Noemi Manzoni, in qualità di editrice e di appassionata, ci introduce alla magia della musica che si stempera in letteratura, presentando e pubblicando sulla nostra rivista un racconto scritto dal lecchese Antonio Ghislanzoni, che visse l’esaltante avventura della Scapigliatura ottocentesca, tratto dal libro Allegro appassionato, pubblicato dalla Manzoni Editore nel 2021, e intitolato Il violino a corde umane, nel quale l’elemento narrativo è pervaso da storia, leggenda, occulto e orrore, con un violinista che è pronto a tutto pur di sfidare il diabolico Paganini…
Che la musica non sia solo un insieme di note è ormai chiarito e molti sono i testi nati per indagare il profondo legame tra i suoni e le parole, inteso, soprattutto, nel mondo della lirica, nel rapporto tra il libretto e la partitura. Ciò che spesso si ignora sono però i diversi piani su cui agiscono alcuni dei nomi più importanti della nostra letteratura. Mi spiego meglio. Chiunque di noi è indotto ad associare quello di Antonio Ghislanzoni ad alcuni libretti operistici (uno per tutti quello di Aida, 1872), dimenticando tuttavia che egli fu anche poeta e autore di racconti. Lo stesso vale, al contrario, per Pirandello, noto per i suoi più celebri lavori teatrali e per i romanzi, ma meno conosciuto per il suo interesse per la musica e per i soggetti musicali.
Sono solo due esempi, eppure, avvicinandoci appena all’argomento, intravediamo un mondo da scoprire. Il mio lavoro di editore mi porta spesso ad accostarmi a questo tema e ho pensato che potrebbe essere una buona idea veicolarlo con degli assaggi simili alle vecchie dispense: un appuntamento leggero, da rinnovare ad ogni pubblicazione di The Grooveback Magazine nel corso di quest’anno.
Il primo dei racconti che ho deciso di proporvi, Il violino a corde umane, è proprio di Antonio Ghislanzoni (1824-1893) ed è tratto da un volume (ovviamente edito da Manzoni Editore, 2021). Il titolo di questo testo è Allegro appassionato e raccoglie dieci racconti musicali italiani scelti e introdotti da Fabrizio Dorsi, docente di direzione d’orchestra. Nell’edizione Manzoni ogni racconto è accompagnato da una tavola a colori che proporremo nel prossimo numero, nella ferma convinzione che sono sempre i dettagli a fare l’insieme.
Introduzione
Lo spunto del racconto deriva dal tema del confronto diretto, della competizione tra due musicisti, un topos che ha fondamento nella realtà storica: si pensi alla gara tra Händel e Domenico Scarlatti, epico duello musicale nella Roma dei papi, o alla sfida tra Mozart e Clementi, avvenuta alla corte di Vienna alla Vigilia di Natale del 1781 per iniziativa dell’imperatore Giuseppe II. Paganini stesso fu coinvolto in almeno uno di questi confronti, quello con il violinista francese Charles Lafont, che ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano l’11 marzo 1816. Una realtà storica che si trasferisce poi nelle narrazioni, per giungere sino ai giorni nostri: nel 1994 Alessandro Baricco immagina una sfida tra Danny Boodman T.D. Lemon Novecento e Jelly Roll Morton (pianista jazz realmente esistito) nel monologo scritto per l’attore Eugenio Allegri e il regista Gabriele Vacis e intitolato appunto Novecento. Ghislanzoni innesta nella competizione l’elemento nazionalista, contrapponendo italiani e tedeschi secondo un tema caro anche a Giuseppe Verdi, che riteneva questi ultimi « d’uno smisurato orgoglio, duri, intolleranti, sprezzatori di tutto ciò che non è germanico… Uomini di testa, ma senza cuore: razza forte ma non civile » (lettera del 30 settembre 1870 a Clara Maffei).
Altro topos è il collegamento fra il suono del violino e il mondo dell’occulto e del diabolico, anche questo un tema che risale almeno alla sonata di Giuseppe Tartini (1692–1770) intitolata Il trillo del diavolo, non a caso citata nel racconto, e proseguirà sino al diavolo che suona il violino nella stravinskijana Histoire du soldat e oltre.
Ma alla base della vicenda narrata c’è anche una questione squisitamente tecnica, il particolare materiale di cui erano e in molti casi sono tutt’ora fatte le corde degli strumenti ad arco. Oggi la maggior parte dei musicisti che suonano strumenti ad arco montati «alla moderna» fa uso di corde di acciaio armonico, che hanno il vantaggio di durare più a lungo, di assestarsi più rapidamente dopo essere state montate, di tenere meglio l’accordatura e di risentire poco delle variazioni climatiche. Fino all’inizio del XX secolo, invece, si impiegavano (e si impiegano tuttora da parte degli strumentisti che seguono una prassi esecutiva storicamente informata) corde realizzate in budello, generalmente ovino, inizialmente naturale, poi, a partire dalla fine del XVII secolo, rivestito di filo metallico. Le corde in budello hanno tempi di assestamento piuttosto lunghi (lo strumento deve quindi essere riaccordato frequentemente) e sono particolarmente sensibili all’umidità e alla temperatura; però, a giudizio di molti, esse avrebbero un timbro più ricco di quelle di acciaio, così da conferire allo strumento un suono meno potente, ma più caldo.
Ghislanzoni fonde tutti questi elementi aggiungendovi una nota fantastica e macabra, che contribuisce a creare una vicenda insolita, scapigliatamente in ritardo, senza dubbio avvincente.
Noemi Manzoni
Il violino a corde umane
Correva l’anno 1831.
Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell’Opera in sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli che lo aveano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in Germania. – In presenza dell’artista fenomenale, alcuni professori d’orchestra del grande teatro aveano spezzato i loro strumenti.
Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista, dotato di una abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell’arte. Si chiamava Franz Sthoeny; – era nato a Stocarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell’istrumento a quattro corde.
All’età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l’unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.
La prospettiva dell’avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.
Che fare? – Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.
Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevano diviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.
Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l’artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.
Prima che Paganini avesse dato al teatro dell’Opera i suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile. – La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch’egli aveva uditi nella capitate della Francia – il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell’epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant’opera.
Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz – un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.
Sì l’uno che l’altro aveano più volte tremato per quel nome di artista – sì l’uno che l’altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.
Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata? – Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l’allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.
A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.
– Samuele! – disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato – va!… noi altri non siamo buoni a nulla – hai capito? – a nulla!… proprio a nulla!…
Le rughe del vecchio maestro divennero livide. Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:
– Eppure tu hai torto, Franz – io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l’uomo può imparare dall’uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell’arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?
Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra: quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?… pur di elevarmi a tanta potenza nell’arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!».
Samuele indovinò quell’atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata:
– Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabbato, strangolato dal suo demonio famigliare, che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell’uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima…
E il vecchio troncò a mezzo la frase.
La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.
Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:
– E tu credi, Samuele, che arriverei anch’io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?
– Pur troppo! – esclamò il maestro con singolare espressione – ma per ottenere l’intento, non basta che le corde sieno composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l’anima di una vergine ma quella vergine era morta di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t’ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono.
– Oh! la voce umana! – il miracolo della voce umana, proseguì Samuele dopo breve silenzio. – Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell’arte, di quell’arte nobile e santa che vuol vivere di sé stessa, che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?
Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione – prese in mano il violino – fissò nelle corde un’occhiata sprezzante e minacciosa – e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.
Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.
Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l’allievo.
Passarono settimane – passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l’uno di fronte all’altro, nel medesimo salottino – ma l’uno non osava rivolgere all’altro la parola – si guardavano in silenzio come due muti. – Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l’uso della favella.
– È tempo che ciò finisca! – esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all’amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripeté meccanicamente le parole del maestro: « È tempo che ciò finisca! »
Si separarono – e ciascuno andò a coricarsi.
All’indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.
– Samuele! mio buono… mio ottimo Samuele! – gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.
Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.
Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.
Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l’anima di terrore.
La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale – i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia acuminata che pareva erigersi al cielo.
Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile – ma la natura dell’uomo e la natura dell’artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti il dolore rimase ben tosto paralizzato. Le passioni dell’artista prevalsero sui più teneri istinti dell’uomo, e li soffocarono.
Una lettera all’indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte. – Il violinista l’aperse tremando:
«Mio caro Franz,
Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l’ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per la tua gloria. La persona che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta a fare.
Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni. – Io ti immolo il mio cadavere perché tu abbia ad usarne per la tua gloria – ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio. – Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino – quando queste corde si comporranno della mia fibra e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore – allora, o Franz, non temere di nessuno, – allora prendi il tuo strumento, mettiti sulle orme dell’uomo che ci ha fatto tanto male – presentati nel campo dov’egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno – gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l’ultima volta e ti benedice. Samuele».
(Fine della prima parte)
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