Se avete deciso di ampliare la vostra collezione di vinili rivolgendovi allo sconfinato mercato dell’usato, fisico o virtuale che sia, può esservi accaduto che, avendo richiesto informazioni a un venditore su un disco di vostro interesse, questi vi abbia risposto «è una prima stampa, costa di più perché è più rara e si sente meglio». Ma è veramente così?
Di fronte a un’affermazione del genere, molte sono le domande che potrebbero sorgere spontanee, soprattutto in un giovane appassionato che avesse appena deciso di intraprendere la sua avventura nel magico mondo del vinile: cos’è una prima stampa? Come si riconosce? Perché è più rara? È vero che si sente meglio? Come in tanti altri casi, non esistono risposte univoche a domande come queste, come non esistono regole che possono fornire queste risposte, poiché ogni disco ha una storia propria, che bisogna chiarire caso per caso. La passione e la buona volontà di appassionati e collezionisti hanno però fatto sì che nel corso dei decenni passati le informazioni e i dati relativi ai dischi delle più quotate etichette discografiche siano stati raccolte dapprima in libri e pubblicazioni dedicati, e successivamente, con l’avvento di Internet, anche su numerosi siti web.
Cos’è una prima stampa?
Una prima stampa è una copia di un disco che appartiene al primo lotto stampato di quel titolo. Detto così sembra molto semplice identificare una prima stampa, ma chi ci può garantire che quel disco che abbiamo intenzione di comprare appartiene effettivamente al primo lotto stampato? Sicuramente sarà il venditore ad affermarlo, ma come potremo noi verificarlo a nostra volta?
Una prima stampa è più rara?
Non necessariamente, se non per il fatto che una casa discografica può aver deciso, all’epoca della pubblicazione del disco, di limitare il numero di copie stampate per vedere il suo effetto sul mercato, per poi decidere eventualmente di aumentare il suddetto numero una volta accertata la richiesta da parte del mercato.
È vero che una prima stampa suona meglio?
Normalmente sì, in quanto le prime stampe venivano stampate con gli stampi nelle condizioni migliori e quindi in grado di trasferire nel modo più fedele possibile sul vinile il prezioso segnale musicale custodito sul nastro master originale. Si consideri anche che spesso le case discografiche, soprattutto ai tempi in cui la nuova tecnologia stereofonica si andava affermando, usavano applicare nelle stampe successive di un disco una certa compressione sul segnale master stereofonico, per limitarne la dinamica sul vinile, o ne limitavano la gamma bassa. Questo succedeva perché spesso i dischi venivano restituiti ai negozianti come difettosi, non perché lo fossero veramente, ma perché le testine fonografiche dell’epoca non riuscivano a tracciarne la dinamica, e quindi le puntine saltavano da un solco all’altro.
Ho voluto rispondere subito a queste domande per dedicare il resto dell’articolo alla domanda che forse interessa di più tutti noi appassionati del vinile, ossia:
Come si riconosce una prima stampa?
Gli elementi che caratterizzano una prima stampa possono essere molteplici e si trovano solitamente distribuiti in tre zone di un disco: la copertina, le etichette e quella che i venditori anglosassoni e americani chiamano dead wax o run out, cioè la zona del vinile che sta verso il centro tra la fine dei solchi e l’etichetta. Ogni casa discografica usava e usa identificare le prime stampe e le ristampe dei propri titoli con combinazioni diverse di elementi nelle tre suddette zone di un disco ed è quindi importante avere con esse una certa dimestichezza, in quanto anche una piccola differenza in questi elementi può distinguere una stampa da una ristampa e quindi determinare una differenza di prezzo considerevole tra due copie all’apparenza del tutto simili di un disco, e qualche differenza, non certo eclatante ma comunque percettibile, in termini di suono.
Prendiamo, per esempio, i famosi dischi stampati dalla RCA Victor americana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso nella serie Living Stereo. Siamo negli Stati Uniti d’America, in quel periodo che, discograficamente parlando, si chiama “l’età dell’oro”, e cioè tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta. Un periodo positivo, che rifletteva anche nella musica quell’ottimismo e quella voglia di riprendersi che caratterizzavano una società che veniva dalle fatiche e dagli orrori subiti durante la Seconda guerra mondiale. La Radio Corporation of America, o semplicemente RCA firmò un contratto con un giovanotto proveniente da una cittadina nello Stato del Mississippi, Tupelo. Quel ragazzo si chiamava Elvis Aaron Presley e la RCA rilevò il suo contratto con la Sun Records di Sam Philips per l’allora astronomica cifra di trentacinquemila dollari! Il fiume di dollari che Elvis fece entrare nelle casse della RCA fu la fortuna, dal punto di vista del lavoro, di un altro giovanotto, che si chiamava Jack Pfeiffer e che da anni lavorava alla RCA. Dal punto di vista dell’affermazione sul mercato, la RCA, dopo aver rilevato la Victor Talking Machine Company e il relativo trademark Nipper/His Master’s Voice alla fine degli anni Venti, diventando così RCA Victor, aveva ritenuto opportuno investire sulle nuove tecnologie, come il microsolco e la stereofonia fin dagli anni Trenta, questo anche per contrastare la concorrenza di un’altra grande etichetta americana, la Columbia.
Pfeiffer entrò alla RCA nel 1949 come ingegnere progettista, ma già nel 1954 diventò il produttore delle prime registrazioni stereofoniche di musica classica che si tenevano alla Chicago Orchestral Hall e alla Boston Symphony Hall. Nel giro di pochi anni Pfeiffer produsse, con il supporto di un team composto da ingegneri del suono e tecnici come Richard Mohr, Charles Gerhardt, Lewis Layton, Leslie Chase e Kenneth Wilkinson, alcuni dischi che sono entrati a buon diritto nella storia delle incisioni discografiche di tutti i tempi, vale a dire i dischi della serie RCA Living Stereo.
Artisti come Heifetz, Rubinstein, Horowitz, Pjatigorskij, Monteux, Reiner e Munch contribuirono al successo artistico di queste incisioni, ancora oggi capaci di entusiasmarci, nonostante alcune di esse siano ormai considerate superate dal punto di vista dell’interpretazione o dal punto di vista tecnico. Jack Pfeiffer utilizzava il meglio dell’epoca, i microfoni erano i Neumann U47, M49, M50, e gli RCA ribbon, i registratori erano tipicamente gli Ampex 300-3 a tre piste, nei quali la terza pista era dedicata al center filling, ossia il “canale centrale” di cui gli amplificatori stereofonici di marchi come McIntosh, Fisher e Marantz erano dotati, e che serviva a rinforzare la parte centrale del fronte sonoro stereofonico, reso un po’ inconsistente dalla notevole separazione tra i due canali tipica dei dischi stereofonici di allora. Le suddette machine operavano a 15 o anche 30 ips (inch per second, pollici al secondo, ovvero 38 e 76 cm/s) ed erano collegate a mixer dotati di diversi canali. Il master stereo su bobina derivava dalle cosiddette work parts, cioè le varie take selezionate per comporre il programma finale del disco. A questo importante momento della produzione del disco partecipavano ovviamente il produttore e l’ingegnere del suono, e spesso anche gli artisti.
Per l’incisione venivano usati dei torni incisori Westrex, anch’essi all’avanguardia, per ricavare il laquer incidendo un disco solitamente d’acetato laccato in alluminio, e da questo la mother con la quale si ottenevano gli stampers che sarebbero poi stati utilizzati per stampare i dischi negli impianti di Indianapolis, Rockway e Hollywood. Le apparecchiature di allora avevano specifiche tecniche che oggi non sono all’avanguardia, visto che i registratori Ampex della serie 300 avevano una risposta in frequenza da 30 Hz a 15 kHz +/- 3 dB, e i cutter Westrex limitavano il rapporto segnale /rumore a 50 dB e la separazione tra i canali a 30 dB. Ma c’era qualcosa che tutte queste macchine avevano in comune e che forse è uno dei principali motivi alla base della altrimenti inspiegabile magia sonora che i grandi RCA Living Stereo sono ancora oggi in grado di regalarci: erano tutte valvolari. E non dimentichiamo la maestria con cui pochi microfoni venivano piazzati e utilizzati. Nascevano così i dischi della serie Living Stereo, contraddistinti dall’etichetta con il famoso cagnolino chiamato Nipper, che fin dagli anni Venti ascoltava His Master’s Voice, la “Voce del padrone” dalla tromba del grammofono Victrola.
Le versioni dell’etichetta Living Stereo di particolare interesse collezionistico e sonoro sono soprattutto due, la Shaded Dog (SD) nella quale Nipper appare appunto ombreggiato, e la successiva White Dog (WD), nella quale Nipper appare con il manto più chiaro e senza ombreggiatura. Versioni successive delle etichette come le Dynagroove, le Victrola Plum e le No Dog sono di minor valore collezionistico e sonoro, ma spesso consentono di avere a una frazione del costo delle SD e WD le stesse incisioni con un suono non spiacevole.
Oltre alla compressione aggiunta in fase di masterizzazione a cui ho accennato sopra, uno dei motivi per cui queste ristampe sono meno considerate dal punto di vista del suono è che furono realizzate con apparecchiature non più valvolari, ma a transistor, componenti che allora (parliamo della metà degli anni Sessanta) erano ancora nuovi e certo meno conosciuti tecnicamente delle valvole.
Vediamo ora di esaminare più in dettaglio come identificare e decodificare i vari codici alfanumerici che compaiono su un vinile, in questo caso appartenente alla serie Living Stereo della RCA. Come esempio ho scelto un titolo che molti appassionati conoscono, anche magari per averne ascoltato dei brani in qualche fiera Hi-Fi, e cioè l’album doppio di Harry Belafonte dal titolo Belafonte at Carnegie Hall, LSO-6006.
La prima informazione da verificare è solitamente il codice alfanumerico in alto a destra sulla copertina, il cosiddetto “Numero di Catalogo” o “Catalog Number” del disco, che indica la versione della stampa in esame. LSO indica una copia stereofonica. Ma se ora passiamo all’etichetta del lato 1 e notiamo che il codice LSO 6006 è completato da un 1, e sotto di esso compare un altro codice: LSO 6006-1 K2PY2689.
Il numero che segue il codice LSO 6006 varia sulle altre facciate dei due dischi, in quanto indica il numero progressivo del lato in esame. Le informazioni che rileveremo sui quattro lati dei due vinili saranno le seguenti: lato 1: LSO 6006-1 K2PY-2689; lato 4: LSO 6006-1 K2PY-2692; lato 2: LSO 6006-2 K2PY-2690; lato 3: LSO 6006-2 K2PY-2691.



Immagino che alcuni di voi si staranno domandando: per quale motivo i lati del disco 1 sono numerati come 1 e 4, e quelli del disco 2 come 2 e 3? Che cosa significa il codice che segue il numero di catalogo? La particolare numerazione 1 4 2 3 era tipica degli album formati da due o più vinili, noti come auto-coupled, che consentiva a questi dischi di essere suonati su particolari giradischi molto in voga in quel periodo, noti come “cambiadischi”. Per suonare tutti i dischi di un album era sufficiente impilarli nell’apposito meccanismo, girando poi l’intera pila una volta sola e senza dover mettere e togliere quindi ogni singolo disco. Ciò era particolarmente utile nel caso dei settantotto giri, nei quali un singolo programma musicale piuttosto lungo, come un movimento di una sinfonia, doveva essere suddiviso su diversi dischi, vista la corta durata delle incisioni consentita da quel supporto. Quindi, nel caso di un album a quattro dischi la numerazione dei dischi e dei lati sarebbe stata la seguente: 1 8 – 2 7 – 3 6 – 4 5.
Come si vede, considerando solo le cifre in posizione dispari a partire da sinistra, abbiamo la prima giusta sequenza 1 2 3 4, e considerando le cifre in posizione dispari, a partire da destra, abbiamo la seconda giusta sequenza 5 6 7 8. I maggiori costruttori di giradischi misero sul mercato macchine complesse adatte a suonare queste pile di dischi, come il Dual 1015 (che ho usato per anni nell’impianto Hi-Fi paterno) e il Thorens TD224, derivato dal famoso TD124, capace di cambiare i dischi uno alla volta.
Il codice fisso K2PY e quello variabile composto da quattro cifre diverse per ognuno dei quattro lati ci consentono di avere maggiori informazioni sul disco che stiamo analizzando. Tenete presente che le modalità con cui si leggono queste informazioni sono abbastanza simili per le maggiori etichette discografiche degli anni d’oro del vinile.
Il codice fisso si chiama Matrix Number ed è solitamente composto da due parti, il cosiddetto Main Number, stampato anche sull’etichetta, e le cosiddette Extra Information, che riportano infatti informazioni addizionali non presenti nel Main Number. Nei dischi RCA i primi quattro caratteri alfanumerici hanno ognuno un preciso significato:
| 1° carattere | Year Code | K = 1959 |
| 2° carattere | Numerical Label Description | 2 = RCA Victor |
| 3° carattere | Category | P = Popular |
| 4° carattere | Size, Speed & Groove | Y = 12’’, 33⅓ RPM, Stereo |
I quattro numeri che seguono non sono altro che i Master Tape Reel Numbers, cioè i numeri seriali dei nastri sui quali l’album fu registrato. Nel caso di questo concerto notiamo quindi che fu dedicata una bobina di nastro per ogni facciata del disco (2689, 2690, 2691, 2692). Per quanto riguarda le Extra Information, le troviamo solo sul vinile e dobbiamo quindi spostarci nel run-out, munendoci di una buona lampada e un paio di occhiali o di una lente, in quanto i caratteri che dovremo leggere sono molto piccoli. I codici che rileveremo potrebbero ad esempio essere i seguenti: Lato 1: K2 PY2689-6S I A2; Lato 2: K2 PY2690-5S I B1; Lato 3: K2 PY2691-6S I A4; Lato 4: K2 PY2692-1S I C2.
I codici che seguono i Master Tape Reel Numbers ci informano relativamente alla stampa del disco, vale a dire: 6S = Laquer Number; I = “Pressing Plant Code”, codice che identifica lo stabilimento RCA americano dove il disco fu stampato (I = Indianapolis, R = Rockway, H = Hollywood); A,B,C… = Mother; 1,2,3… = Stamper.
Dunque, l’Extra Information 6S I A2 ci dice che il disco fu stampato nello stabilimento di Indianapolis nell’Indiana, utilizzando uno stamper n. 2 ricavato da una prima madre A e dalla lacca n. 6.
A questo punto, però, come vanno interpretate le suddette informazioni rispetto alla qualità del suono di un vinile RCA e come si riconosce una prima stampa? Solitamente la RCA ricavava un certo numero di madri da ogni lacca e un certo numero di stampi da ogni madre. Ogni successivo utilizzo dei suddetti supporti ne provocava un leggero deterioramento, e quindi una madre A doveva essere leggermente migliore di una madre B, e uno stamper 1 leggermente migliore di uno stamper 2. Inoltre, come già anticipato in precedenza, le case discografiche nelle ristampe di alcuni titoli ricorrevano a equalizzazioni e/o compressioni non presenti nelle prime stampe. È chiaro, quindi, che le prime stampe, cioè quelle ottenute con la combinazione più bassa possibile di Laquer, Mother e Stamper, sono quelle che dovrebbero suonare meglio, in quanto dotate della dinamica più ampia e di assenza di tagli sulle basse frequenze. Per la maggior parte dei dischi RCA Living Stereo una prima stampa viene identificata dal codice 1S A1 nel run-out, ecco perché le stampe 1S sono quelle normalmente più ricercate e pagate dei collezionisti. Ecco spiegato, quindi, l’alto prezzo solitamente richiesto per una stampa 1s/1s RCA del disco Living Stereo Shaded Dog de I pini di Roma di Ottorino Respighi (RCA LSC-2436), con la Chicago Symphony Orchestra diretta da Fritz Reiner, e perché un venditore arriva a chiedere quasi tremila euro per una copia NM/NM A2/B2 della prima edizione inglese di The dark side of the moon dei Pink Floyd. E il disco del nostro esempio, ossia Belafonte at Carnegie Hall? È un 6S A2, 5S B1, 6S A4 e 1S C2, una discreta copia quindi, soprattutto il lato 4 che è un 1S C2, nel quale troviamo la celebre Matilda. Notiamo, infine, che il Main Number viene riportato sull’etichetta per favorire la giusta associazione tra etichetta e stamper di ognuno dei due lati del futuro disco in fase di stampa e alcune volte viene stampato al contrario sull’etichetta per non confonderlo con il numero di catalogo.
Abbiamo visto quali sono le informazioni essenziali per valutare correttamente una stampa di un disco RCA Living Stereo durante le nostre ricerche e al momento dell’acquisto, verificando quali sono le informazioni equivalenti anche per le altre etichette di nostro interesse, potendo così muoverci con una certa sicurezza nel variegato mercato discografico, valutando un disco che ci interessa con le informazioni che ci vengono proposte, e chiedendone altre se reputiamo che quelle fornite siano insufficienti. Sarà infatti opportuno verificare che le informazioni necessarie siano fornite, e richiederle se non lo sono, richiedendo anche le foto delle etichette e del run-out per avere un completo riscontro sul disco del quale stiamo valutando l’acquisto. La capacità di un venditore a presentare e a valutare nel modo adeguato queste informazioni ci darà, come già fatto presente, anche una conferma sulla sua serietà e sulla sua preparazione e ci metterà al riparo da brutte sorprese. Ma in alcuni casi potremo avere anche delle gradite sorprese, quando magari in un mercatino ci porteremo a casa per pochi soldi una prima stampa di un vinile che ci interessa, perché il venditore non aveva valutato o non sapeva valutare cosa stava vendendo. Non è così infrequente l’imbattersi in venditori ancora impreparati (tanto per fare un esempio, a me è successo di dover spiegare a un venditore inglese la differenza tra una stampa DECCA SXL Wide Band e Narrow Band durante la ricerca di un titolo che mi interessava… ).
A questo punto sarebbe interessante capire se esistono delle alternative alle prime stampe RCA Living Stereo americane, che di solito sono reperibili presso venditori che stanno fisicamente negli USA. Questo vuol dire che al prezzo del disco vanno aggiunte le spese di spedizione, ormai possibile solo tramite la posta aerea. Fino ai primi anni Duemila era possibile comprare dischi dagli USA e farli spedire via mare con la spedizione “Surface” che costava pochi dollari (io stesso comprai le mie copie del disco di Belafonte dagli USA con questo metodo), ora ciò non è più possibile e purtroppo i costi di spedizione “air mail” hanno subito dei continui incrementi nel tempo, fino ad arrivare agli attuali venticinque – trenta dollari. A queste vanno aggiunte le spese di importazione, consistenti in IVA, dazi doganali e spese di gestione in dogana, valutabili in almeno venticinque per cento del costo del disco. Un’alternativa per procurarsi copie ben suonanti di un certo disco può essere verificata se quest’ultimo è stato ristampato da qualche piccola etichetta specializzata. Per quanto riguarda il doppio album di Belafonte, se non volete accollarvi il costo delle magnifiche ristampe come quelle proposte da Classic Records su otto vinili a 45 giri (LSO-6006-45, pubblicata una prima volta nel 1999 su vinile da 180 gr. e ripubblicata nel 2005 su vinile da 200 gr.), o come quella proposta da Analogue Productions su cinque vinili da 200 gr. a 45 giri (APF 6006-45, 2018) o ancora come quella dell’italiana GN Records rimasterizzata dai nastri originali su triplo vinile in edizione limitata a 500 copie (GNR-014, pubblicata nel 2015 e praticamente introvabile), potrete godervi una delle ristampe su doppio vinile pubblicate da Classic Records (LSO 6006 nel 1996 e LSO 6006-200G-2 LPS su vinile da 200 gr. nel 2006), Analogue Productions (APF-6006, 2014), Speakers Corner Records (LSO 6006, 2014) e infine Vinyl Passion (VP 80745, 2016), con prezzi più ragionevoli.
La ristampa Classic Record compariva anche nella HP Super LP List del 2014 compilata da Harry Pearson, giornalista americano fondatore della rivista The Absolute Sound, noto per aver introdotto le recensioni basate sull’ascolto invece che sulle misure e per aver coniato molti dei termini e delle espressioni oggi usati dai recensori di Hi-Fi. Un’altra alternativa sono le ristampe pubblicate anche al di fuori degli USA, dove la RCA stessa ha ristampato diverse volte il concerto di Belafonte, ad esempio in Germania nel 1993 come edizione rimasterizzata e numerata (LSO-6006), senza contare che anche in Giappone il disco è stato ristampato più volte. I costi di spedizione dal Giappone sono minori e il servizio postale giapponese funziona perfettamente e la qualità dei vinili giapponesi è superlativa, per cui se non vi dispiacerà leggere le note del disco in giapponese, ben venga l’acquisto di dischi dal Paese del Sol levante. Personalmente, valuterei come possibile scelta una buona ristampa giapponese come la SRA-5190/91 o la RCA - 5125-26.
Per quanto riguarda i libri sui dischi RCA Living Stereo, a meno che vogliate cimentarvi nella ricerca dell’ormai introvabile, se non a prezzi da capogiro, RCA Bible di Jonathan Valin, il mio consiglio è il classico testo di Stefano Rama I dischi dell’età dell’oro, testo datato ma ancora attuale per tutte le preziose informazioni che contiene, e non solo sui dischi RCA, in quanto ne vedo ancora qualche copia in vendita sui banchetti alle fiere di settore.
Questo articolo è stato pubblicato nel numero n.008/26 di GRooVE back Magazine e il link per l’acquisto è QUI 🌐
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