giovanni Pasqualino, Il calamo di Euterpe (Manzoni, 2021). Le coordinate principali lungo le quali si sviluppa tale itinerario sono, appunto, la letteratura, la musica e l’Italia, con un’attenzione particolare alla Sicilia. Protagonisti sono diciotto esponenti della nostra cultura nazionale operanti a cavallo tra due secoli, quando l’Italia era ancora giovane e la musica ne era il linguaggio comune, specie nella forma del melodramma. Narratori, dunque, ma anche librettisti, musicisti, romanzieri e poeti, che lo studioso siciliano, ça va sans dire, intende proporci proprio nel solco di quella ricerca tra note e letteratura che abbiamo in animo di condividere in queste pagine.
Ma lasciamo ora la parola al prof. Giovanni Pasqualino.
«L’interesse per la musica e per i soggetti musicali si rivela in Pirandello già in Zampogna, raccolta di poesie pubblicata a Roma nel 1901 a cura della Società Editrice Dante Alighieri, e nel componimento poetico giovanile dal titolo Preludio orchestrale, pubblicato sulla Riviera Ligure nel maggio 1907. In quest’ultimo lavoro il riferimento agli strumenti musicali e al mondo della musica, venato da amara ironia, diventa metafora della vita che, come un brano musicale, può essere bene o male eseguito, in base agli umori del direttore d’orchestra e degli orchestrali.
Al violin trillante una sua brava/Sonatina d’amor, con sentimento, /Il contrabbasso già da tempo dava/non so che strano, rauco ammonimento. /Allora io non sapea che ne la cava/Pancia del mastodontico strumento/Si fosse ascosa una mia certa dama/Molto magra, senz’occhi, che si chiama…/Come si chiama? … E invano impietoso nella destra/La bacchetta ora stringo: quella mala/Signora è del concerto la maestra. […]
Un nuovo avvicinamento del Nostro al mondo delle note risale a qualche anno dopo, nel 1910, quando il racconto ad argomento musicale dal titolo Musica vecchia appare per la prima volta sulla rivista Natura e Arte del 1° febbraio. Pirandello vi ripropone, anche se in chiave umoristico–grottesca e in uno stile graffiante e immediato, il binomio musica tedesca-musica italiana, laddove per musica tedesca si intende la wagneriana e per musica italiana (ironicamente già definita nel titolo vecchia) quella in particolare di Giuseppe Verdi. Così il protagonista Icilio Saporini, vecchio maestro di musica, sentirà definire da un collega tedesco le creazioni del Cigno di Busseto come «musica da fanfare dei bersaglieri» e fra le risate e il dileggio dei presenti, udirà sghignazzare un intero salone di appassionati e amanti della musica a indirizzo degli italiani Pergolesi, Rossini, Donizetti e Bellini. Il vecchietto morirà poco dopo di crepacuore non riuscendo a capacitarsi dei nuovi e invadenti gusti musicali. In realtà, la novella di Pirandello presenta, anche se in modo acre, sarcastico e non più romantico, la dicotomia fra musica italiana (antica) e musica tedesca (moderna), descrivendo la posizione statica e feticistica del musicista codino che affanna ogni epoca storica. La bellezza della creazione pirandelliana è tutta nel suo linguaggio moderno, essenziale e asciutto, tale da far sbalzare in modo ora tragico, ora ridicolo a un tempo, la patetica figura del protagonista.
Il primo musicista ad interessarsi al mondo pirandelliano è Alfredo Casella (1883-1947), il quale viene conquistato dalla novella La giara, composta nel 1906, pubblicata nel 1909 sul Corriere della sera e infine edita nella raccolta Novelle per un anno (Firenze, Bemporad, 1927). Nel 1916 Pirandello ne trae una commedia omonima, che anni più tardi Casella utilizza per creare un balletto in un atto. La prima ha luogo a Parigi il 18 novembre 1924 al Théâtre des Champs–Elysées con bozzetto scenico di Giorgio De Chirico (1888-1978) e sotto la direzione dello stesso autore. Il successo è eccezionale, sia di pubblico che di critica, e il musicista ne trarrà poi una suite per orchestra e voce di tenore.
Anche la seconda collaborazione di Pirandello con un compositore dà vita ad un balletto, e questa è la volta di La salamandra, sogno mimico per una danza a cinque tempi su musiche di Massimo Bontempelli. Il 7 marzo del 1928 a Torino va in scena la prima presso il Teatro della Pantomima futurista, diretta dallo scultore, pittore e scenografo Enrico Prampolini (1894-1956).
Nel 1930 lo scrittore agrigentino crea una fiaba drammatica ripresa dalla novella Il figlio cambiato e destinata ad essere messa in musica. La trama si basa su un’antica superstizione siciliana riguardante i fimmini i notti, cioè le «donne notturne», spiriti di streghe o fattucchiere che fanno scherzi ai bambini, agendo sul loro destino e sostituendoli spesso nella culla con altri bimbi. Pirandello dà così vita al dramma La favola del figlio cambiato nel quale un bambino bello e sano viene scambiato dalle donne notturne con un altro più brutto e deforme. A rivestire di musica il dramma di Pirandello è Gian Francesco Malipiero (1882-1973), tra il 1932 e il 1933.
Altra commedia a calcare le scene musicali è Liolà, scritta da Pirandello in vernacolo agrigentino nel 1916 e recitata nello stesso anno a Roma dalla Compagnia teatrale Angelo Musco. Dall’originale viene tratto il libretto in lingua italiana dal poeta vicentino Arturo Rosato (1882-1942), mentre è il musicista nativo di Termini Imerese, Giuseppe Mulè (1885-1951), a comporne la musica ispirata al folclore siciliano. L’opera in tre atti ha la sua prima rappresentazione il 2 febbraio 1935 al Teatro San Carlo di Napoli.
Per una nuova messa in scena musicale tratta dal vasto catalogo di Luigi Pirandello bisognerà aspettare il 1952 con l’opera in un prologo e tre atti La nuova colonia del compositore catanese Alfredo Sangiorgi (1894-1962), il quale riduce a libretto il testo pirandelliano del 1926 e lo mette in musica.
Anche il più noto Sei personaggi in cerca di autore (1921) debutta come opera musicale il 26 aprile del 1959 presso il City Center di New York nella traduzione in lingua inglese (Six characters in search of an author) su libretto dell’autore irlandese Denis Johnston (1901-1984) e per la musica dell’americano Hugo Weisgall (1912-1997).
Chiudiamo brevemente questa rassegna andando ad elencare alcune tra le più significative messe in scena musicali pirandelliane. Il 12 marzo 1971 il Teatro Massimo di Palermo alza il sipario sulla prima della Sagra del Signore della nave, opera tratta dall’omonimo atto unico del 1924. Il compositore agrigentino Michele Lizzi (1915-1972) ne crea le musiche per la rappresentazione arricchita dalle scene del pittore Renato Guttuso. Di Matteo D’Amico (1955-vivente) sono invece le musiche di scena per la commedia Tutto per bene (1988), tratta dall’omonima novella del 1906, mentre Alessandro Gorli (1948-vivente) nel 1994 compone con tecniche aleatorie l’opera lirica Le mal de la lune, tratta da Male di Luna (1913). Infine, nel 2007 vede la luce l’atto unico del più noto dramma L’uomo dal fiore in bocca (1922) del musicista belga Luc Breways (1959-vivente).

Giovanni Pasqualino
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