Il nostro collaboratore Michele Benignetti ha intervistato il pianista e compositore italiano di origine svizzera che da tre decenni incanta le platee di tutto il mondo. Di lui, il The Sunday Times ha scritto: «Per il pubblico è stato un raro privilegio ascoltare una fusione così perfetta di tecnica e musicalità. In Roma, Liszt ha trovato un degno erede come interprete»
Maestro Roma, vorrei iniziare parlando del ruolo dell’artista nella società odierna. Non crede anche lei che, oggi più che mai, si avverta la necessità di figure in grado di comunicare con la parte migliore di noi?
L’artista è un faro, senza il quale ci sentiremmo persi. Non solo per la sua capacità di diffondere l’arte, che è senza dubbio il messaggio più nobile che esista, ma anche per la sua instancabile dedizione e disciplina. Ciò che lo contraddistingue è la sincerità nel trattare la musica, non usandola semplicemente per esibirsi. In questo, i grandi interpreti del passato, capaci di trasformare lo spartito in suono, sono fonte d’ispirazione. Nei tempi che corrono, al cospetto di situazioni umane strazianti, di morte, di massacri a cielo aperto, dei quali siamo testimoni inermi, paralizzati nell’incapacità di poter fermare ciò che passa davanti ai nostri occhi, l’unica concreta speranza che ci rimane, per combattere questo delirante panorama, è quella che l’artista sia in grado d’infettare l’intero sistema con la bellezza. Platone parla di un artista ispirato dagli dèi in grado di comunicare il Bello in modo contagioso. Anche Dostoevskij alludeva a un tale potere. Il “Bello” va inteso con il termine greco καλός, ovvero il connubio tra bellezza estetica e qualità morali. Credo fermamente in questa idea, la cui forza sarebbe in grado di fermare la cattiveria, l’ego e il senso di sopraffazione del prossimo, sentimenti che purtroppo sembrano ormai padroni di questi nostri anni.
Ha accennato al lascito dei grandi pianisti, quanto è importante l’ascolto?
Ascoltare è un modo meraviglioso per imparare. Le incisioni di Rachmaninov, Backhaus, Gilels e Horowitz (e potrei citarne molti altri), sono state, e lo sono ancora oggi, una fonte d’illuminazione e di apprendimento. Ricordo, quando giovanissimo, non potendo permettermi di comprare tutti i dischi che avrei voluto, entravo in un negozio solo per poterne ascoltare qualche estratto. Tanta era la mia fame di musica.
Sul piano personale, quali sono stati invece gli incontri che hanno segnato la sua strada?
Franco Scala è stato un riferimento di grande importanza nella mia vita. A lui devo molto. Mi sono formato sotto la sua guida all’Accademia Pianistica di Imola. Lì ho avuto la possibilità di seguire gli insegnamenti anche di Lazar Berman, Boris Petrushansky e Alexander Lonquich. Ricordo che mi hanno interessato molto anche le conferenze di Piero Rattalino. Infine, mi piace menzionare Jacques De Tiège, straordinario didatta belga, persona meravigliosa e profondo conoscitore del pianoforte, con il quale ho discusso a lungo riguardo ai metodi di studio e all’interpretazione pianistica.
Oggi lei insegna proprio all’Accademia Pianistica di Imola e al conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, dove ha iniziato i suoi studi. Quando ha capito che il pianoforte sarebbe stata la sua strada?
Sono stato molto fortunato. Dopo un inizio rudimentale, sostenni l’esame di ammissione al Conservatorio di Vicenza, dove, qualche anno più tardi, mi diplomai. Poi, proseguii gli studi a Imola. Oggi sono tornato negli stessi luoghi come insegnante, quasi fosse un cerchio che si chiude. Una straordinaria coincidenza e una grande soddisfazione. Ne sono sinceramente onorato. Mi sono avvicinato al pianoforte quasi per gioco. Dopo un paio d’anni, però, iniziai a dedicarmi con grande foga allo strumento. Volevo fare il pianista. L’idea c’era e avrei dovuto capire come realizzarla. I riscontri che ho avuto lungo il percorso sono stati costanti, come tappe necessarie di un cammino non privo di dubbi e tante avversità. Nello studio, come nella carriera vera e propria di un concertista, la frustrazione è sempre in agguato. Il pianoforte diventa, negli anni, un porto sicuro. Una casa. Un atto, quello di suonare, al quale dedichi ogni giorno il tuo tempo. All’inizio è un’attività personale, la lontana promessa di quello che un giorno potrebbe essere un lavoro. Se non suoni avverti un senso di dolore e soffri, non per obblighi o imposizioni, ma solo per un senso d’intima mancanza. Il pianoforte è parte di te, quasi un modo di essere. Il compagno di una vita. L’amico, che a volte ti fa penare, ma che resta sempre un amico. Un oggetto inanimato che potrà o meno prendere vita a seconda del rapporto che riuscirai a instaurare con lui.
Se dovesse scegliere il momento più significativo della sua carriera?
Ce ne sono moltissimi. Vorrei citare un concerto al Concertgebouw di Amsterdam, alla presenza della Regina d’Olanda, con Enrico Pace e due amici percussionisti, Gianluca Carollo e Alessandro Zucchi. Un programma intrigante con la Sonata di Bartók per due pianoforti e percussioni e la Seconda Suite di Rachmaninov. L’evento faceva parte delle prestigiosa rassegna “Master Pianists Series”, iniziata nel 1987 da Marco Riaskoff, che raccoglieva i migliori pianisti del mondo. Una sala stracolma e il pubblico entusiasta. Ricordo ancora l’emozionante incontro con la regina alla fine del concerto.
Nella finale del concorso di Utrecht scelse di suonare la Totentanz, brano tra i più complessi del repertorio lisztiano. Quell’esecuzione con la Dutch Symphony Orchestra, diretta da Jan Stulen, è diventata celebre, oserei dire virale. Cosa ha provato dopo aver suonato l’ultimo accordo?
Nonostante a quell’epoca non mi sentissi così esperto nel suonare con un’orchestra, devo ammettere che sono, ancora oggi, molto soddisfatto di quell’esecuzione. È stato un tuffo nell’assoluto di quella musica potente ed estrema. Alla conclusione, ho avuto una sensazione come di trionfo. Non certo personale, non fraintendetemi, ma puramente musicale: quelle note mi avevano esaltato con la loro sublime complessità. La Totentanz è un brano straordinario. Secondo me, l’opera più bella per pianoforte e orchestra composta da Franz Liszt.
A proposito della sua vittoria al Concorso Liszt, come ha gestito negli anni il senso di responsabilità e la quantità di impegni che ne sono seguiti?
All’inizio ho vissuto la situazione da apprendista, non essendo abituato a tutti quegli impegni. Ero giovane e molto carico. Vivere guadagnando con ciò che si ama fare è qualcosa di davvero prezioso. Ho provato a domare la tensione con molta forza e convinzione, in una prima fase. Poi mi sono ritrovato in un vortice di date interminabili, continui viaggi, programmi sempre diversi e solitudine. E l’incanto si è rotto. In un tempo dove la registrazione è volta all’assoluta perfezione e le pretese di un livello tecnico assoluto sono sempre più alte, la pressione aumenta di pari passo. Così come la preparazione, serrata, quasi spasmodica. Ho gestito questo tour de force per circa trent’anni. Poi, per essere sincero, ho voluto spostare la mia attenzione altrove. Avevo perso l’entusiasmo. Troppo era lo sforzo rispetto all’insoddisfazione che avvertivo. Stavo perdendo di vista la musica. Non avevo il tempo di approfondire, di digerire i brani, viverci insieme e di farmeli amici. Imparavo qualcosa per poi dimenticarmene subito dopo. In tutta onestà, devo dire che noi pianisti non siamo davvero mai soddisfatti delle nostre esecuzioni. Ho preso quindi la decisione di non fare più concerti solistici, dando la priorità alla sincerità verso la musica. E sono felice di averlo fatto.
Posso chiederle a cosa pensa negli attimi prima di salire sul palcoscenico e alla fine di un concerto?
Riconosco che quanto sto per dire potrà sembrarvi quasi ironico, ma prima di entrare in scena mi ritrovo a interrogarmi sulle motivazioni che mi hanno spinto a trovarmi lì. Mi chiedo chi o cosa mi abbia portato a tanto. La risposta, che mi dà la forza di compiere quel passo verso il palco, risiede nella mia profonda necessità di comunicare con il pubblico.
Le sue parole mi ricordano una splendida recensione pubblicata sul The Times a proposito di un suo recital: «Igor Roma ha messo cuore e anima nella sua musica, condividendola con grande intensità».
Nel suonare c’è per me un desiderio di dire qualcosa. Raccontare una storia. La musica è questo, in realtà. Un tramite. Un mezzo intelligibile di comunicazione in grado di lasciare segni impercettibili, ma indelebili. Alla fine di un recital, provo a concedere una tregua al mio animo, lasciando da parte quel mio essere estremamente puntiglioso ed esigente. Mi rassicura il fatto di essere stato in grado di creare qualcosa di bello, se non per tutto il concerto, almeno per qualche tratto.
Può esistere un confine tra virtuosismo e musicalità?
La Musica è ovunque. Il virtuosismo è una parte integrante dell’esibizione. I fuochi d’artificio al pianoforte sono sempre esistiti. Liszt il primo. A dire il vero, anche Bach o Beethoven amavano mostrare le proprie qualità allo strumento. Pensiamo, per esempio, alle grandi opere di Chopin: i brani hanno sempre elementi tecnici complessi, ma che non sono mai fini a se stessi. Ecco che il virtuosismo prende altre connotazioni, quali la leggerezza, l’eleganza e la cura del suono, per esempio. L’interpretazione non è un meccanismo di ripetizione di note veloci e forti, ma l’incontro del testo con una sostanza artistica profonda, di puro significato. Ogni segno, ogni dinamica, tutto è scritto dal compositore, il cui lavoro si riversa sulla partitura dopo profonda riflessione. La musica classica è una musica confezionata. C’è poco margine di movimento. La spettacolarità deve unirsi alla verità. In questo modo si crea qualcosa di eterno dove l’interprete è il macchinario che crea la relazione tra i suoni.
Possiamo sperare che la musica classica abbia ancora un ascendente sul pubblico di oggi?
Io credo che la musica classica, ovvero la musica d’arte, come la definiva Maurizio Pollini, non abbia tempo. Non conosce passato, presente o futuro. È universale ed eterna. Nella società di oggi, è ancora molto frequentata. Forse, nel nostro Paese non così tanto come invece meriterebbe, non ricevendo il sostegno dai mass media. In particolare, dalla televisione i cui canali nazionali non favoriscono in alcun modo a diffonderne l’essenza. È paradossale pensare che nonostante l’avvento di Internet e la facilità di accedere a infiniti contenuti, le giovani generazioni siano all’oscuro di così tanto.
A proposito delle giovani generazioni, lei è spesso in giuria nei più grandi concorsi internazionali e quindi qual è il suo consiglio ai giovani pianisti?
Il mio consiglio è quello di estraniarsi dal contesto e cercare la verità, nella musica. Suonare esprimendo se stessi, con convinzione e autenticità. Se la personalità è forte, il talento, quello puro, riuscirà comunque a emergere. Per ottenere la giusta interpretazione ci vuole una preparazione professionale, animata da idee chiare e profonde. Questo è essenziale per presentarsi al meglio delle proprie possibilità. La performance, atto di estrema concentrazione psicofisica, in cui il confine tra ispirazione e controllo è sottile, non ne è che la conseguenza.
In questi tempi dove tutto dev’essere immediato, imparare a suonare uno strumento musicale è da considerarsi quasi un atto di ribellione?
Credo sia sempre più difficile per i ragazzi avvicinarsi allo studio di uno strumento, perché i mezzi tecnologici di cui disponiamo fanno supporre, in maniera erronea, di avere tutto a portata di mano. Un’illusione di dominare la realtà. Imparare a fare qualcosa attraverso il proprio corpo richiede dedizione e molta concentrazione. Non tutti sono in grado di mettersi in gioco. Mi sento davvero privilegiato ad avere contatti con allievi che hanno ancora voglia di imparare. Un sacrifico, indubbiamente, ma anche la possibilità di coltivare un legame che si protrarrà per tutta la vita. Non bisogna avvicinarsi a uno strumento solo per diventare dei grandi artisti. Il processo di apprendimento è un insegnamento di vita. Una crescita umana. La musica, come lo sport, è una necessità per l’individuo.
Ha parlato dello sport e non so perché mi è venuto in mente il calcetto…
Lo sport mi è sempre piaciuto. Il calcetto l’ho frequentato per alcuni anni. Un evento ricorrente. Un rito, direi. Il martedì sera ci ritrovavamo sempre con il solito gruppo di amici. Un appuntamento imperdibile, a cui seguiva immancabilmente quel tipo di convivialità capace di far recuperare in un attimo tutte le calorie bruciate durante quell’ora di corsa e dribbling.
Le sue composizioni sono eseguite in tutto il mondo. Alcune di queste sono commissionate da interpreti acclamati come Lucas & Arthur Jussen. Com’è nato il suo interesse per la composizione?
Devo dire che la composizione mi ha sempre attratto. Mi piaceva esplorare il pianoforte e, di riflesso, il mio animo. Ho sempre scritto, senza per questo considerarmi un compositore. Non sento l’urgenza di scrivere qualcosa, ma certamente se qualche idea si palesa nella mia mente, non manco di annotarmela. In particolare, sono affascinato dalla trascrizione. Forse, in questo, ho preso spunto proprio da Liszt, Rachmaninov e Horowitz. Una prassi quasi naturale per un pianista, che, devo dire, negli ultimi anni è tornata alla ribalta. Consiglio sempre ai miei allievi di provare a scrivere qualcosa: magari un brano semplice, di poche battute, con tema, struttura e tensioni armoniche. Questo è utile per rendersi conto di come i grandi compositori potessero affrontare la pagina bianca. Per ogni brano c’è un’idea generatrice che dev’essere messa sulla carta. Partendo da questo concetto possiamo avvicinarci allo spartito in maniera diversa, avvertendo il senso di responsabilità rispetto all’atto di amore del compositore. Guardare al testo con cura, come a un dono che ci viene offerto.
Salutandoci, vorrei chiederle: l’ultimo suo disco solistico risale al 2006 (edito da Challenge Records) e presentava un programma sfavillante con opere di Alkan, Prokof’ev e Liszt. Possiamo aspettarci qualcosa di nuovo nel prossimo futuro? Quali sono i progetti in divenire?
È in uscita un album solistico che propone una selezione di encores tratti dai miei recital. Non ho mai amato incidere un programma che mi venisse imposto. A tal proposito, ci sono alcune idee che stanno prendendo forma, delle quali però, per scaramanzia, preferisco non addentrarmi. Suono ormai da tempo a due pianoforti con i colleghi Enrico Pace e André Gallo e stiamo lavorando ad alcuni progetti discografici. Inoltre, mi è stata recentemente commissionata la scrittura di un brano per duo pianistico. E poi ci sono i miei studenti per i quali vorrei essere un esempio, sano, di amore per il pianoforte.
Michele Benignetti
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