Andrea Bin dà inizio a una serie di articoli per fornire agli appassionati dell’analogico tante informazioni, notizie e curiosità sul caro vecchio disco in vinile e tutto ciò che serve a farlo ascoltare e godere al meglio.

Per chi era ragazzo negli anni Settanta il disco è sempre stato quello nero in vinile, l’LP, a cui si è aggiunto in seguito quello più piccolo argentato fatto di policarbonato, il CD. Con l’avvento del CD, del vecchio e caro LP si sono perse un po’ le tracce, e la stessa cosa sta succedendo ora al dischetto argentato con l’avvento della musica liquida e dello streaming. Fortunatamente, però, da qualche anno a questa parte il caro vecchio vinile è tornato alla ribalta, riconquistando una solida quota di mercato e il primo posto nelle preferenze di tanti appassionati e in quelle di un pubblico più generico, che considera il disco in vinile un oggetto bello da vedere e da possedere, oltre che da ascoltare. E così adesso ci sono adolescenti che comprano gli LP della loro band preferita e li sistemano negli scaffali delle loro camerette, dando così inizio a un percorso verso un modo di ascoltare la musica diverso e più soddisfacente di quello rappresentato dal semplice smartphone collegato con le cuffiette.

Poi, magari, questi giovani appassionati si potranno anche rendere conto che non possono accontentarsi della versione moderna della classica fonovaligia attualmente reperibile sulle maggiori piattaforme web, e cercheranno così una guida, un aiuto per scegliere una testina, un braccio, un giradischi e gli altri componenti del loro nuovo impianto. Senza contare che una guida del genere potrebbe essere utile anche all’appassionato più in là con gli anni, che magari vuole recuperare gli LP acquistati ai tempi o ereditati, recuperando anche il vecchio giradischi Thorens che giace in cantina oppure acquistandone uno nuovo.

Ecco perché ho deciso di dare inizio ad alcuni articoli dedicati proprio a ciò, felice di guidarvi nei vostri acquisti per quanto riguarda i dischi in vinile e i giradischi per suonarli, fornendo anche un giusto e necessario complemento fatto di tante informazioni relative a come sono prodotti i dischi e i lettori analogici, la loro storia, come si scelgono, e tante, tante altre cose.

Perché gli album a 33 giri in vinile si chiamano LP?

Fino al primo dopoguerra, i dischi disponibili sul mercato erano i cosiddetti 78 giri, realizzati in vetro o lamina di metallo rivestiti di cera e successivamente in resina di gommalacca. Questo formato fu inventato da Emile Berliner nel 1889 e rimase lo standard fino al 1948, quando l’etichetta americana Columbia pubblicò un catalogo di centocinque dischi con il termine di “microsolco”. Stampati con solchi molto più piccoli (da qui il loro nome) su un supporto in vinile flessibile e non fragile quindi come quello dei 78 giri, i microsolchi permettevano di registrare su un singolo disco programmi musicali molto più lunghi (da qui il nome Long Playing). Il primo microsolco in assoluto fu il primo dei suddetti centocinque dischi pubblicati nella serie Masterworks, introdotta dalla Columbia US negli anni Venti del secolo scorso per proporre a un pubblico cosiddetto domestico incisioni di pagine del repertorio classico. Questo microsolco aveva il numero di catalogo ML 4001 (ne vedete la cover nella foto), e proponeva il concerto in mi minore per violino e orchestra op. 64 di Felix Mendelssohn eseguito dal leggendario violinista di origine ucraina Nathan Milstein, accompagnato dalla Philharmonic-Symphony Orchestra di New York diretta da Bruno Walter.

La copertina del famoso disco Columbia US ML 4001 con Nathan Milstein e la Philharmonic-Symphony Orchestra of New York, diretta da Bruno Walter, che eseguono il Concerto per violino in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn.

La registrazione fu effettuata il 16 maggio 1945 nella Carnegie Hall di New York ed è considerata un riferimento, anche per quanto riguarda la qualità del suono. Si tratta di un’incisione monofonica che ha compiuto quindi ottant’anni, ma ascoltandola in diversi passaggi non ho mai colto differenze sostanziali con alcune produzioni attuali, e sembra che ciò sia dovuto al fatto che queste prime registrazioni Columbia, destinate al nuovo formato microsolco, furono masterizzate tramite incisione diretta su lacca da sedici pollici, in modo che questo accorgimento tecnico le possa rendere più vive e piacevoli all’ascolto se riprodotte con una catena interamente valvolare anziché a stato solido. Ho voluto verificare e constatare di persona questa differenza, sincerandomi di come questa sia una peculiarità di molte delle produzioni discografiche realizzate con sistemi audio valvolari. Il prezzo per una prima stampa USA di questo disco può superare anche gli ottocento dollari, ma esistono anche ristampe come la Classic Records, pubblicata con stesso numero di catalogo per i cinquanta anni dalla pubblicazione nel 1998, e la HMV/Sony Classical 19075852181, messa in commercio in edizione limitata nel 2018 per i settant’anni.

Come viene prodotto un disco in vinile?

Il risultato di una sessione di registrazione in studio o dal vivo tutta analogica è un nastro solitamente multipista da cui si ricava, dopo il missaggio in studio e attraverso un processo noto come masterizzazione, la versione finale dei brani che ascolteremo sul disco. Questi brani vengono registrati su un nastro stereo a due piste detto appunto master, con il quale si pilota una macchina dedicata denominata tornio incisore, con la quale si realizza, per ognuna delle due facciate del futuro disco in vinile, un primo disco detto lacca (laquer in inglese).

La lacca madre viene spedita all’impianto di stampa dei dischi (chiamata in inglese pressing plant) e ricoperta di un sottilissimo strato di metallo (argento o nickel), per realizzare il master metallico che avrà i solchi in rilievo e che possiamo considerare come una specie di negativo del disco finale. Da questo master metallico si ricava un altro disco metallico detto “madre”, che servirà a produrre i cosiddetti stampi (in inglese gli stampers, un termine sicuramente conosciuto da chi si dedica al collezionismo discografico), che verranno usati per stampare i dischi da mettere in commercio. La produzione del nostro beneamato disco in vinile avviene ponendo un panetto di vinile sotto una pressa idraulica con le due etichette e i due stampi ricavati per il lato uno e il lato due del disco.

Il classico tornio incisore Neumann VMS-70. La testa di incisione si trova all’interno della scatola rettangolare che si vede al centro della foto e serve a incidere la lacca nera posta sul piatto.

Il vinile durante il processo di stampa viene ammorbidito attraverso un getto di vapore e il disco, una volta stampato e tolto dalla pressa, viene raffreddato con acqua. Dopo la rimozione dei frammenti di vinile rimasti sul bordo tramite un’apposita macchina rifilatrice, il disco viene imbustato e confezionato. Per quanto riguarda il suono di un vinile, chi è appassionato del vecchio caro disco nero sa che il suono migliore, a parità di edizione, è quello di una prima stampa. Vedremo in una prossima puntata questo che cosa vuol dire e come si fa a riconoscere una prima stampa. Inoltre, i collezionisti sanno che anche l’impianto attraverso il quale un disco viene stampato può avere la sua influenza sul suono e che quindi è necessario sapere come si fa a riconoscere l’impianto in cui è avvenuta la stampa del disco, oltre  a conoscere quali sono i migliori impianti di stampa. Un altro aspetto importante da tenere presente, soprattutto per i dischi cosiddetti storici, è quello dell’equalizzazione. Come avrete capito dalla descrizione precedente, il processo che porta dal nastro master allo stampo per la produzione dei dischi è tutt’altro che semplice e ogni precauzione deve essere presa, soprattutto durante il trasferimento del programma musicale dal nastro master alla lacca, per evitare errori e ottimizzare la disposizione dei solchi sulla superficie del vinile, minimizzando il rumore e la distorsione introdotti durante il suddetto processo.

Uno stampo, un panetto in vinile e le etichette sono pronti sotto la pressa; manca solo il secondo stampo e presto nascerà un nuovo disco in vinile.

Nella prima metà del secolo scorso i tecnici delle case discografiche introdussero un processo di equalizzazione nella produzione dei propri dischi articolato in due fasi, riducendo le basse frequenze e amplificando quelle alte durante l’incisione della lacca (la cosiddetta “pre-enfasi”), e chiedendo ai costruttori di apparecchiature elettroniche per la riproduzione dei dischi di dotare i propri apparecchi di un circuito di equalizzazione complementare (detto di “de-enfasi”), che attenuasse quindi le alte frequenze e accentuasse le basse durante la riproduzione del disco. Questo processo di equalizzazione viene tuttora applicato sui vinili prodotti al giorno d’oggi e permette di attenuare il rumore ad alta frequenza, come il fruscio generato dal nastro magnetico, e di limitare le escursioni della testa di incisione del tornio, riducendo così la larghezza dei solchi del futuro disco in modo da inserire più solchi sul vinile per avere una durata temporale maggiore del disco. Inoltre, tale attenuazione delle basse frequenze permette anche di limitare le sollecitazioni meccaniche a cui è sottoposta la testina del giradischi durante la riproduzione del disco.

Questo è stato un aspetto molto importante quando, nella cosiddetta età dell’oro del vinile a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, con l’introduzione delle registrazioni stereo e l’aumento della dinamica dei dischi posti in commercio, case discografiche come la RCA Victor e la Mercury furono costrette a introdurre delle compressioni della dinamica nelle ristampe dei propri dischi perché spesso questi venivano riportati ai negozianti come difettosi. In realtà, la causa di questo inconveniente fu dovuta alle testine dell’epoca, le quali non riuscivano a tracciare correttamente i solchi di quei dischi. Dunque, il fatto che le prime stampe di quei dischi siano prive di queste compressioni della dinamica spiega perché siano così ricercate e costose. Ma c’è da considerare anche un altro aspetto, quello legato all’aumento delle basse frequenze in riproduzione che può causare un’amplificazione del rumore introdotto dal giradischi (il cosiddetto rumble), con effetti negativi sulla catena elettronica della catena audio e sui diffusori; da ciò si spiega per quale motivo il rapporto segnale/rumore di un giradischi rappresenti un dato da valutare attentamente.

Negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta ogni casa discografica disponeva di una propria curva di equalizzazione, al punto che si arrivò a contarne oltre cento, tra le quali le più famose furono quelle della Columbia N78, Columbia LP M33, NAB, NARTB, AES, London, CCIR, IEC, RCA e Teldec. Ovviamente, ciò creò confusione negli utenti e obbligò le case costruttrici a complicare i propri apparecchi per dotarli della possibilità di selezionare il maggior numero di curve possibile, pena una non corretta riproduzione del suono del disco nel caso non si fosse utilizzata la curva di “de-enfasi” prevista. Presto ci si rese conto che era necessaria una standardizzazione e così nel 1954 fu introdotta la curva di equalizzazione stabilita dalla Recording Industry Association of America, ancora oggi nota con l’acronimo di RIAA, che avrebbe dovuto diventare lo standard industriale globale, anche se poi, come vedremo in una prossima puntata, in effetti le cose non andarono proprio in questo modo.

Per il momento mi fermo qui e vi do appuntamento alla prossima puntata, nella quale parlerò più in dettaglio dell’equalizzazione fonografica e degli apparecchi che ne permettono la selezione, che ancora oggi sono prodotti e proposti da diversi costruttori e ricercati dagli appassionati.

Andrea Bin (Fine prima parte)

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